Tommaso Gullo (ARCI): “Non è bloccando i flussi migratori che si acquisiranno diritti”

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Monreale, 30 agosto 2018 – Fa specie, nel 2018, sentire riaffiorare parole come razza, muri, confini, identità, sovranità, parole lanciate come brandelli di carne in mezzo a branchi di cani rabbiosi. 

Ma, in fondo, il detto homo homini lupus (l’uomo è lupo per l’altro uomo) è sempre attuale, e gli antichi sapevano bene come scatenare i peggiori istinti umani e non hanno mai perso l’occasione di farlo.

Ad amplificare la cosa, i social network, mezzi nati per svago oggi sono veri organi di stampa, e non a caso i partiti al governo sono anche i più abili nel diffondere i propri contenuti attraverso questi. 

Orde di utenti pronti a sbranarsi con chi non condivide la propria idea, una vera e propria macchina da guerra per radicalizzare le proprie opinioni senza un briciolo di analisi critica. Ogni argomento, dalla politica alla chimica nucleare, diventa quindi, campo di battaglia per acuire dicotomie e odio sociale. Una lenta opera di auto-convincimento dalla quale non tutti però hanno i mezzi per uscirne.

Prendiamo ad esempio il tema dell’immigrazione. 

A nulla servono i numeri ufficiali che rappresentano un’Italia sicura come non mai e smentiscono ogni teoria sull’invasione, gran parte degli italiani è fermamente convinta che questo stia accadendo. Lo dimostra uno studio dell’Istituto Cattaneo, secondo il quale il 70% degli italiani è convinto che ci siano il 25% di cittadini stranieri, in realtà sono il 9% – compresi quelli comunitari.

Malgrado ciò, su di questi si è aperto un dibattito talmente aspro da sfociare in molti casi in razzismo e xenofobia. 

Ma le ragioni di questo rancore sono tutt’altro che virtuali e hanno delle ragioni ben precise. 

Abbiamo vissuto una crisi economica importante, che ha aperto una competizione al ribasso a danno dei diritti dei lavoratori appannaggio delle aziende e se a questa aggiungiamo esternalizzazioni e blocco del turn over (ricambio aziendale privato e pubblico), per i lavoratori il destino è segnato. 

Tutti i pilastri del mercato globale sono stati messi in discussione e aperto una vera e propria guerra commerciale che vede coinvolti gran parte dei continenti. Una frattura che ha fatto riemergere concetti che avevamo in qualche modo archiviato, come l’autarchia e il sovranismo. 

C’è anche un lato culturale del nostro paese che forse non andrebbe sottovalutato. Al contrario dei più noti paesi colonizzatori (Francia, Inghilterra, Portogallo e Spagna), che hanno avuto dei precisi obblighi con i paesi colonizzati, l’Italia non ha mai avuto flussi importanti di migranti, per noi è un fenomeno relativamente recente e si scontra con una società probabilmente poco pronta, e in questo ci verranno in soccorso le seconde generazioni. 

In questa perenne ricerca del nemico, a pagarne le spese sono sempre e comunque i più deboli. I nostri giovani (specie laureati) riescono raramente a trovare uno sbocco lavorativo e sono costretti ad andare all’estero, quelli che rimangono vedono ogni giorno ridursi diritti e dignità ponendosi in netta contrapposizione con quelli ancora più deboli, come per l’appunto i migranti. 

In questa lotta impari assistiamo impassibili ad aziende italiane che esternalizzano verso l’Est Europa (vedi FIAT); agli enti pubblici come ospedali e scuole che non assumono da decenni, anzi, perennemente tagliati se non chiusi; ad un tessuto produttivo nella stragrande maggioranza dei casi ottocentesco; allo sfruttamento (fino alla schiavitù) dei lavoratori e alla corruzione. 

Io faccio parte dell’arci, un’associazione che ha come missione l’affermazione dei diritti, perché è sui diritti che si deve svolgere la battaglia più importante e che dovrebbe vederci tutti protagonisti. Una nazione dove esiste una parte di popolo senza cittadinanza è una nazione senza giustizia. E per cittadinanza non intendo certo lo status giuridico, per cittadinanza intendo il riconoscimento della dignità delle persone. Oggi sono senza cittadinanza i disoccupati, le coppie di fatto, i senza casa, alcune donne, le vittime di discriminazioni, chi non può curarsi nella propria città; tutti quelli a cui lo Stato non ha ancora dato delle risposte. 

Perché non è certo bloccando i flussi migratori che si acquisiranno diritti, gli esseri umani migrano da millenni e noi che viviamo in una terra circondata dal mare sappiamo bene quanto ci abbia donato la contaminazione dei popoli e delle culture. Noi che siamo stati un popolo di migranti, e lo siamo tutt’ora, sappiamo le ragioni che spingono una persona a lasciare la propria terra. 

Lasciamo parlare la nostra storia, non la paura, quella è inconfutabile. Il futuro dobbiamo costruirlo noi, su quello abbiamo le responsabilità più grandi e ricadere negli stessi errori del passato non è mai stata una buona ricetta. 

(Tommaso Gullo, presidente ARCI Palermo)

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