I bambini, come al solito, stanno pagando il tributo più oneroso all’isolamento da Covid19

I bambini, gli invisibili di ogni tragedia umana; nella Fase 2 studiare opportuni spazi, anche all'aperto, dove possano tornare a incontrarsi

0

– “Ciao maestra mi manchi tanto, i giorni trascorsi insieme sono stati bellissimi, ma adesso i giorni del coronavirus sono brutti, non mi piacciono”.

G., 6anni, prima elementare, attraverso un video, ovvero una delle poche modalità che ci sono rimaste per poterci vedere e per riconnettere sensazioni ed emozioni, malgrado l’assenza dolorosa del calore di un abbraccio. 

Sono una maestra e, come tutti i colleghi, sto cercando di mantenermi creativa e costantemente “sul pezzo”, barcamenandomi in quella sorta di “utile delirio” rappresentato dalla DAD. 

A mio avviso (e anche secondo il parere di molti, ad esempio del movimento di cooperazione educativa) la DAD è, in questo momento, una buona opportunità, ma rimane sempre un’opportunità di natura emergenziale.

Per adesso è l’unica che abbiamo, pertanto è giusto che si cerchi di ottimizzarla al massimo, malgrado presenti, in relazione ad alcuni alunni e ad alcune specifiche situazioni, limiti piuttosto evidenti e a volte invalicabili. 

In ogni caso nessuna piattaforma, dalla più sofisticata alla più snella, potrà mai sostituire la scuola in presenza.

In alcuni quartieri, storicamente ai margini, la scuola rappresenta l’unica alternativa possibile a una vita che, per molti ragazzini, appare già predestinata sin dalla nascita. 

A un buon numero di alunni, senza questo “baricentro” solido che faccia da contraltare al disagio delle loro realtà familiari, viene ancora più semplice consegnarsi ad altre prospettive di vita, non ultima la criminalità.

E non esiste nessuna didattica a distanza che possa impedirlo.

Quella in presenza, al contrario, qualche sforzo in più riesce ad attuarlo, perché è fatta di azioni dirette, di potenza creativa, di legami affettivi forti…di emozioni. 

I ragazzi e i bambini delle periferie più disagiate, in questo frangente, inevitabilmente si disperdono, nei meandri della disperazione di non poter neppure assicurarsi il cibo, dei carnai dentro casermoni squallidi, dell’incuria e della disattenzione. 

È sufficiente anche un segmento temporale piuttosto breve e il danno terribile e, spesso irreparabile, è fatto. Ma non sono solo gli alunni dei sobborghi a soffrire. 

In questo spasmodico incentrare ogni discussione sulla DAD, su come cercare di portare, via etere, la scuola a casa, sulle possibili connessioni da potenziare, sugli ingenti investimenti, si perde la dimensione profondamente umana di quelle connessioni autentiche e dirette, perdute all’interno di questa surreale vicenda.

I dibattiti a monte pare non prendano seriamente in considerazione l’impatto che tale dimensione incredibile ha avuto sui più piccoli.

E infatti di come stia impattando questa nuova realtà di “reclusione forzata” sui bimbi, nessuno ne discute con lo scopo di alleggerirne gli effetti complessi. 

Questo perché ogni pandemia annovera storicamente sempre i soliti grandi assenti, gli invisibili di ogni tragedia umana: i bambini.

Nessuno che affronti il problema di come questa drammatica condizione di staticità innaturale si sia abbattuta su di essi. 

Nessuno che analizzi le probabili conseguenze del totale annullamento delle loro relazioni sociali, in un arco temporale lungo quasi due mesi. Nessuno che si preoccupi di quanto questa emergenza sanitaria possa trasformarsi, per i più piccoli, in un’esperienza troppo forte da sostenere, fatta di angosce, solitudine, paure e fantasmi. 

I bambini sono, in questo frangente, piccoli esseri considerati talmente resilienti da ricordarsene solamente per definire i dettami di una didattica a distanza, che per lo stesso termine che la denota “a distanza” include tutta la precarietà di una scuola eterea, senza spazi, senza corpi e senza emozioni reali. 

Da insegnante mi sentirei inadeguata e ipocrita se facessi finta di niente, se non ribadissi quella che è semplicemente un’ovvia realtà: i bambini, come al solito, stanno pagando il tributo più oneroso per l’innaturale condizione di clausura cui sono costretti dall’emergenza e nessuna didattica virtuale può “aggiustare” questa amara evidenza. 

Essi, specie quelli più piccoli, non riescono a spiegarsi la ratio di tutto questo. Non riescono a comprendere fino in fondo la necessità di questo rocambolesco cambio di vita, che li ha letteralmente travolti. La perdita della classe, del loro primo nucleo sociale di comunità, del loro microcosmo fondamentale, dopo quello costituito dai legami familiari, è difficilissima da accettare, ancor più da quando la speranza di rientrarci in tempi brevi è diventata una vana chimera. 

I bambini hanno bisogno di metabolizzare ciò che stanno passando, non tramite un percorso nebuloso e vago, ma attraverso la narrazione di eventi, che rechi in sé la speranza di un futuro, non troppo lontano, di ritrovata normalità, un futuro che riprenda in carico le loro necessità più profonde. 

Invece, si parla di fase due, dell’auspicabile riapertura delle attività commerciali, di ripresa della vita degli adulti, ma di studiare opportuni spazi, anche all’aperto, dove i bambini possano tornare a incontrarsi e ad avere una vita sociale, che riequilibri il loro benessere psicofisico, non mi pare che se ne sia ancora parlato. 

L’ipotesi di un isolamento sociale dei piccoli, esteso per tempi biblici, avrebbe, a mio avviso, ripercussioni insostenibili sul loro sviluppo psico-fisico. Le conseguenze di un distanziamento sociale rigorosissimo, imposto ai bambini, sarebbero potenzialmente gravi esattamente quanto l’esposizione al virus.

Dovremmo tutti considerare e riguardare un po’ di esperienza pedagogica pregressa, come auspicabile fonte d’ispirazione. 

Ci furono scuole pioneristiche già in tempi remoti, come la Scuola del Sole, ubicata all’interno del parco Trotter di Milano, che fecero della didattica all’aperto il loro fiore all’occhiello. 

Sarebbe bello tornare all’essenziale, rimodulare il più efficace degli approcci didattici, ovvero quello legato alla natura, al vivere parte delle giornate nei parchi, nei giardini o nei cortili.

Ritornare a sedersi sotto gli alberi a discutere e a praticare direttamente su una lavagna senza bordi né orizzonti, la matematica, le scienze, la geografia, la storia e la narrazione di mille racconti.

Dovremmo andare oltre rispetto a questa didattica virtuale, fondata sul surrogato di rapporti umani, enfatizzato dalle finestrelle di uno schermo da cui far affiorare volti lontani e dal buio disciplinato di microfoni silenziati.

La natura, dal nostro isolamento, ha tratto immane giovamento, tanto da mostrarsi particolarmente rigogliosa. Riconsegniamola, allora, come premio ai nostri piccoli e…ascoltiamo nuovamente le loro voci, perché troppo silenzio ovattato può diventare la fine ingloriosa del nostro scopo ultimo, ovvero la formazione di futuri cittadini solidi e perfettamente consapevoli del mondo in cui vivono.

Commenta la notizia

L'indirizzo email non verrà pubblicato.