Dobbiamo ringraziare i nostri figli, i nostri alunni, i nostri nipoti

Quello odierno è un contesto che la nostra beata adolescenza anni 80 non ha mai conosciuto neppure lontanamente

0

Come qualcuno di voi saprà sono una maestra e da qualche anno ho lasciato Monreale per lavorare in una scuola al centro di Palermo. 

Da settembre, dopo mesi di ipotesi, incertezze e riflessioni sul da farsi, ci è stata concessa finalmente l’opportunità di rientrare nelle nostre aule. 

Ci siamo, dunque, riappropriati della nostra routine scolastica e di una normalità che sognavano da troppo tempo. 

È stata davvero una grande sfida e un’emozione forte varcare di nuovo quell’ingresso, ritrovarci nuovamente insieme in una condizione piuttosto anomala fatta di igiene scrupolosa, banchi monoposto e distanziamento. 

Sacrifici condivisi che ci hanno mostrato una sorprendente maturità nel comportamento dei nostri bambini, pronti a tutto, pur di continuare, pur di rimanere in quelle aule, mai come adesso asettiche.

L’ultima frontiera per intrecciare relazioni solide, che nel mondo virtuale non si possono e non si potranno mai realizzare. 

Il miglior modo per ritrovarsi con sé stessi e con gli altri, attraverso quelle connessioni profonde, spezzate durante il lockdown. 

Ritrovare la possibilità di apprendere in un contesto che è quello più consono, quello fatto di condivisioni, di collaborazioni, di sorrisi, di occhi che si cercano sopra quelle ingombranti mascherine.

Malgrado il momento difficile e imprevedibile, i nostri piccoli si sentono dei privilegiati.

Questa scuola ritrovata, seppur con impensabili restrizioni, è ritornata ad essere il punto fermo che li lega alla normalità, che li fa sentire parte di “un tutto” più ampio e articolato rispetto a quello familiare. 

Diverso è il discorso per gli adolescenti e i giovani, costretti alla DAD ormai da circa un mese. 

Liceali e universitari che stanno esplorando il loro mondo scolastico e culturale ancora una volta “da remoto”. 

Al contrario della nostra generazione, che ha pienamente e profondamente vissuto la propria gioventù, loro si son dovuti adeguare a ben altre restrizioni, che non fossero quelle normalmente imposte dai genitori, come avveniva per noi, ex ragazzi anni 80, in un’epoca impegnativa ma senza cellulari e senza troppe complicazioni.

Per i ragazzi del 2020 niente università o scuola in presenza, niente sport, niente passeggiate tutti insieme, niente aperitivi, niente feste, niente goliardie, niente di niente.

Una condizione necessaria ma innaturale, inconciliabile con quello slancio potente che per circa un decennio (dai 14 ai 24 anni) ti fa venir voglia di uscire, incontrare gente, conoscere il mondo, fare cazzate, fallire, rinascere…innamorarsi

Tuttavia moltissimi ragazzi non si sono ribellati, non hanno protestato ma si sono responsabilmente adeguati alla nuova realtà.

È di qualche giorno un’esperienza, riportata da La Repubblica – Palermo, legata a un’iniziativa organizzata da alcuni studenti di un liceo classico cittadino. I ragazzi per sfatare il pregiudizio che li indicava come abulici, sciatti, in pigiama a seguire le lezioni in video-conferenza, si sono vestiti di tutto punto e si sono presentati eleganti e sorridenti alla loro sbigottita insegnante.

Una lieve presa di posizione per conferire valore anche estetico a un modo di fare scuola che ha un po’ perso la sua dimensione naturalmente austera e istituzionale. 

E da questa sorta di normalità anormale, io non posso che osservare gli studenti e apprezzarli, offrendo loro la mia più profonda e sentita solidarietà.

In un’età dove raramente ci si sottomette al volere degli adulti, la maggior parte degli adolescenti ha accettato qualsiasi imposizione calata dall’alto, consapevoli della necessità del loro sacrificio. In molti hanno pensato di modificare il loro quotidiano per tutelare i genitori, i nonni, le persone  più vulnerabili, chi vive in trincea negli ospedali.

Giovanissimi disciplinati in un mondo rallentato e in balìa di un virus subdolo e pericoloso, rispettosi delle regole molto di più rispetto a un buon numero di adulti. 

Ogni mattina percorro a piedi il breve tratto di Corso Vittorio che mi conduce a scuola.

Spesso ho il tempo di guardarmi attorno. Da un mese non vedo più i ragazzi con lo zaino, le felpe e gli auricolari, vedo solo adulti, anzi vedo molte persone anziane, non di rado con la mascherina calata sotto il mento, con la sigaretta tra le labbra, con la strafottenza irresponsabile di chi si crede al di sopra delle circostante, forse anche al di sopra di questo maledetto virus.

Sono gli individui considerati a rischio, la cui tutela è la stessa che ha reso i giovani reclusi in casa, privi del diritto naturale di vivere serenamente in un mondo sicuro. Una constatazione che indigna e fa riflettere su tutte quelle invettive immotivate che spesso gettiamo addosso ai nostri figli e a tutti i ragazzi. 

Troppe volte abbiamo pensato che i nostri adolescenti non fossero in grado di assumersi le proprie responsabilità. Che non fossero capaci di accogliere le esigenze degli altri, di chi sta peggio, di chi si trova in pericolo. Ebbene abbiamo sbagliato, avvinghiati a una retorica a buon mercato, che ci ha sempre “scagionati” dai nostri errori. 

In un simile contesto sociale confuso, impaurito e con prospettive esigue, non possiamo che fermarci in silenzio e osservare con obiettività. 

Non possiamo non ammettere che 

Allora dovremmo dare spazio alla necessità di ringraziare i nostri figli, i nostri alunni, i nostri nipoti, i ragazzi tutti. 

Una volta tanto dovremmo seppellire la vecchia ascia di guerra generazionale, insieme alla nostra spocchiosa supponenza, smettere di criticarli e seguire il loro esempio, con più umiltà. Potremmo trarne un grande insegnamento: i ragazzi del nostro tempo sono l’unica vera speranza che ci rimane, teniamocela stretta e coltiviamola insieme.

Commenta la notizia

L'indirizzo email non verrà pubblicato.