DRESDEN DOLLS: IL PUNK È TEATRO 

L'attitudine punk si fonde col cabaret, lo stile burlesque si sposa con la critica sociale

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Monreale, 10 settembre 2017 – Ricordate l’introduzione alla mia prima recensione? Avevo detto che li avrei recensiti, ed è ciò che mi appresto a fare adesso. Questo gruppo, formato nel 2000 da Amanda Palmer e Brian Viglione, è un’altra bella gatta da pelare per me, che la musica la so ascoltare ma non posso certo considerarmi “esperta”. Evidentemente ho un’inconsapevole fascino verso il masochismo, che essendo io una goth mancata ci sta anche. Già parlare delle personalità dei componenti di questo duo è abbastanza complesso, ma lasciamo che sia la musica a farlo.
Amanda e Brian, si narra, si conobbero ad una festa di Halloween e lì si accese la scintilla. Scintilla che, appena il gruppo fu fondato, divenne un fuoco d’artificio. Il disco che vi presento oggi è il loro primo album del 2003, dal titolo omonimo The Dresden Dolls. Un album in cui l’attitudine punk si fonde col cabaret, in cui lo stile burlesque si sposa con la critica sociale.
Il brano di apertura, Good Day, è una trascinante ballata punk, ma è la seconda canzone dell’album, Girl Anachronism, a far esplodere il disco: dopo un’introduzione al piano sempre più incalzante, l’urlo di Amanda e la sua voce teatrale, accompagnata da piano e basso che si rincorrono quasi in maniera circense, con le percussioni che sanno fare bene la loro parte. Lascia quasi col fiatone arrivati alla fine, è il momento in cui a mio parere i due autori mostrano più chiaramente il loro istrionismo.
Missed Me procede cadenzata e languida, in certi minuti quasi sussurrata, con un’incursione più violenta di batteria a metà brano. Bad Habit sembra quasi una filastrocca dark, il piano onnipresente e gli altri strumenti che ci danno dentro con energia. Slide ci presenta momenti eterei, “fatati”, e un tamburo suonato come se dovesse suonare una marcetta, per poi spegnersi in un finale aggressivo. The Perfect Fit si apre con un’introduzione che sembra suonata da un carillon, una delle più intimiste e significative del disco. Un disco che è “strano”, che è irresistibile, o inascoltabile, che è bello, che ricorda il teatro vaudeville, il punk più sincero e i freakshow anni ’30, o anche le ragazze dei locali parigini anni ’20. È strano, come del resto lo sono anche i suoi autori (guardare la loro foto di copertina per capire). Di certo un disco da ascoltare dall’inizio alla fine. 
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