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Ragazzi alla deriva: il sintomo di un degrado sociale che ci riguarda

Dietro gli atti di bullismo il tentativo di trovare visibilità trasgredendo ai principi fondamentali del vivere nel rispetto dell’altro

Sdegno, incredulità, rabbia e sgomento sono soltanto alcuni dei vissuti che hanno attraversato la comunità monrealese in seguito alle aggressioni che alcuni concittadini hanno subito recentemente lungo le strade del centro storico della città normanna; bande di giovani ragazzi sono stati gli autori di atti di bullismo e aggressione anche a danno di anziani, fatti di una gravità inaudita che hanno reso necessario il tempestivo intervento dei Carabinieri con le dovute indagini, l’identificazione e la convocazione in caserma dei colpevoli delle varie aggressioni.

Il Sindaco di Monreale Alberto Arcidiacono, dopo aver manifestato profondo sdegno per quanto accaduto, ha già comunicato ai suoi concittadini l’attivazione da parte delle Forze dell’Ordine di un servizio amplificato, volto ad un controllo più capillare, con l’intenzione di pianificare azioni più attive sul piano della sicurezza, visto l’accaduto in questi giorni.

Occorre una riflessione che, seppur amara, tenga doverosamente conto del peso di tali atti: è necessario che al ripristino della sicurezza tra i cittadini, si accompagni una presa di consapevolezza volta a comprendere come tali comportamenti rappresentino in realtà la punta di un iceberg molto più esteso, ascrivibile ad un disagio sociale di cui è necessario prendere atto. 

Da un punto di vista prettamente psicodinamico, questi ragazzi esprimono un forte malessere identitario che, seppur non giustificabile, va riletto quale tentativo altamente fallimentare di ritrovare un posto nella società; in quanto privi degli strumenti utili al confronto sociale, non possono fare a meno di cedere all’impulso di trovare visibilità se non trasgredendo ai principi fondamentali del vivere nel rispetto dell’altro. 

Insieme ad una ferma e dura condanna, nell’ottica della promozione di una legalità volta al rispetto del prossimo, è necessario altresì un risveglio sul piano comunitario, in modo da potere rintracciare le origini di un tale black-out intergenerazionale che può manifestarsi, dai comportamenti di totale disinteresse per il bene pubblico, fino a veri e propri casi di prevaricazione nei confronti dei più deboli. 

Non ci sono abbastanza controlli” è una delle frasi che più spesso sentiamo pronunciare di fronte al verificarsi delle più svariate condotte antisociali; io credo che l’alibi della gestione da parte “esterna” della sicurezza del bene comune non regga più; altresì dovremmo chiederci che ne è del nostro controllo interno, di quella sana e piena assunzione delle proprie e personali responsabilità? Che fine ha fatto la trasmissione del senso del rispetto per l’altro all’interno delle nostre appartenenze famigliari?”. Possiamo demandare continuamente tali funzioni alle Istituzioni come se queste non ci riguardassero? 

Mentre tali domande mi abitano, non posso fare a meno che riguardare a quanto accaduto a danno di persone indifese, quale espressione di un disagio sociale più ampio che ci attraversa e che dovremmo riconoscere in tutte le sue manifestazioni. Sostituirci alle legge e alle normative punitive nei confronti di tali manifestazioni, attraverso condotte “fai da te” volte al farsi giustizia, sarebbe tanto facile quanto primitivo, un’ulteriore sconfitta in termini di difesa dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione, che ci renderebbe forse peggiori di chi si macchia di illeciti contro la persona. 

Occorrerebbe piuttosto una presa in carico di questi ragazzi in termini di riabilitazione sociale, un’azione di recupero rieducativa volta alla presa di consapevolezza del posto che essi potrebbero occupare all’interno della comunità più ampia, un’azione che possa colmare le profonde lacune sul piano identitario di queste persone.  

Sarebbe necessario un intervento di tutti gli organismi del pubblico e del privato (scuole, servizi sociali, associazioni ludico–ricreative, centri religiosi aggregativi etc.) al fine di attivare buone prassi volte all’inclusione di quegli strati sociali che ancora oggi non riescono a trovare la giusta espressione della propria persona, se non attraverso condotte illegali e antisociali. Una rete umana insomma che sappia raccogliere il disagio generale e ne sappia distillare nuove risorse per la collettività, ripartendo da assunti che mirino al ripristino dello Stato di Diritto e del rispetto dell’altro da sé, che riparta da una sinergia risultata dallo scambio intergenerazionale. 

Il nostro territorio presenta realtà associative valide e sicuramente già disponibili a contribuire alla formazione di una più vigorosa rete sociale: un network sarebbe possibile, costituito da nodi disponibili ad interagire per dare origine ad una sinergia di intenti, in modo da ricostruire il tessuto valoriale comune e prevenire quanto più possibile l’insorgere di manifestazioni prevaricanti la persona e gli spazi della convivenza civile. Per attivare tutto questo occorrerebbe intanto fare i conti con se stessi: bucare il muro di indifferenza ed omertà che spesso caratterizza il vivere quotidiano sarebbe la forma di cambiamento che più dovremmo auspicare. 

Dott. Ferraro Giovanni 

Psicologo Psicoterapeuta, Dottore di ricerca in psicologia 

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