Monreale, 29 luglio 2018 – “Esprimo la solidarietà della Chiesa di Monreale nei confronti di questo fratello senegalese che è stato aggredito, come esprimo la più ferma condanna nei confronti di quest’atto di razzismo e di xenofobia”.
Sono le parole di Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, dopo l’aggressione subita da un giovane senegalese di 19 anni, richiedente asilo a Partinico.
Il ragazzo è stato aggredito e offeso con insulti razzisti mentre lavorava in un bar in piazza Caterina al servizio ai tavoli. Il giovane, ospite di una comunità dal 2016, ha presentato una denuncia ai carabinieri della compagnia dopo che un gruppo di giovani lo ha aggredito sul posto di lavoro provocando ferite guaribili in sette giorni.
Il vescovo di Monreale ha condannato fermamente il gesto. “L’atteggiamento dei cristiani – afferma il prelato – e di tanti uomini di buona volontà in Sicilia è caratterizzato dall’accoglienza, dalla protezione umanitaria, dalla promozione della persona umana, dall’integrazione nel territorio e nella nostra cultura. Basti pensare ai soccorsi agli immigrati da parte dei pescatori, dei militari, dei medici, dei volontari, della Caritas, delle associazioni”.
“A coloro che sono sbarcati nelle nostre coste – continua Pennisi – il nostro compito di cristiani è quello dell’accoglienza, del prendersi cura, vincendo il muro dell’indifferenza, con lo stile del buon samaritano. Siamo chiamati a farci prossimo degli altri, chiunque egli sia e da qualsiasi parte arrivi, qualsiasi problema porti, qualsiasi sia la difficoltà; siamo chiamati a fare sempre il primo passo verso uno stile di accoglienza e di misericordia, a guardare chiunque bussa alla nostra porta con quello che ha detto Gesù: “Ero straniero mi avete accolto. Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto e rifiutato di ogni epoca”.
Per l’arcivescovo monrealese è necessaria una rivoluzione culturale: “occorre aprirsi alle logiche dell’accoglienza, della solidarietà; bisogna lavorare moltissimo sull’educazione e sulla cultura dell’incontro, fornendo dati reali. Prima ancora del semplice accogliere, oggi è fondamentale creare una cultura dell’accoglienza, correlata alla cultura della mondialità, per creare una globalità umanizzata e umanizzante.
Proprio in questi giorni il parroco di Santa Caterina in Partinico (dove è avvenuta l’aggressione) si trova in Africa con un gruppo di volontari, in Tanzania, proprio per aiutare quelle persone sul posto, sia attraverso l’evangelizzazione che attraverso opere di promozione umana e sociale, per far sì che ci sia uno sviluppo e un’attenzione a queste persone, anche in Africa”.