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Obiettivi raggiunti, lotta alla mafia, il rapporto con la comunità e i momenti bui: l’intervista a Mons. Pennisi

L'arcivescovo Pennisi, per 9 anni alla guida della diocesi di Monreale, traccia un bilancio del suo ministero, con uno sguardo al futuro

Ormai è noto: l’Arcivescovo di Monreale S. E. Mons. Michele Pennisi, andando in pensione, lascerà presto Monreale e al suo posto subentrerà il suo successore, Mons. Gualtiero Isacchi, presbitero lombardo cresciuto in Lazio di appena 52 anni.

Siamo andati a trovare Mons. Pennisi che, con il garbo che lo ha sempre contraddistinto, ci ha accolto per stilare un bilancio sul suo ministero monrealese. Abbiamo trovato un uomo sensibile e profondo che, con un pizzico di emozione, ci ha parlato della sua lunga esperienza nell’Arcidiocesi di Monreale, dei suoi sentimenti verso la nostra comunità e delle speranze per il futuro della società.

Monsignore, come vede il domani di questa diocesi e soprattutto il suo futuro? Che impegni l’aspettano?

Con il pensionamento non significa che finirò di essere vescovo, continuerò ad esserlo e continuerò ad impegnarmi anche se in altri campi e con meno responsabilità. In ogni caso, fino a quando non sarà ordinato il nuovo arcivescovo, rimango amministratore apostolico con tutti i poteri del vescovo e continuerò dunque a servire questa diocesi. Qualche settimana fa, esattamente il 26 aprile, ho compiuto 9 anni dal mio ingresso a Monreale. Sono stati anni molto intensi di impegno pastorale e all’interno della società. Durante tutto il periodo sono riuscito a portare a termine visite pastorali che hanno riguardato tutti i comuni della diocesi, cosa che i miei predecessori, a causa della durata più breve dei loro episcopati, non sono riusciti a fare. Le visite pastorali mi hanno dato l’occasione di incontrare e conoscere molta gente, non solo all’interno delle chiese ma anche nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Ho cercato insomma di incontrare tutti portando loro il messaggio del Vangelo.

24 sono i Comuni nell’arcidiocesi di Monreale e 60 le parrocchie. Come ha visto in questi 9 anni cambiare la società?

Certamente ci sono stati dei cambiamenti. Parliamo, ad esempio della mafia che ha certamente diminuito la sua influenza. Non esiste più la mafia sanguinaria che esisteva precedentemente, adesso c’è ma è più nascosta e di sicuro abbiamo assistito ad un miglioramento delle condizioni sociali e a livello pastorale.

A proposito di questo, lei ha spesso tuonato contro la mafia e contro i mafiosi, anche all’interno della Chiesa e delle Confraternite. Pensa che all’interno della Chiesa ci sia ancora la presenza forte dell’organizzazione mafiosa?

Rispetto a molti anni fa questa presenza si è molto attenuata ma certamente non bisogna abbassare la guardia, bisogna anzi stare attenti a tutte le piaghe cancrenose che la mafia produce come l’usura, il pizzo o lo spaccio della droga. Da poco ho celebrato una cresima nella parrocchia di Santa Teresa e con mio grande stupore c’era la sorella del giudice Falcone che faceva da madrina. In quell’occasione ho ribadito ancora fortemente come sia importante, soprattutto per i giovani, prendere le distanze dalla mafia e ho voluto sottolineare la grande differenza che intercorre tra un padrino cristiano e un padrino mafioso.

I mafiosi spesso in passato cercavano l’approvazione da parte della Chiesa o erano devoti alla Madonna o a qualche Santo, è ancora così o queste forme di devozione fanno parte di una sub-cultura del passato?

Credo che appartengano più alla sub-cultura del passato di cui lei parla: una volta un mafioso poteva partecipare tranquillamente ad una processione e avere una onorabilità sociale, oggi in genere questo non avviene.

Parlando del suo percorso all’interno della comunità monrealese, ci sono stati dei momenti bui in cui ha incontrato particolari difficoltà?

