Padre Pasquale La Milia torna in missione in Perù

Padre Pasquale è tornato alla fine di giugno dalla sua esperienza nella regione di Cuzco, in Perù. Prima di ripartire ci ha raccontato come sono andati i suoi primi mesi di missione.

Sei mesi fa avevamo raccontato della partenza di Padre Pasquale LaMilia per il Perù. Dopo 32 anni di servizio nella diocesi di Monreale, Padre Pasquale ha scelto di mettersi al servizio dei più bisognosi dell’America Latina. Trascorsi tre mesi di esperienza missionaria nella comunità dei “Servi dei poveri del Terzo mondo” , Padre Pasquale è tornato a Monreale, dove ricopre ancora il ruolo di parroco della parrocchia dei Santi Vito e Francesco. Tra una decina di giorni ripartirà alla volta di Andahuaylillas, un piccolo villaggio sito a più di 3mila metri di altezza. 

Come sono andati i primi mesi di missione?

I tre mesi che ho trascorso lì erano di prova; una prova che possiamo dire essere andata a buon fine. Per questo, il 23 settembre ritornerò in Perù. Il progetto è per un anno, ma è tutto work in progress.

Come si è prearato alla partenza?

Lasciare le cose ordinate prima di partire è mio dovere.  Continuo ad essere parroco della parrocchia dei Santi Vito e Francesco, ma nei prossimi giorni il Vescovo rimodulerà la nomina rendendo me e Don Andrea Palmeri co-parroci. Io rimango il rappresentante legale nei confronti delle istituzioni civili, ma dal punto di vista pastorale le nostre competenze si eguaglieranno. Da gennaio scorso ho chiesto di essere sollevato dall’incarico di Direttore dell’Ufficio catechistico diocesano perché credo sia un momento molto particolare per la catechesi: è un percorso che richiede particolare attenzione e che io non potrei seguire dal Perù. Per quanto riguarda l’attività giudiziale in diocesi e al tribunale ecclesiastico interdiocesano continuerò a lavorare a distanza, come ho fatto in questi mesi. Le consulenze per verificare la possibilità di chiedere la dichiarazione di nullità del matrimonio, ad esempio, le ho fatte in videochiamata senza troppe difficoltà.

Come si vive in Perù?

Le condizioni di vita io le colloco temporalmente allo scenario della Sicilia di cento anni fa, nel primo dopoguerra. C’è un dislivello notevole tra le montagne e le città. In generale in America Latina non c’è la ricchezza che si vede qua in Occidente, e questo è evidente anche dalla fisionomia delle città. La città più vicina al mio istituto è Cuzco e, per quanto sia chiara la differenza con una città europea, comunque lì si vive ormai similmente allo stile di vita occidentale. Basta però uscire, anche di qualche chilometro, per trovarsi davanti a uno scenario totalmente diverso. La città ha le strade bene o male asfaltate, mentre non appena ti allontani iniziano le trazzere. Giusto ultimamente stanno iniziando un programma di aggiustamento delle strade per allargarle e compattarle, ma sempre di trazzere si tratta. Da qui la difficoltà dei collegamenti. Basta pensare che per muoverci dalla Ciudad de los muchachos ai villaggi dove andiamo in missione impieghiamo un’ora e mezza per percorrere poche decine di chilometri.

La popolazione dei villaggi abita in case di fango con tetti di plastica o in lamiera. Vive prevalentemente di agricoltura – che si limita ai tuberi e alle fave – e di una pastorizia primitiva. Ci sono villaggi dove è molto forte lo spirito di comunione e supporto reciproco e qualche villaggio – forse proprio quelli in cui si sta insinuando lo stile di vita occidentale – in cui sono già presenti forme visibili di individualismo. Parliamo di villaggi tra i 200 e i 500 abitanti. In famiglia c’è un po’ di promiscuità ma ciò è dovuto alle condizioni di vita che impongono di abitare in ambienti piccolissimi e senza servizi igienici. Le donne lavorano anche più degli uomini perché si sobbarcano il peso sia del lavoro che della gestione della vita domestica. Le scuole ci sono, ma non in tutti i villaggi – portando molti ragazzi a scegliere di non andare a scuola piuttosto che camminare ogni giorno chilometri a piedi per raggiungerla.

Di cosa si occupa la sua comunità?

Nella Ciudad de los muchachos la scuola è una delle attività principali. L’istituto offre i due cicli scolastici completi previsti dalla scuola peruviana (5 anni + 5 anni) per 300 ragazzi. Dell’insegnamento se ne occupano i padri, le famiglie consacrate e, per quelle materie che non riescono a coprire, alcuni docenti esterni ben preparati. Oltre alla scuola ci sono corsi di avviamento professionale per alcuni mestieri.

