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Alfredo Cavolo, l’ultimo calzolaio di Monreale

Il calzolaio, un nobile mestiere tramandato da padre in figlio

MONREALE – Da sempre l’artigianato in Italia rappresenta una storia fatta di tradizioni e mestieri tramandati da padre in figlio. Oggi, vi parleremo del nobile mestiere del calzolaio, noto come costruttore di calzature, lo ritroviamo nei paesini, all’interno della sua bottega.

Alfredo Cavolo, ultimo calzolaio monrealese, che da anni opera nel mondo della calzatura, si occupa principalmente della riparazione.
“Ho intrapreso questo percorso all’età di 16 anni. Il mio maestro è stato mio padre, da lui ho imparato l’Arte e i segreti del mestiere”.
Alfredo è figlio d’arte: suo padre, Adolfo Cavolo, conosciuto anche come Mastro Fifì o Mastro Filippo, aveva avviato l’attività nel 1971 e grazie alla sua abilità, il laboratorio divenne uno delle calzolerie più apprezzate di Monreale. “Mio padre ha appreso il mestiere in una conceria in via Torres. Qui, ha iniziato a costruire le scarpe nuove, partendo dal materiale, le disegnava, le tagliava, le cuciva e le incollava. Aveva realizzato scarpe su misura per alcuni parroci e vescovi, in particolare per il vescovo Cassisa, al capitano dell’arma dei carabinieri Emanuele Basile, ai sindaci Nino Sirchia, Pietro La Commare e Bino Li Causi e a tanti altri”.

“Ricordo che raccontava che indossava il grembiule di pelle fino al ginocchio perché usava le proprie gambe come piano di lavoro sul quale tagliava il pellame, teneva le scarpe salde con le ginocchia mentre le rifiniva, teneva i chiodi in bocca per poi posizionarne uno per uno sulla scarpa”.

Alfredo, durante la lunga intervista, spiega come si realizzava una scarpa. “Per fabbricare un paio di scarpe nuove, un calzolaio ci impiegava circa due giorni: prendeva le misure del piede, lo studiava bene, prendeva atto dei difetti, ascoltava le esigenze del cliente e la sua disponibilità economica, poi servendosi delle forme di legno (oggi sostituite da quelle in plastica), procedeva nella lavorazione. Si lavorava con pelli bovine, equine, caprine, ovine, con il cuoio (oggi sostituito sempre dalla plastica). Per realizzare un paio di scarpe si utilizzava la pinza, “l’assuglia”, che serviva per fare i buchi dove veniva passato il ferro con lo spago e si cuciva la “chiantella” (suola) al “guardione”, (tomaia). Un altro attrezzo era la manopola, una striscia di pelle a forma di mezzo guanto, usata per fasciarsi la mano sinistra in cui si avvolgeva lo spago, utilizzato per cucire la suola. Poi si utilizzavano il martello da calzolaio che si usava per battere il cuoio e per introdurre le “centre”, i chiodi, la raspa per sgrossare, il “catino” per lisciare, la “forma”, ossia, un pezzo di legno a forma di piede che era la base d’appoggio dove si cuciva la scarpa, la tenaglia, la morsa ed il piede di porco”. La bottega era impregnata di odori strani: colla, pece, cuoio.
“Nel corso degli anni, le tecniche e i materiali per la realizzazione e la riparazione si sono evoluti. I macchinari sono la lampada infrarossa per asciugare la colla, il passaggio sottomacchina elettrica per cucire, la forma per allargare o stringere la scarpa, la pressa spara chiodi ed arnesi vari”.
Nella società moderna, la figura del calzolaio è pressoché scomparsa. Quando le scarpe si rompono vengono gettate via e non più portare dal calzolaio ad aggiustarle. Oltretutto è possibile acquistare nei negozi calzature  economiche. Questo è il frutto dell’innovazione tecnologica che non ha più considerazione per i mestieri antichi e li sta distruggendo.

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