Monreale, 3 luglio – Non è la prima volta che mi interrogo su alcune cose che non dovrebbero accadere e che invece continuano a succedere a Monreale. Forse è per un tale motivo che dedico queste righe per dare voce allo sfogo che tanti cittadini Monrealesi soffocano nel silenzio. Ed allora proviamo a fare un excursus di alcune questioni che interessano Monreale, nello specifico gli spazi della piazza e quelli più vicini.
Sappiamo che tante sono le cose che non vanno bene a Monreale, in centro come in periferia, per non parlare poi dei centri abitati delle frazioni. Per ragioni affettive che riguardano i miei ricordi e per l’amore che mi lega alla città – senza tuttavia nulla volere togliere ad altri luoghi del nostro paese – mi soffermerò sui
principali spazi storici e sul cuore pulsante di Monreale. Luoghi emblematici e rappresentativi che, per le condizioni in cui oggi versano, mostrano in tutta la loro crudeltà i segni di un degrado diffuso, di un abbandono, al quale non riescono a sottrarsi.
Un degrado che avanza, impietoso, e che avvolge e sovrasta Monreale nella sua interezza. Anno dopo anno, Monreale perde pezzi della sua antica fisicità, della sua immagine; pezzi della sua identità, parti consistenti del patrimonio ambientale e collettivo, naturale ed antropizzato, tramandato dalle passate generazioni. Accade, solo per fare un esempio, che un albero privo di vita sia rimosso a distanza di anni, senza porsi il problema di estirpare l’apparato radicale, come pure non si provvede a sostituire gli alberi mancanti con nuove piante.
Esempio eclatante: le piante di palma che sino a pochi anni fa primeggiavano negli spazi delle piazze Vittorio Emanuele e Guglielmo II e nel giardino dell’anti -villa belvedere; palme appartenenti alla famiglia Phoenix, in buona parte non sopravvissute, a causa della proliferazione di un parassita, il punteruolo rosso. Tre le specie d’alberi di palma non autoctone introdotte in sito: “Phoenix, Cycas, Washingtonia”, poste in loco e scelte secondo un’accurata, precisa predisposizione, in modo da conferire all’ambiente armonia, decoro, dignità, importanza, bellezza.
Ma per ricondurre il discorso ad un profilo anche storico è bene sapere che piazza Duomo – così era chiamata prima che fosse intitolata al re d’Italia Vittorio Emanuele di Savoia – risale all’impianto originario di fine Ottocento; spazio nel quale mai nessuno vi aveva fatto un progetto sopra. Realizzata, così, su disegno dell’architetto Basile sull’area restante del pianoro sulla quale si erge la facciata laterale della nave della cattedrale Normanna con la torre campanaria. In origine un’area protetta non facilmente penetrabile in virtù della posizione altimetrica e geomorfologica dei luoghi. Una platea, che nel corso dei secoli non solo è stata trasformata, ma che ha assolto anche funzioni diverse: cantiere della fabbrica del duomo, area di tramite, confine tra spazio sacro e profano, sagrato della basilica; luogo di adunanze, pubbliche manifestazioni, sacre rappresentazioni, attività ludiche, di svago, di raduno della popolazione, di benedizione dei capi di bestiame.
Lasciata sempre a vista, prima e dopo l’edificazione del complesso chiesastico, area nella quale per alcuni secoli non è stato consentito realizzare alcuna costruzione (spazio di un abitato ancora in divenire), idonea a scongiurare eventuali propagamenti d’incendio nelle vicinanze della chiesa. Incendi che potevano solo provenire dal versante del monte Caputo che lo sovrasta, che al tempo della realizzazione del complesso monastico e del duomo, si presume fosse popolato da alberi.
Uno spazio ampio considerato come area di “rispetto”, atta ad impedire all’incendio di propagarsi in prossimità della cattedrale, e scongiurare anche attacchi offensivi, eventuali, anche se molto improbabili, dal lato di tramontana. Tutto questo dai tempi della fondazione e dopo che il Tempio fu consacrato, e cioè dopo 79 anni la morte di re Guglielmo II, il 18 novembre dell’anno 1267, giorno dell’anniversario della morte del sovrano.