La scuola è esclusivamente maschile e gli alunni sono i figli delle famiglie più povere. Ogni giorno vengono prelevati col pulmino dell’istituto e portati alla Ciudad, che si trova poco fuori dal villaggio di Andahuaylillas, a 30 chilometri da Cuzco. Si offre anche un pasto quotidiano sia per i ragazzi che per i circa 200 membri del personale della struttura. Le suore a Cuzco hanno una scuola analoga femminile. Tutt’ora non riesco a capire come mai non si faccia niente per migliorare le condizioni di vita di questa gente. Capisco che la comunicazione con i villaggi a 4mila metri non sia semplice. D’altronde, internet e i telefonini stanno arrivando solo adesso e non ho visto antenne o parabole per la televisione.

La comunità missionaria ha rapporti con le istituzioni, ma non di sostegno. Non attinge a contributi statali o di ONG per una questione di libertà. L’unica fonte di sostentamento è la provvidenza. Proprio per questo esiste una rete molto fitta di sostenitori in tutto il mondo. Un paio di anni fa, ad esempio, sono arrivati migliaia di flaconcini di liquido disinfettante; con lo scoppiare della pandemia si sono rivelati provvidenziali. Il Covid è arrivato anche lì, anche se in alcuni villaggi non ne sono ancora a conoscenza. A conti fatti, in questo modo si riesce a preparare circa mille pasti al giorno,  a venire incontro alle famiglie in difficoltà e a far vivere le comunità dignitosamente. Con la Chiesa locale c’è un buon rapporto, i parroci ufficiali ci vedono come una mano d’aiuto per raggiungere tutti i villaggi.

Per i missionari “Servi dei poveri del Terzo mondo” la priorità è l’evangelizzazione, ma non in forma proselitistica. Dobbiamo tenere conto del fatto che nei villaggi sono prevalentemente cattolici. Ma è un cattolicesimo che si mischia molto alle tradizioni locali. Per esempio, in genere il capo villaggio si attribuisce prerogative di carattere religioso. Per cui è un cattolicesimo che ha bisogno di evangelizzazione. I padri nei villaggi vanno per predicare, celebrare la messa, confessare, battezzare. C’è anche la presenza delle suore che fanno accoglienza, doposcuola e catechismo e poi ci sono le famiglie consacrate al servizio della missione.

Secondo me è proprio l’aspetto spirituale ad essere il punto di forza di questo istituto: la vita di preghiera, la centralità dell’eucarestia, l’adorazione quotidiana. I padri fanno una vita rigorosa. L’obbiettivo è innanzitutto essere santi, ed è attraverso la santità che poi si evangelizza. Anche perché tutti gli altri tipi di servizi bene o male possono essere erogati attraverso le onlus. L’incontro con Gesù se non lo propone la Chiesa non lo fa nessun alto.

Di cosa si è occupato lei in questi mesi?

L’attività in quest’anno è stata ridotta a causa della pandemia. La scuola è stata prevalentemente a distanza e anche all’orfanotrofio erano ospitati pochi ragazzi. Io, non potendo in due mesi inserirmi bene nei programmi, stavo un poco con i ragazzi, mi sono portato avanti con del lavoro mio arretrato, ho sistemato la biblioteca e ho fatto l’inventario della casa. Il sabato e la domenica invece andavamo nei villaggi, per incontrare le famiglie e i giovani. Lì ho imparato a celebrare la messa in spagnolo.

La difficoltà maggiore che ho incontrato in questi mesi è stata nell’alimentazione. Le pietanze vengono messe tutte insieme in un unico piatto. Poi lì non c’è la cultura della carne che abbiamo noi, che ad esempio ci teniamo molto al taglio. I tocchi sono tagliati a pezzi e vengono bolliti o arrostiti. Un animale particolare che allevano per mangiare è il cuy, un porcellino d’India del Perù dal sapore selvaggio. A tavola poi quasi non mettono acqua, accompagnano tutto con bevande calde.

Come mai la scelta di partire in missione?

Il cristiano è missionario per natura e può esserlo in tutte le circostanze della vita. Poi è chiaro che non tutti sono chiamati a partire. Io sentivo fin dall’inizio del mio discernimento vocazionale questa esigenza. La cosa bella è che questi mesi di prova li ho vissuti con naturalezza, come se questo modo di vivere facesse già parte del mio quotidiano.

A me piacerebbe rimanere a vivere in un villaggio, in particolare a Ccolccaqyi, condividere le condizioni di vita della gente, curarne la vita cristiana e da lì raggiungere anche i “pueblos” vicini, vivendo proprio come loro, con poco, senza sovrastrutture mentali o prospettive di avanzamento. In questi mesi mi sono sentito spiritualmente rigenerato, come se avessi recuperato lo spirito e l’entusiasmo di quando ho iniziato il mio percorso. Un altro elemento che mi spinge a partire è che l’annuncio autentico del vangelo contribuisce a dare l’input necessario a questa gente per diventare artefice del proprio riscatto, non solo aspettare dall’esterno che arrivi un aiuto. Il mio obbiettivo è condividere il più possibile la vita con la gente del posto e aiutarla a trovare in Cristo e nella Chiesa il senso dell’esistenza. Questo per me è il miglior modo di vivere.

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