Monreale, 7 maggio – Quando esistevano le classi “Speciali”. Anno scolastico 1977/78
Classe I C della scuola media più antica e prestigiosa di uno dei tanti paesi siciliani, una cittadina apparentemente evoluta, nella sostanza chiusa e provincialotta. La ricordo nitidamente, come se fosse ieri, allo stesso modo non scorderò mai quel giorno, un giorno qualunque, un giorno di ordinaria attività, scandito dalla solita routine di discipline e cambi d’ora, il giorno che casualmente ha modificato le mie certezze, le mie prospettive sul mondo e forse ha contribuito a definire ciò che poi ha gettato le fondamenta delle mie scelte professionali.
La scuola era strutturata su due piani, più un piano cantinato buio, polveroso ed angusto, dove, tra le aule dall’odore stantio, ricettacolo di cianfrusaglie, pare esistesse anche una biblioteca fornita.
L’utenza, pur trattandosi di un’istituzione scolastica pubblica, era piuttosto borghese e rappresentava il corollario in fieri di quella che sarebbe diventata la nuova classe dirigente ed intellettuale della cittadina.
In quel famoso giorno la prof. d’italiano diede ad alcuni di noi l’incarico di reperire dei testi in biblioteca.
Ci andammo con un po’ di sinistro sospetto, aggirandoci incerti per l’ampio corridoio, avvolti da un silenzio irreale e inusuale per una scuola. Tra di noi, me compresa, c’era chi sconosceva la struttura di quegli anfratti così distanti dai ragazzi e dalle loro speranzose esuberanze. Trovammo senza difficoltà ciò che cercavamo, ma, inaspettatamente, scoprimmo ciò che non avremmo mai voluto scoprire. Tra la collezione di banchi vecchi e lavagne che avevano ospitato decenni di tracce di segni, di parole, di numeri e la geometria di vite ed interessi ancora da coltivare, percepimmo la presenza di rumori familiari, la caciara colorata e multiforme che solo in una scuola si può avvertire. Stupiti seguimmo quella scia di voci: “non era possibile che lì ci fosse una classe”.
In realtà la classe esisteva: “una classe capovolta”, non come la didattica tanto in auge adesso ma come situazione incomprensibile e per nulla formativa, squallida come le strettoie scalcinate, riflesso triste di ciò che non poteva essere definito “finestra”, da cui filtrava una luce fioca accompagnata dal panorama di marciapiedi e dal ritmo monotono del ticchettio dei tacchi di chi inconsapevolmente “calpestava” con i passi sicuri della vita, un sotterraneo doloroso, una realtà in agonia.
Quella classe era un vero ghetto…individui con volti giovani ma con l’impronta indelebile di un malessere a noi sconosciuto, si aggiravano scomposti tra i banchi senza nessuna guida…mentre un prof. annoiato e sonnacchioso leggeva svogliatamente un quotidiano. Una parodia di classe…l’oscena rappresentazione di un’umanità negata, l’esclusione sociale che si materializzava davanti ai nostri occhi increduli, alle nostre menti ancora sprovviste di strumenti, che la letteratura e la vita avrebbero piano piano arricchito.
Il termine “speciale” rimandava l’immaginario della “me adolescente” ad una situazione unica, particolare o fantasiosa, pertanto mi risultava incomprensibile la “specialità” di quel luogo: “CLASSE SPECIALE” , “speciale per chi?”, “speciale per cosa?”.
Più tardi mi fu spiegato cosa fosse una classe “differenziale”. Conobbi così il luogo della disintegrazione, simbolo del fallimento di una società che si dimostrava gretta ed elitaria.
Oggi si arranca tra una normativa sul tema dell’inclusione scolastica e sociale tra le più complete e adeguate in Europa e nel mondo, ed il pregiudizio che sopravvive, magari sotto l’abito ipocrita del buonismo e della pietosa accettazione come “generosa concessione” di quegli individui, cittadini che giudicano dall’alto della loro presunta normalità, costruita secondo canoni stabiliti dall’ignoranza, dall’indifferenza… Il ricordo di quella “cella” disorganizzata, degna più di un luogo punitivo che di una scuola, rimarca oggi l’abbattimento di tante barriere mentali che sembra stia in modo lento ma, si spera, inesorabile accorciando il limite fittizio ed arbitrario, che definisce la distanza tra chi sta dentro il cerchio elitario della normalità e chi si colloca ai margini di esso.