Un giorno memorabile, importante e soprattutto simbolico, che attesta la consacrazione della Chiesa di Guglielmo, dopo lunghi e complessi rituali di purificazione, incensazione, aspersione delle pareti con acqua santa, letture di formule, inserimento del segno della croce, intonazioni di canti e litanie, accensione della lampada perenne, consacrazione dell’altare secondo il canone liturgico della Chiesa Cattolica. Uno spazio che esalta la fisicità, l’immagine stessa dell’Ecclesia munita, imponente e di per sé grandiosa, se teniamo bene a mente che il piano primitivo è posto ad un livello di molto inferiore rispetto alla pavimentazione odierna delle piazze. È un dato certo invece – poiché ho avuto la possibilità di constatarlo personalmente, anche se in modo indiretto, in quanto accertato nel corso dei lavori della pavimentazione di piazza Guglielmo II – che esiste un ammattonato di colore rosso, situato ad una profondità non misurata (localizzato all’interno di un pozzo di scavo, aperto e poi chiuso), poco distante il portico della cattedrale. Un ammattonato, che con molta probabilità è parte di un pavimento assai più esteso che potrebbe risalire al tempo della fondazione del complesso monastico o quanto meno ai secoli immediatamente successivi. Sarebbe interessante in proposito avere dati certi, circa la profondità in cui si trova l’ammattonato, riguardo la fattura, il tipo di tessitura, la composizione, le dimensioni, la consistenza, del pavimento.
E’ invece un fatto certo che le basole di pietra rinvenute nel corso dei lavori di ripavimentazione di piazza Guglielmo II, nella zona centrale intorno la statua della Madonna, si possono fare risalire possibilmente alla fine del Settecento. Una porzione di un pavimento esposta alla pubblica vista, protetta superiormente da lastre di vetro antisfondamento, che non consentono nemmeno la visione.
Le piazze come oggi noi le vediamo, unite e collegate fra loro, sono il risultato e la conseguenza delle trasformazioni urbanistiche e stilistico – architettoniche avvenute a fine Ottocento. Nello specifico la demolizione di alcune fabbriche che hanno consentito l’ampliamento di piazza Guglielmo II. Strutture edilizie che per alcuni secoli hanno svolto precise e particolari funzioni.
Corpi di fabbrica cinque – seicenteschi, abbattuti unitamente al muro difensivo e ai ruderi delle torri di epoca Normanna innalzate sul lato del perimetro esterno del pianoro. Un intervento che nel complesso ha totalmente modificato l’aspetto che il luogo manteneva in epoca alto medievale (una grande corte recinta da
muri di difesa), che conferisce alle piazze una immagine “romantica” e meno austera. Spazi che nonostante fossero separati e divisi, nonostante collegati, nella lunga e controversa storia secolare di Monreale, hanno svolto funzioni diverse: religiose, militari, civili, carcerarie, generato scenari, angolature, vedute, punti di vista prospettici, interessanti e suggestivi. Piazze nelle quali ogni cittadino Monrealese si riconosce e si identifica.
Si dovrà attendere l’anno 1865 allorchè il Senato di Monreale ebbe a prendere una decisione importante di un certo peso, ovvero affidare le sorti urbanistiche ed architettoniche della Città ad un tecnico di fiducia, l’architetto Giovan Battista Filippo Basile (per intenderci, e non andare tanto lontano, l’autore del Teatro Massimo di Palermo, uno dei più grandi e maggiori teatri europei) e non da Ernesto Basile, come riportato erroneamente in due pubblicazioni di autori Monrealesi. Un quarantenne professore dedito all’insegnamento dell’architettura decorativa all’Università di Palermo, capo ufficio edilizio della città, studioso di storia greca e arabo – normanna, che, intorno al 1860, aveva abbracciato la causa garibaldina. Presente con la sua feconda e ricca attività professionale anche a Monreale tra il 1865 e il 1881. L’Amministrazione gli conferirà l’incarico di responsabile di tutti gli interventi attinenti gli aspetti urbanistici ed architettonici da realizzare a Monreale.
Fra il 1871 e il 1877, la sistemazione della piazza, un progetto la cui finalità si può riassumere in quella che è la “riqualificazione, il riadattamento dell’area antistante l’ingresso laterale della Cattedrale”. Con l’obiettivo e l’intento, di conferire una immagine del tutto diversa ad un luogo spoglio, di grande importanza e valenza storica. Un sito che in funzione della sua centralità rappresenti ed interpreti in modo nuovo le iniziative intraprese dall’amministrazione civica occupante gli ambienti della Casa comunale che s’affaccia su piazza Vittorio Emanuele, rinnovata dopo il 1899 con interventi di restauro della facciata e di rifacimento della copertura.
