Femminicidio: quando “il mostro” ha le chiavi di casa

Un aumento preoccupante dei casi di femminicidio e il focolare domestico paradossalmente espone maggiormente alla violenza di genere

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Piera e Roberta sono solo due delle troppe donne travolte dallo stesso tragico destino, vittime di quegli uomini che giuravano di amarle, ma che barbaramente hanno spento per sempre la loro vita e i loro sogni.

Il complesso periodo pandemico che stiamo vivendo purtroppo si caratterizza anche per l’aumento preoccupante dei casi di femminicidio commessi in Sicilia, così come su tutto il territorio nazionale:  considerato che a compiere tali delitti siano sempre mariti, fidanzati e/o compagni, non possiamo che riflettere sul fatto agghiacciante che in questo caso “il carnefice ha le chiavi di casa”.

Il focolare domestico, quello che dovrebbe essere per tutti il luogo più sicuro e protetto, paradossalmente espone maggiormente alla violenza di genere e non solo, configurandosi quale scenario tragico, il cui triste e predestinato copione si contraddistingue spesso di un clima sociale dedito all’omertà, al silenzio ed alla svalutazione sociale.

La dinamica sottesa al femminicidio, che sembra presentare uno sviluppo fin troppo ricorrente nelle sue modalità di manifestazione, necessita di una particolare attenzione sul piano della prevenzione psicosociale: ogni qual volta la relazione si è conclusa o è in procinto di farlo, il solo pensiero che l’ex-compagna possa anche soltanto immaginare di intraprenderne una nuova, innesca nel carnefice una folle ed incontrollata forma di gelosia, che si manifesta in comportamenti violenti e misogini, volti a ricompensare il proprio orgoglio ipertrofico ferito.

Il pensiero martellante “Se non più mia, di nessun altro!!” sembra dare forza all’istinto incontrollabile di chi, alla stessa stregua di una questione d’onore, intende ripristinare il proprio potere minacciato dall’autonomia legittimamente reclamata dalla donna, riprendendo prepotentemente il controllo sulla vittima, a costo di annientarla. 

Lungi da definire amore o passione tali manifestazioni relazionali dalle tinte aberranti, messe in atto da chi di fatto spesso non aveva più alcun interesse per la donna che intende possedere e controllare, non di meno non possiamo sottovalutare la natura ancestrale di esse, soprattutto nel loro riproporsi così puntualmente e ripetitivamente. Da un punto di vista prettamente psicoanalitico, emerge come l’identità degli autori di questi efferati reati si caratterizzi di una evidente fragilità, tale da non poter sostenere la messa in discussione del proprio ruolo identitario di maschio dominante: una grave e spesso insospettabile assenza di integrità dell’Io nel carnefice, si manifesta violentemente proprio nel momento in cui la vittima esplicita la volontà di volere ricominciare una nuova vita in autonomia.

La frequenza e la ripetitività di tali episodi ci dimostra come l’insieme dei programmi punitivi e repressivi messi in atto dal nostro ordinamento giuridico si sia mostrato insufficiente ed inadeguato ad arginare la portata ed il riproporsi di tali fenomeni; occorrerebbe un lavoro di rete molto più sinergico tra tutti gli attori coinvolti nel settore del contrasto alla violenza di genere: Forze dell’ordine, Magistrati, Operatori Socio-sanitari, Assistenti sociali, Psicologi, ed Insegnanti dovrebbero poter condividere una comune formazione sull’identità di genere, la sessualità consapevole, la decostruzione degli stereotipi e dei pregiudizi, nell’intento di contrastare efficacemente la violenza sull’altro da sé. Ciò aprirebbe nuovi scenari di consapevolezza e comprensione delle problematiche che sono sottese alla frequente assenza di richiesta di aiuto da parte della donna ferita e che vanno dalla paura della solitudine al timore per la sicurezza dei propri figli, dalla vergogna per il giudizio sociale alla dipendenza economica, dalla perdita dell’autostima al perpetuarsi delle umiliazioni subite. 

Pertanto, al massimo della pena da assegnare agli autori del reato, che preveda un adeguato percorso riabilitativo ove possibile, dovrebbe accompagnarsi in parallelo un piano di azione a livello interistituzionale, volto alla tutela delle potenziali vittime, di modo che le stesse chiedano aiuto e supporto alle figure professionali ed alle autorità competenti già al presentarsi dei primi campanelli d’allarme, evitando tutti i possibili contatti con il violento ed esplicitando chiaramente e tempestivamente il proprio dissenso. Affinché le vittime di violenza fisica e psicologica possano tempestivamente denunciare nell’ immediato quanto subito, è fondamentale che esse possano contare su una rete socio-familiare di sostegno che faccia da scudo protettivo, rinforzi l’autostima e il loro coraggio nell’avere prontamente chiesto aiuto ai professionisti preposti, segnalando l’abuso subito ed elaborando un piano di sicurezza per sé e per i propri familiari. 

Il coinvolgimento del Sistema Sanitario attraverso quella rete di servizi sul territorio, ospedalieri, socio-sanitari, consultori familiare, dovrebbe quanto più fortificare quel modello integrato di intervento atto a garantire sicurezza e presa in carico di tutte le donne, italiane e straniere vittime di violenza psicofisica. In quest’ambito di azione il ruolo dello psicologo è fondamentale per far sì che la vittima si affidi agli aiuti possibili, superando la paura del giudizio sociale e quelle resistenze derivanti dal trauma vissuto nella violenza subita.

Gli interventi a tutela delle vittime e delle emergenze in corso non possono fare a meno di adeguate campagne preventive e formative sulle questioni riguardanti la violenza di genere e la violazione dei diritti umani. Esse dovrebbero investire maggiormente nei luoghi aggregativi e di crescita quali le scuole di ogni ordine e grado: ciò consentirebbe di ripartire dalla costruzione di una cultura dell’incontro con l’altro, attraverso spazi di confronto che si soffermino sulla matrice socio-culturale del possesso sottesa al reato contro l’autonomia e la libera espressione della persona. 

Mentre condivido queste considerazioni con i lettori, apprendo tristemente che si stanno tenendo i funerali di Piera nel quartiere palermitano di Falsomiele: l’immagine dei pianti strazianti e delle colombe liberate in volo per lei mi riportano all’importanza della difesa della libertà personale ed alla necessità di recuperare quanto prima il rispetto reciproco  in tutte le relazioni sociali. 

*Dott. Giovanni Ferraro
Psicologo Psicoterapeuta
Dottore di Ricerca in Psicologia

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