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Il 31 dicembre negli anni ’50, quando si giocava con la “baddottola” e a mezzanotte si sparava col fucile

La mattina del 31 il nonno si adoperava per fare il dolce, il “biancomangiare”, che per me era il dolce più buono del mondo

Il 31 dicembre oltre ad essere la fine dell’anno è anche San Silvestre, l’onomastico del mio indimenticato nonno.

Mi ricordo che a casa mia, in quel giorno, venivano i miei zii e i miei cugini per trascorrere insieme l’ultimo giorno dell’anno e festeggiare il nonno che abitava nella nostra stessa casa.

Tutti i nipoti compresa io che ero la più piccola ci si riuniva in una stanza per giocare con le noccioline mentre i grandi preparavano il cenone di capodanno.

Essendo figlia unica ero felice di giocare con i miei cugini anche se perdevo sempre non essendo abile nel tirare la “baddottola”, la nocciola più grossa e pesante che serviva per colpire i mucchietti di noccioline disposti vicino ad una parete. Tutte le noccioline cadute andavano al vincitore. 

La mattina del 31, il nonno che era anche un bravo cuoco si adoperava per fare il dolce, il “biancomangiare”, che per me era il dolce più buono del mondo. Ci penso ancora e vado in estasi.

Il latte con cui lo preparava era munto fresco e profumato. Lo portava il “vaccaro” in omaggio al nonno che durante l’anno gli aveva concesso di raccogliere tutta l’erba della nostra campagna per farla mangiare alle sue mucche. In quegli anni ai bovini si dava da mangiare ciò che la natura offriva: l’erba e le pale di fichi d’India. Alcune volte il vaccaro passava dalla nostra campagna con la mucca e le faceva mangiare le pale di fichi d’India, ma non si pungevano? Mah!

Oggi l’erba si deve togliere con la falce o col taglia erba, almeno per chi ha la fortuna di averla, prima che il sole la faccia seccare per evitare incendi. Purtroppo il vaccaro  alle mucche non fa più mangiare l’erba ma il mangime. E il latte non ha più il profumo e il sapore di una volta.

Ma non so se a Monreale ci sono più vaccari, fino alla fine degli anni ’50 si vedevano le mucche in giro per il paese e il vaccaro che le mungeva davanti ai clienti. Mi ricordo, di questo periodo, un episodio in cui mia madre furbescamente si nascondeva dietro la porta nell’androne di casa e guardava attraverso la fessura della porta socchiusa per vedere quando il vaccaro metteva il vitellino a succhiare i capezzoli della madre per fare scendere il latte. In quel momento il vaccaro con le mani gli toglieva il muso e ricominciava a mungere, allora proprio in quel momento mia madre usciva per farsi dare la “rinnitura”, “il latte più denso e più gustoso”, diceva lei.

Ritornando al dolce, il nonno metteva nel tegame il latte, almeno due litri, lo zucchero, l’amido e una buccia di limone. E dopo lo riscaldava a fuoco lento continuando a mescolare con un cucchiaio di legno. Io l’osservavo e guardavo tutti i suoi movimenti, non si stancava a girare e rigirare in continuazione con un cucchiaio di legno il latte con tutti i suoi ingredienti. Io sembravo accanto a lui “l’armuzza santa ru priatoriu”, aspettando che finisse di rigirare quella crema profumata di vaniglia e che, dopo averla versata, mi consegnasse finalmente il tegame. E così potevo raccogliere con un cucchiaino i residui della crema addensata attaccata alle pareti del tegame. Ah…. come ero fortunata ad essere figlia unica! Quel tegame era tutto mio. Voi non potete immaginare la goduria del mio piccolo palato.

Una volta addensata la crema, il nonno la versava in due piatti decorati a fiori che facevano parte di un servizio antico risalente a più di cento anni fa, di cui sono molto gelosa per i ricordi che mi suscitano.

