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Il Carmine, chiamato “Giardino della Corte”, aveva un convento, un Chiostro, tante fontane

Una passeggiata al Carmine, forse per il freddo, il covid, la tv o i cellulari sempre nelle mani di grandi e piccini, ognuno resta chiuso nella propria casa e non c’è più vita nelle strade

MONREALE – Giorni fa, nel primo pomeriggio, ho attraversato a piedi il Carmine e sono sicura che tutti voi, cari concittadini, sapete di quale luogo parlo, ma mi sembra giusto dare qualche informazione storica sulla zona prima di soffermarmi sulla mia passeggiata. 

Prima di tutto accenno al vero e proprio significato del termine “Carmine” che ha origine ebraica:  “Karmel” e significa “Giardino”. 

Era chiamato il “Giardino della Corte” perché nelle abitazioni del Carmine ci abitavano nel XVI secolo i dignitari della Corte Arcivescovile. Ricordo di aver letto nel libro “Carmine di Monreale” di  G. Schirò che la Chiesa del Carmine, che si chiamava allora “S. Maria Annunziata”, fu fatta costruire nel 1560 dall’Arcivescovo Alessandro Farnese che, un anno dopo, la cedette all’ordine dei Carmelitani di Monreale. Penso che forse per questo la chiesa cambiò nome in Carmine. 

Nello stesso periodo venne costruito un convento e nel 1613 edificato un Chiostro che oggi non esiste più. 

Peccato! Oggi sarebbe stato una bella testimonianza di quel secolo e mi chiedo perché opere di questo grande valore siano state distrutte dal tempo. 

Riprendendo il discorso di prima, l’attenzione della popolazione allora si riversò verso la Madonna e il nome del quartiere cambiò in “Carmine”. 

Parlando delle strade del quartiere, sono state costruite con simmetria l’una parallela all’altra in seguito ad un progetto preciso. 

In quel periodo, parlo del XVI secolo, il più esperto muratore, a cui venivano dati incarichi di progettare e costruire strade, era Masi Oddo. 

Lui si interessò alla progettazione della “Varanni” che doveva essere una via larga e piana da servire per le corse dei cavalli in occasione delle feste e si pensa che abbia anche partecipato alla costruzione delle strade del Carmine. Già da allora si pensava alla corsa dei cavalli che si sarebbe svolta durante la festa del Crocifisso, voluta dall’Arcivescovo Venero in seguito alla fine della peste. Peccato che da un po’ di anni questa manifestazione non si fa più, forse per la troppa confusione, forse anche per evitare alcune infiltrazioni mafiose che si stavano facendo un po’ pesanti, ricordo ancora alcuni attentati che hanno fatto desistere gli organizzatori della corsa.

Ma ritornando al “Giardino della Corte”, questo occupava un vasto territorio che arrivava al “Baglio”, oggi Piazza Guglielmo, alla piazzetta Vaglica, a San Francesco e, nell’altra direzione, fino a San Castrense.

Sono rimaste poche testimonianze, purtroppo, dei secoli scorsi, l’unica eccezione è forse l’Orto Mangano, dove ancora c’è un piccolo polmone di verde che spero tanto non venga distrutto per costruirvi edifici di cemento. Infatti, qualche tempo fa, si vociferava che volevano costruirvi la scuola media.  

La cosa che più mi rammarica è che c’era tanta abbondanza d’acqua con molte fontane di cui ora, purtroppo, ne è rimasta una sola.

E, “dulcis in fundo”, le passeggiate di uno dei più grandi poeti monrealesi di tutti i tempi, al quale la bellezza della natura rigogliosa che c’era ispirò delle bellissime poesie: un vanto per Monreale, parliamo di Antonio Veneziano.

Oggi non ci sono più alberi ma case su case e nelle vie squadrate, dove ai tempi esistevano solo i pianoterra che servivano per i lavoratori e un piano per dormire, sono stati costruiti sopra altri appartamenti per cui il sole difficilmente arriva a penetrare nei locali sottostanti.

I lavoratori erano per lo più calzolai, piccoli proprietari terrieri, braccianti agricoli, piccoli allevatori di bestiame.

Ritornando alla mia passeggiata, un percorso che ogni tanto faccio per tornare al parcheggio dove sono solita lasciare la macchina quando scendo a Monreale, inizio dalla Piazzetta Vaglica e, dopo uno sguardo alla Chiesa di San Giuseppe, mi inoltro subito nella via Civiletti.

Nella parte iniziale il pavimento stradale è coperto da una moquette verde, un vero salotto con piante, un tendone come copertura e luci colorate, realizzato dalla pizzeria “Da Peppino” che, approfittando del fatto che non passano macchine a causa dei lavori in corso nel quartiere, lo ha reso gradevole agli occhi del passante.

