Segnala a Zazoom - Blog Directory

MOGWAI – MINIATURE DELL’UNIVERSO DEL SOGNO

 I prodigi della Musica sono innumerevoli, perfino ricreare il Big Bang con le note: un’esplosione di suoni e melodie irreplicabile, di qualsiasi tipo, che dà alla luce qualcosa di nuovo e dopo il quale niente è più come prima. Incandescente e glaciale insieme. Qualsiasi, e dico qualsiasi, che significa qualsiasi, sentimento o sensazione o stato d’animo o semplice pensiero che la mente umana può produrre, dai più banali ai più contorti, vengono resi dai Mogwai una poesia musicale, un flusso di coscienza sonoro. Gioia infinita o estasi, spensieratezza o panico feroce: i Mogwai hanno una melodia per tutto questo. Sono il Beethoven, il Lizst degli anni ’90/2000. Di primo piano nella band sono l’uso del violoncello e del pianoforte, suonati in maniera Post-Rock e Classica insieme. Io adesso cercherò non di recensire un solo album nel dettaglio, ma di parlare nel complesso dei principali loro album, in ordine cronologico. Faccio per loro questa “innovazione” nel mio modo di recensire nella rubrica, perché gente, parlare dei Mogwai considerando un solo album è come parlare della Commedia di Dante leggendone solo un canto.

Come On, Die Young (Dai, Muori Giovane): Pubblicato nel 1999, il secondo album dei Mogwai (dopo Mogwai Young Team del 1997) mostra il “dark side” della band, l’introspezione più malinconica e cupa. Presente, anche solo in maniera velata, in ogni loro disco, quello che potrebbe sembrare il classico stile gotico di molte band, la classica maniera di concepire e creare atmosfere musicali oscure, in loro diventa la proiezione di un sogno inquietante e a tratti oniricamente grottesco, espressione di sonorità quasi “stravolte” dalla distorsione dei suoni, una delle peculiarità della band. Tra gli altri brani spiccano perle come Punk Rock, un’intervista ad Iggy Pop sul senso della musica Punk, con uno splendido sottofondo di piano, e Helps Both Ways, un intrecciare il buio ad una dolce malinconia. 

Rock Action (L’Azione Della Roccia): Il terzo disco del 2001 fonde quello stile “delicatamente cupo” delle origini ad un’armonia trasognata, a cui ci si può solo abbandonare, diminuendo l’uso delle distorsioni sui suoni. Particolare in questo album l’uso della chitarra acustica, in certi punti molto simile ad un liuto, e la voce di Gruff Rhys dei Super Furry Animals. Rock Action è uno dei loro dischi dove si sente di più quell’amalgama di sonorità che culminano nell’esplosione di cui parlavo all’inizio (basti ascoltare la meravigliosa You Don’t Know Jesus).

Happy Songs For Happy People (Canzoni Felici Per Persone Felici): Il 2003 vede l’uscita di uno dei capolavori dei Mogwai, da far “tremare le vene ed i polsi” per citare Dante, ma non per la paura stavolta, a meno che per paura non s’intende lo sconcerto che si potrebbe provare davanti alla bellezza di quest’album. Tornano le distorsioni originarie accanto alle melodie più stranianti, creando uno degli album più frastornanti per la quantità di sensazioni sempre differenti che riesce a scatenare.

Mr. Beast (Signor Bestia): Se il precedente disco si può definire uno dei loro capolavori, Mr. Beast del 2006 è il capolavoro dei Mogwai, la summa del loro stile. E capolavoro è il brano di apertura del disco, Auto Rock, uno dei loro più celebri, un crescendo meraviglioso di pianoforte e chitarra elettrica che si fondono perfettamente, è la descrizione in musica dell’estasi più pura. E’ in questo disco che il piano inizia ad assumere un ruolo di spicco, insieme alla chitarra, ora acida, ora morbida. E sul particolare rapporto “morbidezza- asprezza” è tratto l’intero disco, con altre vette assolute come Acid Food e Friend Of The Night.

Hardcore Will Never Die, But You Will (L’Hardcore Non Morirà Mai, Ma Tu Sì): Riemergo dall'”Universo Mogwai” concludendo la mia recensione parlando dell’ennesimo loro disco capolavoro, uscito nel 2011. Il loro album più “romantico” e decadente, leggero, malinconico, incisivo. Purtroppo (o forse no) non ho molte parole per descriverlo, solo dire che è sublime, come sublime è il brano di chiusura, Music For A Forgotten Future, una suite di 23 minuti circa dove sono presenti un violoncello e un pianoforte, tra gli altri strumenti impiegati, da far venire i brividi, pur delineando melodie lineari nella loro bellezza, e forse proprio per questo. C’è tutto in questo brano, tutto, è un “disco nel disco”, una creazione che potrebbe essere benissimo indipendente, potrebbe esserci un disco con solo lei incisa e sarebbe lo stesso perfetto. Invece non è sola, è la chiusa di un disco che è come una miniatura dell’anima che le sue sonorità hanno dipinto, una musica per un futuro dimenticato indimenticabile.

                       

Commenta la notizia

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.