Oggi, otto marzo, non sono più Maria Rosa Buono, oggi sono Malalai Maiwand

È un sacrilegio parlare di queste donne solo l'otto marzo e farle morire tante e tante volte, dimenticandocene per il resto dei giorni

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Un’importante opera del grande artista concettuale siciliano Emilio Isgrò reca un titolo enigmatico “Dichiaro di non essere Emilio Isgrò”.

Oggi, otto marzo 2021, ennesima puntata di una celebrazione stanca e ormai schiacciata dall’enorme peso della retorica che la sovrasta, mi viene in mente proprio quest’opera, perché mi piacerebbe far conoscere ciò che forse poco si conosce, di cui poco si parla, su cui poco ci si sofferma. 

Vorrei “dichiarare” anch’io di non essere più Maria Rosa Buono, di non esserlo soltamente per cinque minuti, il tempo di scrivere quel numero esatto di parole, come un piccolo contenitore che cerca di preservare accenni di storie di donne dai cocci sparsi di una giornata sempre più opaca, dai resti tristi di una mimosa ormai appassita.

Oggi dichiaro di non essere Maria Rosa Buono, dichiaro di prestare immeritatamente la mia voce a chi voce non potrá più avere, perché ancora adesso nel 2021, nel pieno di un periodo terribile per l’intero pianeta, esistono luoghi del mondo che reprimono nel sangue la voce delle donne.

Dunque oggi sono Malalai Maiwand, una giornalista afghana uccisa il 10 dicembre del 2020. Una lavoratrice dell’informazione, una donna attiva nelle questioni sociali che ha avuto un ruolo chiave nella difesa dei diritti delle donne in Afghanistan.

C’è un fermento nuovo nella terra dei talebani, un fermento di pace e libertà costruito soprattutto da donne attraverso un’opera d’informazione costante ed efficace, scomoda e coraggiosa, quella che parla di emancipazione e di diritti umani negati.

Per questo voglio ancora per un istante dichiarare di non essere Maria Rosa Buono ma Mursal Habibi, Shahnaz e Saadia, tre giovani donne impegnate nell’offrire il loro contributo alla cultura dei diritti, supportando con le loro voci un cambiamento lento ma inesorabile. Tre ragazze nemmeno 20enni, freddate in strada a colpi di pistola pochi giorni fa. Ancora una volta giornaliste, tutte dipendenti della tv e radio privata Enikass, finite nel mirino dei talebani, come molte altre donne afghane della cultura e dell’attivismo politico.

Io sto qui, nella mia confort zone, ospitata da un giornale, dove scrivo per mero diletto, loro lo facevano per cambiare la società in cui vivevano, per ribaltare la storia…ma la storia le ha spente.

Gli obiettivi degli assassini non sono mai casuali, sono donne, giornaliste, attiviste per i diritti umani, leader della società civile, giovani istruite e altre rappresentanti di questa nuova generazione che alimenta una speranza reale per l’Afghanistan, che gli integralisti vogliono distruggere.

Sembrano realtà lontane da noi, invece sono vicinissime, attuali e drammatiche.

Essere donna impegnata in certe parti del globo diventa lo spartiacque, non solamente tra il partecipare o meno alla vita politica e neppure tra la ricerca o la non ricerca dell’uguaglianza nei diritti basilari tra uomini e donne, ma tra la vita e la morte.

Questo dramma continuo deve incassare almeno la solidarietà pubblica e consistente di noi donne occidentali. La lotta delle tante professioniste della parola che ancora oggi rischiano la pelle per la libertà deve diventare simbolicamente anche la nostra lotta, perché non si possono sentire le storie di chi, per esprimere pubblicamente la volontà di spalmare la pace dove pace ancora non c’è, debba perderci la vita.

Sono nuovamente Maria Rosa Buono, insegnante impegnata e donna parecchio idealista, forse anche visionaria che racconta brevemente di altre donne, nostre contemporanee, morte consapevolmente per la pace, per l’emancipazione, per i diritti fondamentali, per l’uguaglianza.

È un sacrilegio morire ancora per degli ideali positivi da realizzare o per dei diritti negati da affermare nel 2021. 

È un sacrilegio dover soccombere ancora a logiche tiranniche, limitanti e anacronistiche per la vita delle donne del nostro tempo…ma soprattutto è un sacrilegio parlare di queste donne solo l’otto marzo e farle morire tante e tante volte, fuori da questa celebrazione ormai svuotata del suo reale significato, dimenticandocene per il resto dei giorni.

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