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L’omicidio del piccolo Giuseppe. Quando l’inerzia è complice dell’indifferenza

Monreale, 21 aprile 2019 – Molta gente ritiene che la vita venga pesantemente influenzata dal fato in una sorta di inevitabile predestinazione fondata sullo scarno e superficiale concetto del “è così e basta”. 

Alcuni identificano anche le tragedie che costellano l’esistenza di parecchi individui come evidente segno di un destino avverso. Un’abitudine che connota maggiormente le popolazioni del sud…fataliste per antonomasia:

– Si è ammalato? Colpa della sorte (il concetto di prevenzione e stile di vita, in queste valutazioni, non viene neppure lontanamente sfiorato). 

– Non trova lavoro? Destinato a essere disoccupato è…tutte cose storte gli vanno (e magari il fantomatico posto di lavoro lo si attende “comodamente da casa”). 

– Il marito la picchia? Si è innamorata di quest’uomo, adesso ha una famiglia, che può fare… è il suo destino!!! (chiedere aiuto e andar via spesso rientra nelle opzioni troppo “trasgressive” per una donna).

Affermazioni come queste non sono poi così paradossali o sporadiche ma definiscono il modus vivendi di chi cresce in certi contesti sociali dove “il lasciarsi vivere” predomina “sul vivere” in un impermeabile atteggiamento che non riesce a cogliere quanto il nostro “destino” (e quello degli altri), al contrario, dipenda solo per il 10% da cosa ci accade e per il 90% da come reagiamo a ciò che ci accade.

Una sorta di consapevole deresponsabilizzazione che delega il fulcro del proprio agire all’inerzia, al lasciare le cose così come avvengono, al voltarsi dall’altra parte. 

Il fatto di cronaca che ha ispirato questo breve preambolo è l’agghiacciante morte del bimbo di Cardito, nel napoletano, massacrato dal patrigno, per futili motivi (la sponda del letto rotta), sotto gli occhi della compagna, mamma del piccolo, che nulla ha fatto per evitare tale immane tragedia. Il bimbo frequentava, insieme alla sorellina, la scuola primaria, ma anche in quel luogo, nel luogo preposto all’educazione e alla formazione integrale dei futuri cittadini e delle future cittadine, la sua condizione di bambino pesantemente maltrattato e quella identica di sua sorella, assumono, per tutto il tempo, i contorni di un’”invisibilità” di convenienza. 

Quanto dolore possa accumulare un bambino che viene selvaggiamente picchiato all’interno di quelle mura familiari che, al contrario, dovrebbero proteggerlo o quanto infinito smarrimento possa provare per quelle ferite che urlano al posto suo, nell’indifferenza delle altre figure adulte di riferimento, è ipotizzabile sola da parte di chi quell’identico dolore lo ha vissuto veramente e per tale strazio porta e porterà per sempre le cicatrici nel corpo e nell’anima. 

Io, come tanti altri, posso solo provare a immaginare. 

Quindi immagino, indossando i panni del piccolo Giuseppe, ciò che avrebbe potuto elaborare nei suoi pensieri di bimbo devastato.

Immagino il risveglio dal torpore di un sonno agitato da incubi, il bruciore acuto delle ecchimosi sulla  pelle, lo specchio che rimanda l’immagine di un visino gonfio, dei lividi e di occhi ormai a secco di lacrime. La voglia di scappare, la paura e la speranza che qualcuno se ne accorga.

Immagino ancora più intensamente di essere Giuseppe e provo ad entrare nei suoi probabili pensieri: “è già mattina e sto andando a scuola… entro in classe e osservo i miei compagni, sembrano spensierati e vivaci, io invece ho un peso sul cuore che non se ne va e di cui nessuno si accorge. Le maestre mi guardano, secondo me lo vedono, lo sanno cosa mi succede, o forse no… che faccio glielo dico io? Può essere che a loro non interessi saperlo e magari se glielo dico poi chiamano la mamma e Tony me ne dà ancora di più. Non dico niente, che è meglio… tanto loro mi guardano, mi vedono ma non fanno nulla lo stesso. Nessuno può fare nulla.”

Ma quelle maestre in realtà vedono, osservano, sanno e commentano. Provo a presupporre le loro riflessioni sui due piccoli: è probabile che archivino la situazione come il “solito caso” di bambini disagiati figli di una famiglia disagiata. Un caso triste, uno dei tanti casi tristi, il classico caso con un suo evidente “destino” di sopraffazione, un destino abbastanza segnato, sul quale le insegnanti di Giuseppe ritengono sia meglio non addentrarsi, non porsi troppe domande, non indagare. 

L’indifferenza, quindi, fermenta e si adagia sulle cicatrici, sui piccoli corpi di Giuseppe e di Noemi, sempre più martoriati, sempre più inermi. L’inerzia diventa complice di una sensibilità sopita, stemperata e abbrutita dal presupposto di ogni colposa indifferenza che spesso si esprime con l’unico, radicato e condiviso pensiero: “ma chi me lo fa fare!!!” 

Una mattina, però, l’impatto con la visione di un orecchio, quello di Noemi, con la cartilagine parzialmente tranciata, appare troppo raccapricciante per dirottare lo sguardo altrove e induce le maestre a produrre per iscritto, nove giorni prima del truce delitto del fratellino, una segnalazione poi consegnata al Dirigente Scolastico. Un tentativo di documentare quei gravissimi atti di violenza, successivamente definito dal GIP come azione “tardiva e incompleta”…una blanda segnalazione che viene, tra l’altro, ignorata dal Capo D’Istituto.

Di tutta questa vicenda ciò che salta evidente agli occhi e ai cuori più sensibili e ricettivi è il comportamento eclatante e subdolo di chi si fregia impunemente del prestigioso appellativo di “maestra”. Un comportamento che insegna, più di mille trattati di didattica e di pedagogia, a chi intenda occuparsi, per professione, della formazione dei futuri uomini e delle future donne, cosa non fare mai sulla pelle di un bambino. Un presupposto riassunto in queste poche frasi a supporto di quanto intercettato nella sala d’attesa del commissariato: “le insegnanti di Giuseppe si sono messe d’accordo su come avrebbero risposto all’interrogatorio: «Io faccio la faccia di c…», suscitando le risate dell’altra. Un atteggiamento, come scrive il gip, «ilare e oppositivo» che «colpisce e sconcerta». Ciò che forse colpisce e sconcerta ancora di più della palese mancanza di sensibilità di queste donne è forse quella insulsa preoccupazione di sistemare la “propria immagine appannata”, di salvare in qualche modo la faccia. Una preoccupazione che oltraggia ulteriormente la memoria di chi doveva semplicemente essere un alunno da amare e proteggere… un bambino da rispettare.

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