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Peter Steele: Come il gigante buono del goth si difende dalla ruggine d’Ottobre 

Monreale, 11 dicembre 2017 – La stagione ormai sta per volgere verso l’Inverno. Fa Freddo. Quando fa freddo e ho voglia di ascoltare musica, c’è una band che mi viene in mente prima di tutte. E ancora di più il suo leader. I Type O Negative di Peter Steele, un artista che, una volta conosciuto, raramente lo si dimentica.

Guardandolo negli anni ’90, Peter Steele si presentava come un semi-dio alto due metri dai capelli lunghi neri, gli occhi verdi e il corpo scolpito di un Adone greco. Lo seguiva una capacità innata di calamitare l’attenzione su di sé ovunque si trovasse, sul palco e non, nonché la reputazione di rockstar aggressiva e violenta grazie allo stile musicale e scenico della sua prima band, gli scioccanti Carnivore, sciolti nel 1987.

In realtà Peter era un ragazzo timido e gentile quasi fino all’eccesso, il contrario del suo alter-ego famoso che si era creato per celare la sua grande insicurezza. Le varie sfaccettature del suo essere egli le riversò involontariamente tutte nella sua opera musicale, ed ecco che i Type O Negative passano dalla violenza e durezza del primo album Slow, Deep and Hard (1987) – un disco per stomaci forti – al languore cupo, sensuale e vampiresco dell’album della svolta, Bloody Kisses (1993): un disco dove melodie massicce e pesanti si fondono con la morbidezza della voce profonda di Steele, che accarezza in maniera profana temi quale la religione, la morte e l’amore passionale. Un gioiello di Goth elegante e intenso, dalle liriche “decadenti”.

Nel disco di cui parlerò oggi, October Rust (1996), è ancora più accentuato lo stile malinconico e romantico, l’amore per la natura e gli esseri femminili, al cospetto dei quali l’autore si prostra. L’atmosfera è decisamente autunnale, pagana, ma anche più “leggera” rispetto al precedente capolavoro. L’intro di violoncello e tastiere di Love You To Death apre il disco, seguito dalla linea “massiccia” delle chitarre e dalla voce possente e profonda di Steele, una disperata dichiarazione d’amore.

Haunted è uno dei brani chiave del disco, struggente e in un certo senso delicato, la voce quasi trasognata, nonostante il tappeto sonoro “grave”. Red Water è solenne e coinvolge nell’universo emozionale del leader, uno dei brani in cui apprezzare al meglio le tastiere di Josh Silver, maestro nel suo campo e braccio destro di Peter. La concezione quasi mitologica della natura e della donna appare predominante in brani come In Praise Of Bacchus e Be My Druidess, mentre in Green Man è Peter stesso il protagonista: “Uomo Verde” non è altro che il soprannome che gli era stato dato da quando era stato assunto come guardiano dei parchi per il New York City Department Of Parks and Recreation, impiego che amava e che, se fosse dipeso da lui, non avrebbe mai lasciato nemmeno per tutti i tour del Mondo.

Wolf Moon presenta uno dei momenti più “duri” del disco, mentre Die With Me è una richiesta d’amore verso la sua fidanzata dell’epoca Elizabeth, che aveva lasciato l’America per andare a studiare a Londra, un brano dolce e romantico con la voce di Peter delicata e quasi sussurrata.

October Rust, con i suoi quattro gambi di rose in copertina a simboleggiare i quattro membri della band, può essere benissimo considerato un disco cult anche fuori dal circolo gothic metal, così anomalo dentro e fuori dal genere. Puro, tenero, dark, surreale, violento, lussurioso. Come il suo “enorme” e bellissimo leader, dall’aspetto quasi minaccioso ma dall’animo buono in maniera disarmante. Dopo l’ascolto, non stupitevi se vi è rimasta della ruggine d’ottobre sulle dita.

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