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“Combattiamo il covid19 con comportamenti di solidarietà reciproca”, l’intervista al Prof. Scichilone

Necessario aprire una unità post Covid, "Sappiamo ancora poco sulle conseguenze della malattia. Bisogna seguire i soggetti negativizzati"

PALERMO“Dobbiamo combattere il virus con comportamenti di solidarietà reciproca. Per vincere questo virus dobbiamo prendere tempo, in attesa di ottenere l’immunità di gregge attraverso i vaccini. Ci vorrà sicuramente tutto il 2021. Ed intanto è necessario assumere un atteggiamento solidale, nella piena consapevolezza che si vince solo insieme, mettendo in atto adeguate misure di sostegno alla popolazione”.  

È questo il messaggio che il Prof. Nicola Scichilone ha sottolineato più volte nel corso della nostra chiacchierata. “L’utilizzo della mascherina, il lavaggio frequente delle mani, il mantenimento dell’opportuna distanza, sono tutti comportamenti di solidarietà reciproca”. 

Il medico, componente della commissione regionale per l’emergenza Covid dell’Assessorato alla Sanità della regione Sicilia, nonché Direttore della Scuola di specializzazione in Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Università di Palermo, è impegnato in prima linea nella battaglia contro il SARS-CoV-2.

Dirige l’UOC di Pneumologia del Policlinico di Palermo che a settembre è stata improvvisamente convertita in reparto Covid con UTIR (Unità di terapia intensiva respiratoria) con incremento a 16 posti letto.  

“Ma non possiamo inseguire il numero dei posti letto, dobbiamo porre un argine al contagio nel territorio. Con la prevenzione e con l’isolamento fiduciario”.

“Questa terribile malattia ci dà anche un’opportunità, ed è quella di resettare certi nostri comportamenti. Con la mascherina ci guardiamo di più negli occhi, non possiamo avere contatti ma abbiamo la possibilità di cambiare il modo di comunicare. Il linguaggio degli occhi non mente”. 

Il Prof. Scichilone con una parte della sua équipe

Il Prof. Scichilone parla di etica della salute. 

“Il concetto di salute rientra in quello di benessere a 360 gradi. Il Covid-19 è una malattia unica. Ha reciso i contatti dei pazienti con i loro parenti, con la famiglia. È una malattia terribile, ti fa arrivare all’ultimo respiro con consapevole lucidità. È emotivamente insostenibile assistere alle telefonate ai proprio cari da parte di pazienti, anche giovani, prima di sottoporsi ad intubazione per trasferimento in Rianimazione”.

Sono tanti i ricordi tristi che rimangono impressi nella memoria del medico, “come quello di un signore che mi ha stretto le mani, cosciente che da lì a poche ore sarebbe morto”.

Il dott. Scichilone con Rosario Ferreri e Mauro Fasone

Tra il personale sanitario ci sono anche due monrealesi, Rosario Ferreri e Mauro Fasone. Raccontano di come vengono curati i pazienti, del clima familiare che si instaura con gli ammalati che rimangono ricoverati per diverse settimane. Da un giro all’interno del reparto Covid traspare l’empatia che lega il personale sanitario ai degenti. I sorrisi, le attenzioni rivolte alle persone sofferenti sono genuini. Quello sguardo rivolto al benessere del malato ha spinto il Prof. Scichilone e la sua equipe a riunire nella stessa stanza marito e moglie, entrambi affetti dal Covid, così da sostenersi reciprocamente. La stretta delle mani di Giovanni e Rosa è diventata uno dei simboli di questo difficile Natale, la forza degli affetti che resiste all’aggressività del Covid.

Giovanni e Rosa

D: Prof. Scichilone, si può parlare di ondate del virus, o in realtà si tratta di un flusso epidemico continuo con alcuni picchi di contagi?

R: “C’è un movimento quasi prevedibile, oserei dire matematico. Sappiamo benissimo che appena allentiamo la pressione i contagi salgono, se invece le restrizioni vengono applicate e rispettate i contagi si riducono. La mazzata di novembre era prevedibilissima.

Il concetto di salute presuppone che devi trovare un equilibrio, ma abbiamo pagato un certo rilassamento. Vedo che si sta cercando di porre rimedi per quanto possibile, applicando una serie di restrizioni o conducendo lo screening negli aeroporti, ma se non c’è la consapevolezza e l’adesione del cittadino le restrizioni vengono inesorabilmente raggirate.

Bisogna puntare sulla consapevolezza della gente, che non significa fare terrorismo. Dobbiamo fornire le giuste informazioni per fare comprendere che fare sacrifici adesso, evitare occasioni di assembramento in questa fase, ci consentirà di poterci incontrare in seguito.

IL RISCHIO DELLA TERZA ONDATA

D: Siete in grado di sostenere una eventuale terza ondata?

R: Con la seconda ondata avevamo allestito nuovi posti letto. La terza ondata, se si verificherà, ci troverà con posti già occupati. Posso accelerare qualche dimissione, ma non ho un reparto disponibile per ricevere 10 nuovi pazienti contemporaneamente. Siamo al limite. Per questo dico che è necessario tenere duro queste settimane, affrontando qualche sacrificio. Solo così riusciremo a non fare crollare il sistema. Non mi illudo che riusciremo a svuotare il Reparto, ma puntiamo a gestirlo con meno pressione. È questo il mio obiettivo.

D: Come valuta la riapertura delle scuole dal 7 gennaio?