Piazza, intesa come luogo geometrico – funzionale – estetico, sorta per testimoniare la “rinascita” di Monreale, il sorgere di una nuova realtà nazionale, il Regno d’Italia (1861 – 1946), attraverso una rinnovata “concezione urbanistica”, moderna, all’avanguardia, ponendo al centro la fontana del Tritone (1881), opera di Mario Rutelli, figlio dell’architetto e imprenditore Giovanni Rutelli, che si adoperò ad eseguire i lavori della piazza Vittorio Emanuele, sotto l’attenta e scrupolosa direzione di Giovanni Battista Filippo Basile.
Un progetto inteso a rappresentare una discontinuità rispetto ad un passato del governo della “Città – territoriale” di Monreale, sottoposta, soggetta in tutto e per tutto al dominio, al controllo ed alla potestà dell’autorità arcivescovile della Chiesa di Monreale. Un progetto che mantiene insieme più aspetti, il
decoro, l’estetica, la costruzione geometrica dei luoghi, l’inserimento del verde, la mobilità veicolare, la separazione delle acque piovane dalle acque nere nella fognatura. Uno spazio, entro il quale sarà ben presto inserita l’illuminazione pubblica, lampioni a palo ed a braccio alimentati prima a gas, e dopo ad energia elettrica.
Una rinnovata modernità che non poteva non derivare dai cambiamenti epocali in atto, di carattere politico, culturale, tecnologico, da mutamenti sociali, economici e di costume. La piazza diventerà da li a poco il luogo diurno degli affari, dei raduni, degli incontri, di manifestazioni ed intrattenimenti, uno spazio pubblico della città nel quale il popolo Monrealese si identifica. Uno spazio “laico” che appartiene all’intera “società civile”, luogo di relazioni collettive, ed interpersonali. Un ambiente nel quale trascorrere parte del tempo, discutere, passeggiare, chiacchierare, scambiare pettegolezzi, fare allusioni.
Ai piani terra si affacciano botteghe artigiane, mercerie, negozi di vario genere, locande, barberie; apre i battenti la società di mutuo soccorso Guglielmo, il circolo Savoia, il salotto della città riservato solo ai galantuomini. Gli edifici prospettanti la piazza Vittorio Emanuele e via Roma, nonostante gli interventi avvenuti nella piazza, devono attendere parecchi anni per avere le facciate intonacate. Solo negli anni ’30, a seguito dei provvedimenti emessi dal prefetto di Palermo Cesare Mori, una esigua parte dei prospetti sarà definita con l’intonaco. Interventi più volte sollecitati con le missive inviate al Sindaco della Città, dall’autorità prefettizia con le quali si pone in evidenza che ancora a Monreale le acque piovane provenienti dalle coperture si riversavano a terra a caduta libera.
Trascorreranno altri anni per avere le acque piovane delle coperture intercettate da gronde ed immesse in strada tramite discenti. La strada intorno la villa con la fontana del Tritone sarà percorsa da carrozze trainate da cavalli, dalle prime auto con motore a scoppio, provenienti dalla vicina Palermo. I viali, e gli spazi intorno la centrale fontana sistemati con tufo giallo, stabilizzato e compattato, interdetti ancora agli abitanti per alcuni anni a venire. Da li a qualche anno la parrocchia della Matrice provvede ad indire una gara pubblica al fine di separare la piazza dall’area coperta del portico Gaginiano, con la cancellata di ferro, che tutt’ora la recinge.
Il Comune nei primi anni del Novecento farà in modo che la recinzione perimetrale intorno alla villa sarà dismessa. Col trascorrere del tempo le piante di palma crescono, si innalzano, contribuiscono a “costruire” ed a formare l’immagine di un luogo storicamente importante. La piazza si mostra accogliente, florida, ricca di verde, “un pizzico di borghesia, un tocco di ordine e di eleganza”, in una cittadina nella quale la comunità che vi risiede vive in povertà e in miseria, ed ha tanta “fame”.
Un centro nel quale solo una ristretta parte della popolazione vive dei frutti della terra, di agricoltura e commercio, e la stragrande maggioranza degli abitanti è costretta ad abitare in rioni malsani ai margini delle piazze. Abitanti, più sudditi che cittadini, figli di un nuovo Stato, il Regno d’Italia di Casa Savoia.
Eredi di un governo temporale ultrasecolare esercitato dall’arcivescovo sulla Città e sul territorio Monrealese sino al 1812 (sede arcivescovile rimasta vacante dal 1805 al 1816). Un potere – quello ecclesiastico – che ancora per diversi anni a venire continuerà a determinare le sorti di Monreale, ed esercitare un’influenza rilevante sulle cose da fare e da farsi, sopra gli abitanti, sulla città e sul territorio Monrealese.
