Palermo, 11 aprile 2019 – Ieri è stata una giornata importante per la comunità scientifica internazionale, ma più in generale è stata una giornata importante per l’umanità. È stata diffusa, infatti, la prima foto di un buco nero, e il risultato ottenuto conferma molte teorie elaborate durante i secoli scorsi, a partire dalla relatività di Albert Einsten.
L’oggetto che si vede nell’immagine è un buco nero con una massa pari a oltre quattro miliardi di stelle come il Sole, e si trova al centro della galassia Messier87, nell’ammasso della Vergine, a circa 55 milioni di anni luce da noi. Proprio a causa di questa distanza l’immagine che oggi possiamo vedere non rappresenta le reali condizioni attuali del buco nero, bensì il suo aspetto com’era 55 milioni di anni fa.
Questa immagine rivoluzionaria è frutto di un progetto internazionale conosciuto come Event Horizon Telescope, e l’Italia ha partecipato con l’Inaf (Istituto nazionale di astrofisica) e l’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare). Otto radiotelescopi sparsi per il pianeta hanno raccolto dati e immagini per anni, il Consiglio europeo delle ricerche ha stanziato 14 milioni di euro per portare il progetto a compimento.
Il buco nero è un oggetto talmente denso e con un’attrazione gravitazionale così forte che neanche la luce può sfuggirgli, e questa è una delle ragioni per cui immortalarlo è stato così complesso. L’oggetto luminoso che si può vedere attorno all’orizzonte degli eventi (il punto di non ritorno, per semplificare) è un anello di plasma che si muove a una velocità prossima a quella della luce.

La realizzazione dell’immagine finale è stata possibile grazie alla giovanissima ricercatrice Katie Bouman, che ad appena 20 è riuscita ad elaborare un algoritmo senza il quale non sarebbe stato possibile avere una foto così chiara. Le due ricercatrici Elisabetta Liuzzo e Kazi Rygl, dell’Istituto nazionale di astrofisica, sono entrate a far parte del progetto BHC nel 2018: “La calibrazione dei dati Eht è stata una grande sfida: i segnali astronomici sono deboli nella banda millimetrica, e distorti per effetto dell’atmosfera, che varia molto velocemente a queste frequenze” ha dichiarato Liuzzo, che insieme a Rygl ha collaborato allo sviluppo di uno dei supporti utilizzati per la calibrazione dell’Event Horizon Telescope.

Insomma sembra che la teoria della Relatività di Einstein stia dimostrando la sua validità anche in condizioni estreme. Secondo quanto spiegato da Fabio Pacucci, fisico italiano esperto di buchi neri, “Il risultato più importante della ‘foto del secolo’ è questo: la Relatività prevede che l’ombra dell’orizzonte degli eventi sia circolare. Forme alternative suggeriscono deviazioni dalla teoria di Einstein in regime di campo molto forte, quello misurato nelle immediate vicinanze di un orizzonte degli eventi. Lo studio dello spazio prossimo all’orizzonte degli eventi aprirà letteralmente nuovi orizzonti nello studio dell’accrescimento e dell’irradiazione da parte di buchi neri”.