E poi cominciava a decorarla con le ciliegie candite, la zuccata e pezzetti di cioccolata che in precedenza aveva tagliuzzato. Anch’io partecipavo alla preparazione di questi decori, un pezzetto di cioccolata o di zuccata o qualche briciola da assaggiare non mancava.

Infine ci spolverava su la cannella che io dietro mia insistenza avevo pestato per polverizzarla “nno murtareddu”. La cannella non si vendeva polverizzata come oggi e si doveva pestare nel mortaio.

Quell’odore di cannella mi inebriava, cari amici miei. Oggi ci penso e mi sembra che allora la sensazione era meravigliosa mentre ne aspiravo il profumo, manco se fosse droga.

Che meraviglia di dolce solo a guardarlo, non mi sembrava l’ora di mangiarlo. Ma si doveva aspettare la sera quando eravamo tutti. Mi consolavo perché già l’avevo gustata.

Sempre durante il giorno mio zio Nicola che faceva il cuoco al sanatorio, oggi Ospedale Ingrassia, preparava gli spiedini, anche in quel momento stavo lì ad osservare. Curiosa e desiderosa di apprendere come li faceva.

Si preparava anche lui gli ingredienti nei piatti: uno con la mollica, uno con il formaggio grattuggiato, uno con  il pomodoro a pezzetti, uno con il caciocavallo tagliato a rettangolini e uno, infine, con l’alloro e la cipolla.  

Poi iniziava. Ungeva la fettina con una spalmata di olio e dopo aver messo un po’ di mollica aggiungeva un pezzetto di pomodoro e il caciocavallo. Infine formava tanti involtini intervallati da alloro e cipolla, infilzandoli con lo spiedino di acciaio, sostituiti oggi dal legno. E questi poi venivano arrostiti alla brace.

Oggi nessuno più perde tempo a fare gli spiedini, li compriamo già belli e pronti ma all’interno nemmeno sappiamo cosa c’è. 

Come scoccava la mezzanotte mio nonno con il suo fucile, che usava quando era campione di tiro a segno, sparava due colpi al cielo come augurio per l’anno nuovo. Per fare rumore si usavano quasi sempre le armi.

E i giochi pirotecnici solo all’altezza della Madonna delle Croci e solo ad opera di esperti. Oggi vengono usati da chiunque vuole festeggiare o per capodanno o per i compleanni e addirittura per i matrimoni.

Ora che mi ricordo c’era anche un’altra usanza: tra la fine e l’inizio del nuovo anno si buttava dal balcone sulla strada tutta la roba vecchia conservata in casa. E la mattina la strada era un immondezzaio.

Ritornando al discorso iniziale, finalmente arrivava il sospirato dolce e si brindava, concludendo la serata o proseguendo a giocare con le noccioline o a carte. 

E mentre si giocava non si avvertiva il freddo di una casa vasta dai tetti altissimi grazie ad un grande braciere.

Mi ricordo che mia madre lo preparava di pomeriggio “nno scaccheri” della scala che era ventilato e la brace “sbampava” o si usava il “muscaloro”.

Quando finivamo di giocare con le nocciole le buttavamo nella brace per farle tostare e le mangiavamo divertendoci e consolandoci magari per avere perso al gioco.

L’ultimo anno me lo ricordo come ora, mentre mio nonno si accingeva a sparare, il grilletto del fucile per un suo errore lo colpì al pollice facendolo sanguinare. Per noi tutti fu come un cattivo segno, perché da allora non sparò più essendosi ammalato gravemente.

Buon onomastico nonno, Ti voglio bene e presto ti verrò a trovare!

“baddottula” = pallottola, o  piccola palla

“vaccaro” = bovaro

“rinnitura” = affluenza dell’ultimo  latte alle poppe 

“l’armuzza santa ru priatoriu” = anima che aspetta di essere liberata dal purgatorio per andare in paradiso

“nno murtareddu” = dentro il mortaio

“nno scaccheri” = pianerottolo

“sbampava” = ravvivare il fuoco

“muscaloro” = un ventaglio di cartone e di paglia

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