La lettura spaziale vede prevalere il verticale delle palme proiettate verso il cielo, e giovani piante sempre verdi conquistare
lo spazio intorno, offrire immagini mai prima esistite. Le quattro palme di “Washingtonia”, per intenderci, le uniche ad oggi sopravvissute, sorpassano con il trascorrere degli anni in altezza tutte le altre. Il luogo della piazza è arricchito di piccole piante, arbusti, cespugli, fiori, bordure siepi, di un palco recinto da transenne di pietra poi dismesso, da due statue di illustri monrealesi. Il palmeto cresce e consente un piacevole e gradevole godimento della villa, offre ombra, protezione alle piante sottostanti, riparo ai piccoli volatili.
Alla villa di piazza Vittorio Emanuele, non più recinta, andranno ad aggiungersi quattro esemplari d’albero di Melangolo (arancio amaro), definiti con taglio a cupola, inseriti agli angoli interni del giardino. Un modo per abbellire e completare un sito nel quale anche oggi le rare fioriture di zagara, di melangoli, si diffondono inebrianti, espandendo intensi e piacevoli profumi. L’albero di arancio, inteso a rappresentare gli alberi popolanti la storica Conca d’Oro, diventa il simbolo di tutti gli altri alberi della piana di Palermo.
Non vi è dubbio che Monreale diede corso ad un importante e qualificato intervento, che offre, a quanti vi arrivano, ieri come oggi, il biglietto da visita della cittadina normanna. Un intervento del quale il sindaco (Pietro Mirto Seggio) e la giunta del tempo (1880 – 1882) andavano fieri ed orgogliosi. Piazza Duomo sarà pavimentata nella sede carrabile, nei marciapiedi, da ampie, spesse e consistenti basole (lastre di roccia) di calcare grigio, della “pietra di Billiemi” – il cui nome discende dalla cava del monte Billiemi dalla quale ancora oggi viene estratta, nei pressi di Palermo – il cui colore grigio scuro non sarà causa di abbagliamenti solari diversamente da quanto avviene da un po’ di tempo a questa parte a seguito dei nuovi interventi realizzati nella piazza ed in alcuni tratti delle vie adiacenti. Una sistemazione antica, tanto quanto innovativa.
Un intervento che non ha riguardato soltanto l’aspetto esteriore e funzionale della piazza, ma che ha interessato il sottosuolo della piazza e le vie ad essa collegate, con il conseguente innalzamento del livello stradale delle pavimentazioni della piazza, del corso principale e di alcune vie limitrofe. L’obiettivo, dopo anni di estenuanti lavori, interruzioni e disagi arrecati agli abitanti, era stato finalmente raggiunto. Il centro di Monreale, il cuore della città, è ormai pronto ad offrire un’immagine, nuova, moderna, e civile.
Ancora una volta sul finire del 1800, Monreale è al centro del dibattito “architettonico ed urbanistico siciliano”; contrassegna l’inizio di un percorso, di un “progresso di civiltà”, che in seguito purtroppo sarà interrotto. Si pensi quante cose furono compiute in un ristretto arco temporale: la demolizione e la riduzione di una parte dei corpi di fabbrica degli edifici civili affacciati sulla piazza e sulla via delle Capre, una strada terminante sul dirupo, al fine di consentire l’allargamento della stretta via.

La demolizione di una parte dell’edificio dell’istituto del Cuore di Gesù, un corpo edilizio proiettato sullo sperone roccioso, un intervento che ha consentito la costruzione del ponte carrabile su arcate (corrispondente al secondo tratto della via D’Acquisto).
La realizzazione della moderna funicolare (un gioiello di ingegneria meccanica, inaugurata l’11 febbraio 1890) che dal cuore antico di Palermo, giungeva a Monreale a seguito del realizzato progetto del ponte dell’ingegnere Giovanni Isabella. Un riordino, un nuovo assetto, una riconfigurazione degli spazi urbani che nel loro insieme identificano un luogo,
uno spazio antico e privilegiato, storicamente importante, rinnovato e rigenerato nella viabilità di accesso. Un segno inconfondibile che distinse Monreale dei primi anni del Novecento da altre importanti realtà cittadine siciliane.
Monreale al terzo censimento della popolazione del 1881, contava una popolazione di 16.585 abitanti.
Questo in breve quanto accadde in passato.
di Natale Sabella – architetto. Tutti i diritti riservati
(Seguirà domenica prossima la seconda parte)