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La terra dei miei avi – La Conca d’Oro

"I miei avi avevano la campagna nella Conca d’oro, coltivata a limoni, arance, mandarini ... oggi al loro posto un'area cementificata"

MONREALE – I miei avi avevano la campagna nella Conca d’oro. Coltivata principalmente con limoni, arance e mandarini, ma anche con fichi, noci, albicocche, uva.

Il percorso per arrivarci era una traversa della via B. D’Acquisto all’altezza dell’Albergo dei poveri, la via Cannolicchio, ovviamente non asfaltata, ma disseminata da pietre più o meno grosse, percorribile soltanto a piedi o a cavallo del mulo, rimasta così fino agli anni ’60.

Parallela ad essa c’era la strada ferrata, cosiddetta perché un tempo era stata predisposta per posarci i binari e fare la ferrovia, che è rimasta incompiuta.

Nella campagna si accedeva attraverso un viottolo che si apriva in questa strada ferrata. Al punto d’incontro tra la via Cannolicchio e la strada ferrata c’era una casa abitata dalla famiglia Di Mitri. La moglie era una professoressa che durante il periodo estivo faceva il doposcuola a mio cugino Gaetano, il quale recuperò le sue lacune a suon di ceffoni, altri tempi!  

Ancora oggi in questa zona c’è un albero d’olivo dove mi arrampicavo per gioco assieme ai miei cugini.

Negli anni cinquanta mio nonno mi portava spesso con sé. Nel periodo della fioritura il profumo di zagara era sublime a tal punto da inebriare l’anima. C’era una casa rurale con un solaio a cui si accedeva tramite una scala di legno a pioli. In estate ci villeggiava mio zio Totò con la famiglia. Aveva due figli, Gaetano ed Enza. Lo spiazzale antistante era circondato da piante di gelsomini, rose e dalie. Mi ricordo il pergolato che, oltre a fare ombra, offriva alla vista nel periodo autunnale i meravigliosi grappoli d’uva che sembravano dei piccoli lampadari di vetro soffiato. 

Quando era tempo di raccolto partecipavano un po’ tutti i parenti, anch’io, pur se piccola, seduti a circolo per “spiricuddare”. Ad ogni limone veniva tolto il picciòlo con una forbicina adatta e si doveva stare attenti a non toccare il limone per evitare che si rovinasse. Questi limoni poi venivano posti in ordine nelle “cartedde” (grosse ceste che ai tempi creavano i cestai), poi veniva un uomo con il mulo e sulla povera bestia caricava queste ceste, tre da un lato e tre dall’altro, facendo la spola tra campagna e mercato che ai tempi si trovava dove oggi c’è il ristorante “La Fattoria”. 

Il terreno era molto fertile e l’acqua era abbondante. Tutto rigorosamente coltivato a mano. C’era una sorgente dentro la quale, nel fondale, mio nonno metteva una pietra di calce, e la usavamo per bere riempiendo le “quartare”. Mi ricordo anche di una “gebbia”, sempre piena d’acqua e di limo, abbastanza grande e sollevata dal terreno, ove io ci trascorrevo il tempo non solo a guardare le rane, ma ad osservare i paesaggi che la conca d’oro offriva. E nessuno si era mai preoccupato caso mai ci cascassi dentro, l’unico divieto era di non avvicinarmi “a lu vadduni”, zeppo di canne, alimentate da torrenti d’acqua, che si formavano durante le piogge.

Ancora oggi mi capita di vedere fuori dal paese i canneti e, sapendo che sotto passa l’acqua, inorridisco, perché accanto vi sono stati costruiti addirittura palazzi.

In campagna vivevano due cani, Regina e Ruggero, e si riparavano in un forno di pietra. Quando eravamo sulla via d’Acquisto il nonno faceva un fischio. Era chiaro fosse un segno distintivo della famiglia Gullo e i cani, sentendo il richiamo, ci venivano incontro. 

Prima non c’erano i reticolati che segnavano i limiti della proprietà, la campagna era tutta aperta senza ostacoli e il confine fra una proprietà e l’altra era segnato da una pietra colorata di rosso. E quando era ora del raccolto mio nonno, l’ho ancora qui davanti agli occhi, di notte andava a coricarsi sotto gli alberi per vigilare sul raccolto. C’era anche la guardia forestale che aveva il compito di controllare la conca d’oro. E capitava spesso di incontrarla mentre eravamo lì. 

Quando tornavamo a casa ci fermavamo al Savoia a rifocillarci, mangiando anche qualcuno dei nostri mandarini. Le bucce non le buttava, ma le ricomponeva in modo da sembrare dei veri mandarini, lasciandole come mancia sul tavolo per il cameriere. Insomma era un tipo burlone, anche se molto rispettato. Ancora c’è chi si ricorda di lui, “Don Vevè”, un tiratore scelto a livello nazionale, di cui conservo medaglie e cimeli.

In questi giorni ho guardato su google heart la zona dove c’era prima il viottolo d’accesso alla campagna. Non c’è più. Al suo posto solo una bellissima villa con piscina e pannelli solari tutta recintata. Sorvolando con google heart sono riuscita a trovare il posto dove prima c’era la casa rurale, ora occupata da un’altra splendida villa con due entrate diverse, piscina e pannelli solari. 

Con gli anni ’60 l’urbanizzazione è stata irrefrenabile, travolgendo il paesaggio storico della Conca d’oro. Per chi l’ha conosciuta come era prima degli anni ’60 non può fare a meno di sentire un forte rimpianto, “come di una luce che si sia spenta sul mondo”. Oggi tante costruzioni e poca vegetazione.

Da parte mia ho provato un’angoscia tremenda, quando ho sorvolato con google heart la terra che prima era definita conca d’oro. Ora è solo un’area cementificata.

Come mai? Un motivo ci sarà stato. Secondo la mia modesta opinione, con la lottizzazione delle campagne l’agricoltura non dava più i frutti di sostentamento alle famiglie. Il lavoro era pesante e chi lo svolgeva ha preferito emigrare al nord alla ricerca di un lavoro meglio retribuito e che costasse meno fatica, come nelle catene di montaggio o alla FIAT o presso altre fabbriche.

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