Il 4 maggio 1980 fu ucciso barbaramente il Capitano Emanuele Basile

Le indagini del Capitano Basile furono considerate una sorta di tsunami che fece vacillare lo strapotere mafioso

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“E da un capo all’altro d’Italia suscita in ognuno di noi l’entusiasmo di testimoniare, con la fedeltà fino alla morte l’amore a Dio e ai fratelli italiani”.

Questo è il finale della Preghiera del Carabiniere.

Pochi versi che incarnano la dimensione etica più autentica che l’Arma da sempre rappresenta: la dedizione fino al sacrificio, persino fino alla morte di ciascun carabiniere, pur di affermare gli ideali di giustizia e di legalità. 

La morte è per i carabinieri un’eventualità per nulla remota, un rischio reale con cui interfacciarsi giorno dopo giorno. 

Morire è una delle tante possibili opzioni nella vita di un carabiniere, come provare paura, sfidare il proprio coraggio o ancora sentir crescere l’adrenalina, quella sensazione forte che anima le azioni degli investigatori, uomini e donne capaci di reggere ritmi di lavoro pesantissimi, pur di scovare il crimine e radere al suolo le scorie tossiche che soffocano la società civile.

Ci sono stati luoghi in cui il sacrificio dei carabinieri è, però, affogato nel sangue, tra l’olezzo di polvere da sparo, le lacrime, la disperazione e il dolore. 

Monreale è stato uno di questi luoghi. 

Quarant’anni fa, infatti, il Paese con la Cattedrale più bella del mondo, divenne il palcoscenico di uno dei delitti di mafia più efferati. 

Il 4 maggio 1980 fu ucciso barbaramente il Capitano Emanuele Basile, Comandante della Compagnia di Monreale ed investigatore dallo straordinario intuito e dalla tempra infaticabile. 

Un delitto compiuto all’ombra della festa più importante di un paese oppresso, come altri in Sicilia, da una pesante coltre mafiosa. 

E in quell’atmosfera così particolare, in cui, da secoli, la devozione si mescola con il folclore popolare, avvenne ciò che i monrealesi onesti mai avrebbero immaginato potesse avvenire. 

Il corpo del giovane ufficiale cadde inerme, colpito a morte. La confusione festosa che attendeva il gran finale dei giochi pirotecnici, improvvisamente tacque e, in un istante, diventò un limbo sospeso tra paura e incredulità.

Un silenzio surreale, ferito dalle urla strazianti di una “quasi” vedova e dagli occhi immobili di una bambina piccola, che solo pochi minuti prima aveva goduto del calore rassicurante delle braccia forti del suo papà e che all’improvviso si ritrova in una concitazione drammatica, che non riesce a comprendere, priva di quella stretta amorevole che l’avrebbe protetta in quel momento e per tutta la vita, se la mano assassina non fosse intervenuta con feroce crudeltà. L’ultimo e disperato gesto di protezione che si disperde in un abbraccio sempre più evanescente. La stretta affettuosa che si dissolve sul freddo asfalto.

Le indagini del Capitano Basile furono considerate una sorta di tsunami che fece vacillare lo strapotere mafioso, in un decennio che vide cadere, come birilli, molti integerrimi e insostituibili uomini dello Stato.

Un periodo di puro terrore che non potrà mai essere dimenticato.

Oggi la commemorazione che segna il quarantesimo anniversario della morte del valoroso Capitano, osserverà, purtroppo, un indirizzo sobrio e intimo, come impone il particolare momento storico che stiamo vivendo e che coincide con la fine del duro lockdown, per contrastare il covid 19 e l’inizio della fase di convivenza col virus. 

Malgrado la celebrazione debba svolgersi decisamente sottotono, in un segmento temporale pieno di incognite per l’umanità, lo spirito coraggioso e indomito del Capitano Basile e degli investigatori caduti come lui nella strenua lotta alla criminalità organizzata, riesce comunque ad aleggiare ancora e a emozionare i più sensibili. 

Esso appare come una sorta di monito esemplare, per indurre la gente onesta a riflettere ulteriormente sul fatto che l’unica arma per combattere il crimine in Sicilia si traduce, oggi come ieri, in contrasto frontale alla mafia. 

Gli insegnamenti degli uomini coraggiosi e capaci, come il Capitano Basile, ci hanno indotto a pensare che non bisogna mai chinare il capo dinnanzi allo spauracchio spregevole dell’arroganza mafiosa. 

Il sacrificio di ogni carabiniere che ha immolato la propria vita per il bene della collettività, ha spinto e spinge i carabinieri di ogni luogo e di ogni tempo a ritrovare nella forza dell’esempio dei colleghi migliori e nella suggestione della preghiera dedicata alla Virgo Fidelis il coraggio e “l’entusiasmo di testimoniare, con la fedeltà fino alla morte l’amore a Dio e ai fratelli italiani”.

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