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Giuseppe Lo Coco, l’ultimo “mastro” cestaio di Monreale

Cesti, panieri e gerle realizzati in giunco, in vimini e in canna: ecco chi è Giuseppe Lo Coco, l'ultimo "mastro" cestaio di Monreale (VIDEO)

MONREALE – “Un uomo che lavora con le sue mani è un operaio; un uomo che lavora con le sue mani e il suo cervello è un artigiano; ma un uomo che lavora con le sue mani, il suo cervello e il suo cuore è un artista”, celebre frase di San Francesco D’Assisi.

In Italia, l’artigianato ed i grandi maestri di una tradizione antica rappresentano un bene prezioso. Un mondo trasmesso da padre in figlio con tecniche e procedimenti mantenuti spesso segreti. Oggi, vi parleremo dell’illustre mestiere del cestaio, un vero e proprio artista che esercita all’interno delle propria bottega e con i propri strumenti, da solo o aiutato dalla famiglia.

Giuseppe Lo Coco, 68 anni, è l’ultimo “maestro” cestaio monrealese. Lo abbiamo incontrato nella sua abitazione, colma di panieri, cestini, gerle. Entrare nella sua abitazione è stato un vero e proprio tuffo nel passato. “Ho intrapreso questo percorso all’età di 6 anni. Il mio mentore è stato mio padre, da lui ho appreso l’arte, la piena padronanza dei mezzi tecnici, la tecnica scaltrita e raffinata ed i segreti più celati del mestiere”.

Giuseppe è figlio d’arte: suo padre, Castrenze Lo Coco, noto anche come Mastro Titì, lavorava in una piccola bottega in via Blandes, era uno dei cestai più apprezzati di Monreale. “Mio padre raccontava che aveva realizzato, nel periodo del dopoguerra, una miriade di ceste per il mercato ortofrutticolo. Il mercato si trovava presso la piazzetta di Padre Pio, proprietà della famiglia Ganci, storica famiglia di fruttivendoli monrealesi”.

Giuseppe, guidato dalla sua passione realizza oggetti unici da condividere con gruppi di collezionisti ed appassionati. Tra le sue creazioni ammiriamo la giara, l’anfora, i cappelli, i carretti, i portatovaglioli, i fiori, la bajour, le penne, gli orologi, le barchette… Oggetti che riflettono il mondo creativo e la personalità del cestaio. Unico nel suo genere.

“Un abile cestaio è colui che sa lavorare ogni giorno le canne, le verghe in castagno, in salice ed in ulivo – prosegue il maestro -, per lavorarli ed impiegarli nel modo migliore per creare un’opera piuttosto che un’altra. Il risultato è il frutto di un lungo studio e lavoro che dà vita ad oggetti unici e straordinari. Per creare un cesto bisogna preparare la base ed occorrono otto rametti di salice con cui, dopo averli tenuti a bagno ed asciugati, si deve formare una croce. La lunghezza dei rametti varia a seconda della grandezza del cesto. In ogni rametto a metà si crea una fessura con un coltello, per infilarci i quattro rametti e comporre una croce,  successivamente si comincia con le verghe a girare attorno ad essa fino a formare la base. Contemporaneamente si infilzano nel piatto formato le verghe, costituendo delle colonne. Dopo si intrecciano le strisce di canna tra una colonna e l’altra.  Infine si intrecciano tutte le strisce di canna rimaste con le verghe incolonnate per la rifinitura e per formare l’orlo”.

Giuseppe, durante la lunga l’intervista, spiega com’è cambiato il mestiere del cestaio. “Ai tempi dei nostri bisnonni, l’arte dell’intreccio era molto richiesta perché soddisfava le esigenze dei contadini. Infatti, i panieri venivano utilizzati nelle campagne per la raccolta. Venivano realizzate ceste di vario genere e di varia grandezza per i differenti utilizzi: u cartidduna (la cesta più grande) utilizzata per la vendemmia ed il pane, i carteddi (le ceste medie) per il trasporto al mercato di susine, fichi, prugna, fichi d’india, u panarottolo (una cesta piccola) per la raccolta dei frutti, ortaggi, mandarini e limoni, u panareddu (la cesta più piccola) per la raccolta dei gelsi”.

“Oggi, a causa della tecnologia, fare il cestaio è difficilissimo – ammette con l’amaro in bocca -. Un mestiere purtroppo destinato a scomparire, ridotto ad essere esibito nei mercati e nelle fiere. I cesti sono ormai oggetti da collezione, sostituiti da contenitori realizzati in plastica. Sono sempre di meno i giovani che decidono di addentrarsi in questa importante professione. Mi domando, perché far perdere questi mestieri nella notte dei tempi? Perché la scuola siciliana non aggiunge per i nostri bambini una materia  che insegni loro la storia e la cultura di questi antichi lavori? È essenziale che le nuove generazioni conoscano, custodiscano il sapere e le tecniche artigianali affinché la memoria dei nostri bisnonni e nonni rimanga in vita”.

Fortunatamente in Sicilia c’è ancora chi mantiene in vita quest’arte. Infatti, grazie al lavoro di alcuni cestai storici, si può ancora ammirare la bellezza dei cesti, panieri e gerle realizzati in giunco, in vimini e in canna.

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