Cosa ci chiede la società e di cosa abbiamo realmente bisogno

Abbiamo bisogno di essere meno global, di vivere il presente, di contatti empatici, di mascara colato, di rughe e di odori buoni

Chi può negare che da due anni stiamo subendo restrizioni che ci privano di libertà e spontaneità? La pandemia ha finito per frenare propositi e movimenti, ha limitato gli slanci del pensiero che si avventura sempre meno verso il futuro e rimane sospeso in una bolla. Abbiamo paura di proiettarci verso tutto ciò che non è stabile e sicuro. Tutto bascula e vacilla e noi ci ritroviamo fragili, sgretolati, frantumati. Il mondo che conoscevamo sembra perduto e quella fase transitoria della pandemia si è trasformata in una presenza stabile, ingombrante che stenta a sloggiare dalle nostre vite. 

Le crisi di panico, gli stati depressivi erano già una realtà che le statistiche ci davano in costante aumento nelle scorse stagioni e in particolare nelle fasce d’età adolescenziale e giovanile. In questo ultimo anno questi malesseri interiori si sono acuiti e moltiplicati e il Covid ha contribuito in maniera esponenziale alla diffusione del malessere psicofisico e anche se non può essere additata come l’unica causa ha finito per scoperchiare il vaso di Pandora.

La sempre maggiore frequenza di fenomeni legati a fragilità emotive, a disturbi psichici con annesse crisi di panico, non sono altro che il frutto di una società piramidale che ci ha richiesto sempre di più, che ci ha spinti oltre le nostre possibilità spostando i limiti sempre oltre e ancora avanti. Ci misuriamo continuamente con standard e prestazioni, le aziende chiedono performance che riducono gli uomini a macchine che hanno davanti istogrammi che devono svettare come grattacieli. Un’immagine è rimbalzata in tutti i nostri schermi durante le Olimpiadi, quella di Simone Biles, le sue lacrime sono state la dichiarazione della sua fragilità davanti a tutto il mondo. Lei si è fermata.

Il compito che ci è stato assegnato o che vogliamo portare a termine non può finire per schiacciarci. 

E noi quando ci sentiamo incastrati, tristi, frustrati riusciamo a dirlo che non ce la facciamo? O dobbiamo sempre dimostrare al mondo che una foto ci ritragga felici, che tutto vada a gonfie vele edulcorando la realtà? 

Abbiamo bisogno di mascara colato, di rughe e di odori buoni. Abbiamo bisogno di verità che ci restituiscano gli odori della terra, necessitiamo di contatti empatici in un mondo che sia vicino ai bisogni di tutti e dove a ognuno sia dato un ruolo socialmente utile.

Nessuno può rimanere ai margini, nessuno può essere confinato nell’isola della patologia mentale e lasciato allo sbaraglio. 

Abbiamo bisogno di ritornare a essere meno global e più villaggio. I nostri ragazzi sentono la mancanza assoluta di un’integrazione reale nel contesto in cui vivono. Si sentono alieni, chiusi e impauriti da città che non li riconoscono, che non forniscono servizi e contesti di crescita umana, culturale e sociale. 

Scappano i nostri figli alla ricerca di un nucleo essenziale attorno al quale potersi ricostruire partendo dalle piccole cose che l’uomo tecnologico ha perduto; quella tenerezza per se stesso. 

L’uomo, essere vulnerabile, diventa forte nell’abbraccio con l’altro, cresce nella consapevolezza della propria finitezza, impara a vivere intensamente la gioia del presente e non sposta in un domani aleatorio ogni progetto, ogni desiderio e ogni speranza in attesa di un successo che diventa spada di Damocle che uccide i sogni.

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