Ricordando Via D’Amelio

Il percorso per arrivare alla verità sull’omicidio di Borsellino è ancora molto lungo, ma non è più oscurato da tenebre e ombre

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Nelle primissime ore del pomeriggio di domenica 19 luglio 1992 Palermo veniva nuovamente squassata da una forte esplosione e una densa colonna di fumo nero si elevava dalle parti della Fiera del Mediterraneo.

Le prime macchine della polizia che arrivano sul luogo dell’esplosione si trovano davanti una scena da guerra: parecchie macchine distrutte e incendiate, mura dei palazzi crollati, gente che grida in preda al terrore, vari focolai d’incendio e cadaveri o almeno brandelli di corpi di coloro che, fino a pochi minuti prima, erano degli esseri umani che respiravano, si muovevano, vivevano.

I poliziotti riconoscono immediatamente i loro colleghi e, soprattutto, riconoscono lui. Il bersaglio dell’attentato, l’uomo che aveva raccolto il fardello di Giovanni Falcone dentro le fredde pareti dell’obitorio del Policlinico palermitano la sera del 23 maggio precedente e che era diventato il nemico numero uno di Cosa Nostra: il giudice Paolo Borsellino.

Per Palermo, la Sicilia e la Nazione intera è uno shock tremendo. 56 giorni dopo la strage di Capaci, Cosa Nostra chiude il cerchio di vendetta e morte con l’eliminazione del giudice. L’intero Paese reagisce a questo secondo tragico evento. Anche le Istituzioni, soprattutto quelle deputate alle indagini, danno un forte impulso per cercare di arrivare ai mandanti e agli esecutori.

Ma, come si avrà modo di constatare successivamente, sia tramite nuovi collaboratori di giustizia che attraverso indagini più dettagliate ed elaborate, non tutti i personaggi delle Istituzioni remavano per arrivare alla Verità e alla Giustizia.

Vengono subito arrestati due balordi della Guadagna con precedenti per rapina, furti e violenza sessuale: Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino. Scarantino, sollecitato e invogliato dall’ex capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera, comincia a collaborare quasi subito con gli inquirenti accusando i vertici del mandamento di Santa Maria di Gesù-Guadagna (Pietro Aglieri, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Salvatore Profeta e altri) di essere i mandanti e gli esecutori della strage. Successivamente accusa altri esponenti di spicco delle cosche palermitane, Gioacchino La Barbera e Salvatore Cancemi, i quali, dopo la loro collaborazione con i pubblici ministeri, smentirono categoricamente le affermazioni di Scarantino accusandolo di aver detto delle falsità.

Da quelle dichiarazioni partì il primo processo, il c.d. “Borsellino uno”, nel 1994, nei confronti di Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino e Pietro Scotto.

Non sono bastati quattro processi per arrivare alla verità giudiziaria e alle condanne per mandanti ed esecutori. La verità “ufficiosa”, confermata in sede di Commissione parlamentare Antimafia da parte di alcuni magistrati molto vicini ai due giudici uccisi, come l’ex Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato, ci dice però che Paolo Borsellino morì per aver scoperto ampi dettagli della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, portata avanti da alti esponenti dell’Arma dei Carabinieri e dei Servizi con l’avallo di politici che ricoprivano incarichi istituzionali, e con un “coinvolgimento” esterno alla mafia nella preparazione ed esecuzione dell’attentato costato la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.

Anche Paolo Borsellino aveva preconizzato la sua fine in un’intervista rilasciata pochi giorni prima del 19 luglio: “Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Uno dei misteri della strage di Via D’Amelio ruota attorno alla famosa agenda rossa da cui il giudice non si separava mai e dove aveva annotato tutti i dettagli relativi alla morte del suo amico Giovanni. Per la sparizione dell’agenda venne accusato l’allora capitano Arcangioli il quale compariva in una foto scattata da un giornalista sul luogo dell’attentato mentre si allontanava dalla macchina del giudice con in mano la valigetta portadocumenti di Borsellino, ma successivamente scagionato dal giudice delle indagini preliminari perché la borsa con l’agenda rimase per quattro mesi alla questura di Palermo e pertanto, è la conclusione del giudice, l’agenda potrebbe essere stata sottratta in quel periodo.

La sterzata all’accertamento della verità giudiziaria è arrivata nel corso del “Borsellino quater” dove una corte di giustizia ha accertato, e inserito nelle motivazioni della sentenza, il grave depistaggio attuato “da soggetti inseriti negli apparati dello Stato” nel corso delle indagini. 

È la figlia di Borsellino, Fiammetta, dopo un silenzio lungo più di vent’anni, a lanciare delle precise accuse contro i pubblici ministeri e i vertici investigativi che, sin dai momenti successivi all’uccisione di Borsellino e della sua scorta, si occuparono della conduzione delle indagini.

Adesso è stato fissato un ulteriore processo dove sul banco degli imputati siederanno tre funzionari di polizia che nel 1992 facevano parte del c.d. “Gruppo Borsellino”, diretto da Arnaldo La Barbera, e che sono accusati di aver indotto il falso pentito Scarantino a fare false dichiarazioni sui mandati ed esecutori. Si apre, finalmente, uno spiraglio di luce nel tunnel in cui erano state fatte incanalare le indagini. Ma il percorso per arrivare alla verità è ancora molto lungo. Ci vorranno molte udienze e tanto tempo ma la Verità si è già incamminata sul sentiero non più oscurato da tenebre e ombre. 

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