Alla sinistra della pizzeria una stradina, “Via dell’Ospedale”, si snoda sotto un arco che  porta al corso Pietro Novelli, costeggiando la chiesa della Madonna dell’Odigitria del XVI secolo e l’ex ospedale oggi Biblioteca Comunale. 

Sulla sinistra proprio di fronte la Chiesa c’è il rione dell’Itria, che prende il nome della stessa Chiesa “Itria” fondata nel ‘500 e sede della società dei Cappuccini ma che, purtroppo, non mi è mai capitato di vedere aperta. 

Il luogo è molto conosciuto per via del forno della famiglia Tusa che ne prende anche il nome, un forno storico che risale agli anni ’50 se non prima. 

Se ci mettiamo con le spalle alla chiesa vediamo due vie. Una a sinistra con un arco che costeggia il lato posteriore di San Giuseppe e una a destra che costeggia il forno dell’Itria, che sboccano entrambe nella via Ludovico Torres, una strada che dal parcheggio permette ai turisti di arrivare in città. 

Riprendo a percorrere la via Civiletti, una via molto lunga che insieme alla sua parallela via Carmine sbocca con un balcone sulla Conca d’oro. Inoltrandomi a destra nella via Sant’Anna, mi rendo subito conto che le strade sono deserte e silenziose, è vero che ci sono dei lavori in corso,  ma non vedevo nessun operaio al lavoro, forse erano in una postazione più lontana.

Ovunque passavo, vedevo balconi chiusi senza la presenza di un’anima viva, non si sentiva nessuna voce. Continuando la passeggiata, all’altezza dell’Orto Mangano, mi inoltro nella via Sant’Anna che costeggia sulla destra il lato posteriore della biblioteca, facilmente riconoscibile dalle finestre e dai rifiuti perpetui ammucchiati dietro un suo portoncino, sembra non vengano mai rimossi perché ogni volta che passo da lì ci sono sempre cumuli di sacchetti come ne facessero parte integrante. A sinistra, vado per la via Carmine e percorro una ventina di metri,  svolto a destra per la via Belvedere che si congiunge con la via Kennedy, la strada che porta alla scuola media Veneziano ed alle elementari P. Novelli, per intenderci. Le vie, il cui pavimento è in  fase di ristrutturazione, mi appaiono deserte e silenziose tanto che mi rattristo ripiombando in quel senso di solitudine che provo a non sentire il vocio della gente o il gridare gioioso dei bambini che giocano nella strada, ma questo è un fenomeno che in tutti i quartieri ormai è diffuso. Forse a causa del freddo o del covid o della tv o dei cellulari sempre attivi nelle mani di grandi e piccini, ognuno resta chiuso nella propria casa e non c’è più vita nelle strade escluso il corso che è ricco di negozi.

Questi rumori, di cui sento la mancanza anche nel mio quartiere a nord del paese, io li chiamo  “vita!”: quello che dovrebbe esserci nei luoghi dove le case sono tutte una a fianco all’altra e le strade così strette che a stento ci passa un’auto. La vita… dove gli abitanti conversano l’uno con l’altro, tale è la vicinanza dei balconi o dei pianoterra, e se c’è bisogno di aiuto si accorre.

Durante il mio percorso incontro le traverse (via Fontana Rotonda, via Soldano e via Duca degli Abruzzi) che si intersecano con via Belvedere. A proposito della via Duca degli Abruzzi, un tempo veniva chiamata “la calata dei jenchi” (giovenchi), perché da questa strada passavano gli animali che venivano condotti al macello che per fortuna adesso non esiste più.  

Mentre ero intenta in queste riflessioni, ecco che all’improvviso mi colpisce il miagolio sofferente di un gatto tanto che comincio a guardarmi intorno per vedere da dove veniva quel richiamo. Gli occhi mi vanno infine su un balcone al primo piano di una traversa della via che stavo percorrendo, aguzzo la vista e mi accorgo che il micio era proprio lì; notando la mia presenza, si riversa verso di me, sporgendosi dal balcone e continuando a miagolare. Era di colore rosso come il mio micio di un tempo, ”Mimmo”, un soriano. Era intenzionato a buttarsi dal balcone per venire da me e cercare compagnia e magari farsi accarezzare. Sembrava mi dicesse “Miao, vieni più vicina, Miao, non te ne andare, Miao, portami con te”. Era evidente che lo tenevano chiuso nel balcone perché intravedo la sua cuccetta. Mi fa pena, l’altezza era tale che si sarebbe fatto male saltando, e l’avrebbe fatto perché cercava compagnia, quindi velocemente sparisco dalla sua vista per evitare che si butti giù. Almeno queste mi sembravano le sue intenzioni, si sentiva forse troppo solo. 

Ma cosa potevo fare? Me ne torno a casa con un po’ di malinconia, chiedendomi perché avessero lasciato quel povero micetto al freddo e chiuso nel balcone…..

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