Se dovesse esserci una ripresa dei numeri dei contagi le scuole potrebbero fungere da moltiplicatore, se invece la curva dovesse scendere ci potrebbero essere le condizioni per riaprire. I ragazzi sono consapevoli della necessità di comportamenti adeguati, e i presidi hanno attuato quanto necessario ad isolare eventuali cluster, ma la voglia di socializzazione è insita nella natura del giovane, e può rappresentare il vero punto debole. Poi è chiaro che il vulnus principale è rappresentato dai trasporti.

D: L’età media dei malati da Covid-19 è variata rispetto a quella registrata ad inizio anno?

R: Nel corso della prima ondata i casi più gravi si erano registrati nelle RSA, ed è chiaro che l’età media era elevata. Recentemente abbiamo anche registrato casi di 40enni e 50enni, alcuni peraltro con necessità di trasferimento in reparti di Rianimazione.

D: Si trattava di malati più fragili con malattie già preesistenti?

R: Abbiamo avuto casi di persone obese, ma anche individui in perfetta salute, non fumatori, o addirittura sportivi. 

D: Con l’evoluzione del virus le terapie sono state cambiate?

Fondamentalmente la terapia rimane la stessa, basata su alcuni principi cardine. Una terapia antinfiammatoria con i cortisonici, anticoagulante ed eventualmente nei casi particolari antibiotica. Nel nostro Reparto si fa un grande utilizzo degli antivirali, non ci risparmiamo dall’utilizzo di tutto quello che abbiamo a disposizione. La peculiarità del nostro Reparto di Pneumologia è l’impiego della ventilazione semi invasiva, spesso con utilizzo  dei caschi. 

Sia al Policlinico che negli altri ospedali cittadini stiamo affrontando un carico assistenziale spaventoso. I medici sono preparati, competenti. Bisogna intervenire in poco tempo, l’esperienza te la fai sul campo. Ma c’è anche bisogno di coraggio. Ogni volta che entri in Reparto hai il timore di infettarti. Il rischio c’è sempre ed è messo in conto.

LA MUTAZIONE DEL VIRUS E LA VARIANTE INGLESE

D: La mutazione del virus può destare preoccupazione?

R: Da un anno ad oggi il virus ha subito diverse mutazioni. Ma si tratta di un fenomeno normale. È fisiologico per un virus modificarsi al fine di adattarsi alle nuove condizioni, per mantenere la sua aggressività e sopravvivere sull’ospite.

La variante inglese circola sicuramente già da tempo. Si conosce di più delle altre perché sono emersi molti casi. Sembra che sia più contagiosa, ma è presto per dire se è più o meno aggressiva. Ad ogni modo è verosimile che anche questa variante risponda al vaccino. 

D: È sempre consigliabile ricorrere alle cure ospedaliere o ai primi sintomi è preferibile curarsi in casa?

R: La cura non deve mai essere il “fai da te”. L’importante è contattare il medico curante subito. in molti chiedono quali scorte di farmaci bisogna tenere in casa, quale antibiotico o cortisone acquistare. È sbagliato, bisogna contattare ai primi sintomi il medico curante. Solo lui può fare una valutazione corretta della malattia e decidere di seguire il paziente a casa, monitorando alcuni parametri, come la temperatura, la saturazione ossiemoglobinica, la frequenza respiratoria. Sarà sempre il medico a stabilire se e quando sarà necessario ricorrere al ricovero in ospedale.

UNA UNITÀ DI CURA POST COVID

D: Il reparto Covid ha goduto di finanziamenti o incentivi? 

R: Non abbiamo mai ricevuto alcun incentivo, lavoriamo con la stessa dedizione di sempre. E ho intenzione, con il supporto delle isituzioni competenti, e lavorando in sinergia con le altre discipline, di attivare una Unità di cura post Covid. Mi sono reso conto che tutti quelli che si sono ammalati da Covid, anche coloro che hanno avuto sintomi lievi, anche una volta eliminato il virus manifestano, una serie di sintomi respiratori. Sappiamo ancora poco sulle conseguenze della malattia. Da pneumologo voglio creare una struttura per seguire i soggetti negativizzati e se necessario richiedere un percorso riabilitativo respiratorio.

D: Avete avuto casi di pazienti negativizzati che si sono riammalati?
Finora no, ma è possibile. Sappiamo di pazienti la cui concentrazione di anticorpi si va riducendo. Non sappiamo quanto dura la protezione, così come non lo sappiamo neanche per i vaccini. Anche per altre malattie il livello di protezione può diminuire per vari motivi. Ed infatti esistono i richiami proprio per sollecitare il sistema immunitario. Ma questa è una malattia totalmente nuova.

NON VACCINARSI È PURA FOLLIA

D: Ha fiducia nel vaccino, cosa pensa di chi avanza seri dubbi su come sono stati condotti gli studi e quindi sulla sua efficacia?

R: Avere bruciato le tappe nello sviluppo del vaccino non significa averle saltate. Le procedure previste sono state eseguite in minor tempo ma su un campione più numeroso, una condizione che ha conferito al test la necessaria solidità scientifica. Mi fido ciecamente del meccanismo del vaccino perché mi fido della scienza. Non sappiamo quanto durerà la protezione, ma ci sarà, e questo consentirà al personale sanitario di non venire contagiato e di lavorare serenamente, agli ospiti fragili delle RSA di non ammalarsi. Poi toccherà alle altre categorie, lavorando per raggiungere l’immunità di gregge.

Io sono un medico, ritengo che non vaccinarsi sia pura follia.

Giovanni e Rosa, uniti anche nella lotta contro il Covid

 

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