La fontana del Lupo, “un luogo che sembra la Cambogia”

I custodi dell’Acqua danno voce al fiume Oreto nel progetto artistico U-datinos

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A Palermo l’acqua si sente, con i suoi custodi che danno voce al fiume Oreto in un progetto artistico di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico. U-datinos combina le potenzialità dei dati scientifici con le dinamiche della percezione e dell’arte gettando un ponte verso il futuro post pandemico.

Sulle sponde dell’Oreto, da novembre ci sono 16 Custodi dell’Acqua. Insieme, muniti di semplici sensori, stanno rilevando dati sullo stato di salute delle acque del fiume: i dati alimenteranno un’installazione meditativa dentro l’Ecomuseo Mare Memoria Viva. Il gruppo si è spinto fuori Palermo, alla foce dell’Oreto nella Fontana del Lupo a Monreale. “Un luogo che sembra la Cambogia”, dicono Iaconesi e Persico. Poi hanno visitato Ponte Ammiraglio, Ponte Corleone e Ponte Rotto. “È scattato un meccanismo di appropriazione – aggiungono – per cui ora esiste il concetto che è possibile esplorare il fiume per dargli una voce, e che i dati sono il vettore per esplorare il territorio col corpo: sull’Oreto i dati uniscono le persone in atti di autorganizzazione, convivialità, immaginazione sociale e avventura”.

“I dati, in questo caso, non hanno nulla a che vedere con i processi di estrazione di cui sono solitamente protagonisti, e nemmeno con lo stare soli dietro uno schermo. Dati significa indossare un ruolo sociale nuovo che prima non esisteva (diventare custode dell’acqua), mettersi delle galosce, infangarsi, attaccare uno spago a un barattolo di vetro per prelevare l’acqua nei punti inaccessibili del fiume, organizzare una gita alla scoperta della natura sconosciuta con un gruppo di persone in cui si mischiano studenti dell’accademia, medici, architetti, ricercatori, attivisti dell’ambiente, amanti dell’Oreto. Conoscere il fiume attraverso i suoi dati e sapere che sei tu, con i tuoi compagni, a dargli voce”.

“Da Torino, la città in cui ci troviamo – spiegano gli ideatori – abbiamo assistito al fiorire di questo progetto di cui noi, gli artisti, non siamo più il centro. I Custodi hanno ricevuto un kit, composto da un set di tecnologie, dalla documentazione e da un format di azione (la raccolta dei dati), che avrebbero potuto realizzare anche singolarmente. Era questo, anzi, il piano 0, compatibile con le eventuali restrizioni imposte dal Covid e con l’attenzione alla salute di tutti. Allo stesso tempo, però, era evidentemente un’azione collettiva dentro una base di dati che stavamo alimentando tutti insieme: lo stato di salute delle acque del fiume. Era un essere insieme e un fare qualcosa con i nostri corpi ben diverso dal guardare uno schermo, o in steam o nell’ennesima videocall che ha inglobato tutto: il gruppo si sarebbe messo d’accordo con un calendario e una mappa, per coprire tempi e luoghi, ci saremmo comunicati i dati durante le rilevazioni, sapendo che un Custode era all’opera, e una interfaccia su cui caricare e geolocalizzare i dati ci avrebbe consentito di vedere insieme la mappa di U-DATInos popolarsi. Qualcosa di vivo”.

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