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VERDENA – REQUIEM

I Verdena sanno assimilare e mixare sapientemente le influenze del Grunge americano e del Rock classico anni ’70 ad una loro particolare aura “romantica” e decadente unica, risultando perfettamente originali. Pur essendo graffianti come gli Afterhours, è come se siano sempre avvolti da un manto etereo e malinconico, delicato e inquieto. Basti prestare attenzione ai loro testi, quasi nonsense, non di rado cupi e grotteschi, ma come sospesi in  una nebbia lattiginosa, come quando si sogna.  Contribuisce a trasmettere ciò non solo il loro sound, ma anche la voce del leader Alberto Ferrari: quasi sottile e leggermente tremolante, come se si dovesse spezzare da un momento all’altro, ma che sa essere anche roca e lacerante quando serve. Li hanno chiamati semplicisticamente “i Nirvana italiani”, ma dei Nirvana, oltre a qualche loro vena nel sound, hanno solo la formazione a tre. Non perché i Verdena siano migliori, ma perché sono altro. I Verdena, pur suonando un genere già esistente in precedenza e pur ispirandosi largamente al passato, come già detto prima, sono diversi. Ve lo dimostro, introducendovi quello che per me è il loro miglior disco, Requiem, del 2007. 

Dopo il breve intro Marty In The Sky, che pare presentarci una folla preda del caos dopo un bombardamento (o una sparatoria), si apre il primo brano del disco, Don Calisto, caratterizzato da un rock trascinante e dalla voce selvaggia di Ferrari. In seguito, una delle vette del disco, Non Prendere L’Acme, Eugenio, dall’incisiva linea di chitarra e dal finale travolgente. Segue l’acustica Angie, uno dei brani dove è mostrata con particolare evidenza la loro malinconia di fondo, sentimento del quale i Verdena sono maestri. Aha è un curioso intermezzo percussionistico, mentre Isacco Nucleare si avvicina parecchio al Noise Rock. Nonostante sia quasi acustica, la seguente Canos colpisce per il suo sound violento. Un assolo di batteria apre Il Gulliver, aggressiva e coinvolgente, con il basso di Roberta Sammarelli che dà il meglio di sé, mentre la voce di Ferrari afferma tristemente: “Non cresce più poesia”. Dopo il terzo dei quattro intermezzi presenti nel disco, Faro, arriva con la sua potenza rock Muori Delay, uno dei brani più famosi della band, dove si sente di più l’ispirazione Classic Rock. Segue la dolce e infelice Trovami Un Modo Semplice Per Uscirne, dove è notevole l’ispirazione allo stile di Syd Barrett. Ascoltando Opanopono, l’ultimo intermezzo, ci si sente come immersi nelle sconosciute profondità marine, mentre Il Caos Strisciante è un’altra sperimentazione Noise, insieme a Was?, aperta da un assolo di batteria e da una chitarra quasi distorta di fondo. Sappiate che questo è uno di quegli album “Dulcis in fundo”, e il dolce, quando è conclusivo, si riesce a gustarlo meglio. Sotto Prescrizione Del Dott. Huxley (cioè lo scrittore “lisergico” Aldous) è un dolce non proprio facile da assaporare, e dal retrogusto palesemente amaro, con il suo sound sferzante e la voce di Ferrari che alterna fragilità ad aggressività disperata, mentre ci dice, rassegnata: “Se nuoto nel fango/è solo colpa mia”, fino a squarciare tutto nella chiusa finale. Arpeggi di chitarra acustica, e un curioso spezzone di una processione religiosa inserita al reverse, mettono il punto al brano e ad un album che è come lo sbattere della pioggia su una finestra, in una plumbea giornata invernale.

TRACKLIST:

– Marti in The Sky

– Don Calisto

– Non Prendere L’Acme, Eugenio

– Angie

– Aha

– Isacco Nucleare

– Canos

– Il Gulliver

– Faro

– Muori Delay

– Trovami Un Modo Semplice Per Uscirne

– Opanopono

– Il Caos Strisciante

– Was?

– Sotto Prescrizione Del Dott. Huxley 

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