Devo dire che momenti particolarmente bui per fortuna non ce ne sono stati, ho cercato di vivere il mio monastero con molta serenità anche se c’è stato qualche volta qualche piccolo episodio che mi ha turbato. Ricordo ad esempio come una volta qualcuno ha affisso dei manifesti che mi disegnavano come un mafioso! Poi certamente c’è stata la pandemia da Covid-19 che ha messo a dura prova la società tutta ma anche la vita della Chiesa: siamo stati costretti ad interrompere le funzioni, le processioni, abbiamo registrato una frequenza minore nelle chiese, soprattutto per quanto riguarda i giovani. Adesso però, a partire dalla Pasqua, ho notato con piacere una grande ripresa.

Che obiettivi pensa di avere raggiunto a Monreale?

Durante questi 9 anni ho cercato di lavorare parallelamente su tre linee: l’evangelizzazione soprattutto rivolta agli adulti (abbiamo battezzato molte persone di età adulta che hanno ricevuto il sacramento del battesimo, della cresima e dell’eucarestia insieme); ho puntato poi molto sui giovani e sull’educazione. Una delle esperienze più belle è stata ad esempio la visita alle scuole. Tra l’altro alcune di esse sono venute a trovarmi qui a palazzo fino a qualche giorno fa; ed infine ho voluto visitare gli ospedali, le aziende, i luoghi di lavoro e di aggregazione sociale.

E che obiettivi pensa invece si debbano ancora raggiungere?

La domanda mi regala l’occasione di parlare di un’iniziativa che proprio in questi giorni un gruppo di sacerdoti e laici sta portando avanti lavorando ad un percorso sinodale, comune. La priorità è l’evangelizzazione al fine di combattere lo spopolamento soprattutto delle zone montane da parte dei giovani. Mi auguro che, soprattutto le zone interne, possano trovare uno sviluppo sociale ma anche civile e religioso.

Conosce già Mon. Isacchi, il suo successore? Ha avuto modo di parlare e confrontarsi con lui?

No, non lo conoscevo ma conosco il suo vescovo che è stato mio alunno. Mons. Isacchi è un giovane che si vuole impegnare proprio nel campo dell’evangelizzazione e penso possa fare molto nella nostra diocesi per sviluppare uno spirito sinodale. Far camminare insieme cioè presbiteri e laici superando da una parte il clericalismo e rendendo protagonisti i laici e dall’altra il campanilismo evitando di rinchiudersi tra le mura di una parrocchia senza aprirsi alla società e alla realtà esterna.

Il suo successore, Mons Gualtiero Isacchi, non è siciliano ma è un lombardo cresciuto in Lazio. Secondo lei questa sua provenienza gli causerà dei disagi? Pensa che avrà delle difficoltà ad entrare in una diocesi complessa come quella di Monreale?

Certamente questa sua origine non siciliana gli procurerà delle difficoltà iniziali ad entrare nella nostra cultura che, com’è noto, è molto particolare. Bisogna saper leggere i codici di comportamento per decriptare certi segnali per cui ci vorrà del tempo ma ho notato che Mons. Isacchi è una persona che ascolta i consigli e credo si inserirà poco a poco nella nostra realtà per portare il suo apporto di novità che deriva dalla sua esperienza fatta anche in Lazio.

Cosa pensa di avere lasciato alla comunità monrealese e cosa invece la comunità monrealese ha lasciato a lei?

Il bene più prezioso della comunità di Monreale è il magnifico duomo e rimpiango di non poter più celebrare al suo interno ma il duomo certamente sarebbe un ammasso di pietre se non fosse animato dai fedeli. Sono rimasto colpito da un gruppo di giovani che vogliono continuare ad essere un punto di riferimento importante per la chiesa di Monreale e spero che le tradizioni religiose monrealesi come la devozione al SS Crocifisso o l’infiorata e il Corpus Domini possano continuare a fiorire ma soprattutto spero che i sacerdoti da una parte e i fedeli dall’altra, possano vivere una vita cristiana sempre più impegnata.

Che augurio vuole fare alla comunità monrealese e a Mons. Isacchi?

Il mio augurio è che Mons. Isacchi possa crescere accompagnato dall’intera comunità e trovare il punto migliore di dialogo tra sacerdoti, laici e tutte le persone che costituiscono la società, non limitandosi quindi solo alle persone che frequentano la chiesa ma aprendo un dialogo a largo raggio con le forze sociali, con i lavoratori, con i professionisti e con tutti coloro che non devono considerarsi lontani dal cuore di Cristo anche se ogni tanto si sentono lontani dalla chiesa.

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