Monreale, 29 ottobre 2017 – Fino a poco tempo fa pensavo che i My Bloody Valentine e i Jesus And Mary Chain fossero i due pilastri dello shoegaze, quel genere di alternative rock anni ’90 fatto di muri di suono eterei, prodotti da chitarre rumorose e voci straniate. Ma da poco ho dovuto ricredermi e In Ribbons dei Pale Saints, uscito nel 1992, è stato il motivo. La musica del gruppo di Leeds fondato nel 1987 da Ian Masters sembra grunge suonato da un gruppo di monaci buddhisti, il blocco di suono creato da chitarre, basso e batteria ricrea atmosfere sognanti e in un certo senso delicate, sia che gli argomenti siano il dolore sia che siano la spensieratezza, senza la stucchevolezza dei Cocteau Twins o lo stile spaccatimpani dei Jesus And Mary Chain.
La voce di Ian Masters è limpida e contemplativa, non roca e non sussurrata, tersa.
La sensazione è come se provenisse da un’altra dimensione, anche se è alternative rock quello che sta cantando. Throwing Back The Apple è il singolo del disco e il brano che secondo me rappresenta di più la band e il modo di cantare del suo leader, a cui si aggiunge in brani come Thread Of Light l’altra particolare e distaccata voce di Meriel Barham, futura leader del gruppo dopo l’abbandono di Masters.
Le linee melodiche sono dolci e dal “frastuono discreto”, decadenti in maniera leggera. In Shell troviamo anche un violoncello a duettare con la chitarra; Liquid invece, dopo un’introduzione acustica, esplode in potenza e ritmo. Un gioiellino è Featherframe, con una linea di chitarra acustica quasi liquida che si intreccia a quella di chitarra elettrica e al resto degli strumenti. Anche qua Meriel mostra a Elizabeth Fraser che si può cantare in maniera trasognata senza per forza far tremare la voce. A Thousand Stars But Open, che chiude splendidamente il disco, è una ballata underground con ancora il violoncello tra i protagonisti. “Non cadere così in basso/non provarci e dormi” canta Ian con la sua voce incantata, e forse è meglio che me ne vada a letto.