Milano, 23 luglio 2018: – Cosa posso fare per te, desideri qualcosa…un gelato?
– No….vorrei solo fare una doccia.
Ecco apparentemente un dialogo senza senso: due interlocutori che discutono su una ipotetica scelta, a dire il vero piuttosto bizzarra, tra una coccola gustativa che solletica il palato e conforta (il gelato) e un bisogno ovvio e imprescindibile (la doccia).
Un dialogo strano che può trovare un indizio di compiutezza, una sorta di connotazione logica nella seguente, semplice ipotesi sulla quale spesso ci si sofferma poco e superficialmente: “ciò che per alcuni è del tutto scontato, per altri può rappresentare una sorta di chimera….un bisogno agognato ma non facilmente appagabile”.
Ma andiamo con ordine:
– Episodio n° 1 – Stazione Centrale di Milano
Una donna medico e attivista nota una famiglia numerosa (mamma papà è quattro bambini dai 12 ai 4 anni)…hanno l’aria stanca e spaurita, tipica delle persone che hanno patito sofferenze inenarrabili ma conservano una certa compostezza che sa di dignità. Il suo fiuto, ormai temprato dall’esperienza, le suggerisce di indagare. Si avvicina, parla con loro e scopre che sono curdi, scappati dall’Afghanistan da circa un anno, in una rocambolesca traversata di diversi stati, paesi e città, nella sofferta speranza di approdare in un luogo sicuro, un posto dove poter progettare una nuova vita che possa finalmente odorare di libertà, di serenità…di futuro.
– Episodio n°2: cosa fare? Dove andare? A chi chiedere?
La dottoressa, dopo aver appreso la loro storia dolorosa e a tratti straziante, telefona a destra e a manca, contatta una serie di centri di prima accoglienza, senza trovare una soluzione per un’ipotetica sistemazione della famiglia, anche solo per pochi giorni: le modalità sono ultimamente cambiate in senso restrittivo, tutti allargano le braccia, oltretutto loro (mamma, papà e figlioletti) hanno lasciato le impronte a Trieste ed è lì che devono ritornare per chiedere lo status di rifugiati, non possono rimanere a Milano. La dottoressa insiste, implora, medita di accoglierli a casa sua, malgrado essa ospiti già altri diseredati, quando finalmente uno dei centri acconsente a farli dormire in una stanzetta per una sola notte, specificando che la mattina seguente, alle 7.00, sarebbero stati mandati via. “Meglio di niente” – pensa la dottoressa anche perché la ragazzina più grande è stata picchiata da un soldato croato e porta addosso i segni della brutale aggressione che andrebbero curati e per questo motivo necessita di riposare in un luogo pulito e sicuro.
La dottoressa affida la famiglia al centro ma non è tranquilla, va a casa e scrive un post accorato rivolto a un gruppo fb, costituito da amici che abitano nel suo stesso quartiere.
– Episodio n°3: la forza della solidarietà…(quella autentica).
La mattina successiva intorno alle ore 8.00, una giovane donna si appresta a completare la sua consueta corsetta domenicale: mentre incede a passo spedito pensa al post di aiuto scritto dalla sua amica sul gruppo fb di quartiere, pensa a quella povera famiglia curda, a quei quattro bambini e correndo sempre più veloce si ripromette di chiamarla appena arrivata a casa per rendersi eventualmente disponibile e offrire il proprio contributo. Ad un tratto nota sei persone all’interno del parco: sono sedute sull’erba, hanno un’aria composta e perbene, probabilmente si tratta di una famiglia che si sta preparando, in anticipo, per un pic-nic all’aria aperta. Nel completare il suo terzo e ultimo giro, guarda meglio quello strano sestetto familiare, eccessivamente mattiniero: si accorge che quegli esseri umani non hanno un’aria composta, sono solo “compostamente disperati”, facce pallide e occhi vitrei. Si ferma, intuisce subito che potrebbero essere loro, potrebbe trattarsi della famiglia curda: c’è la mamma, il papà, i tre bambini piccoli, c’è una ragazzina con lo sguardo perso nel vuoto…saranno sicuramente loro.
Si ferma, cerca febbrilmente il suo IPhone, chiama l’amica dottoressa, altri amici del quartiere, chiama suo marito…poi con un sorriso si avvicina.
Prova a parlare, però loro non conoscono l’inglese, solo la ragazzina triste lo conosce, è l’unica che può fungere da interprete. La mamma inizia a raccontare la loro storia e lei la traduce in maniera meccanica con un’espressione che non tradisce alcun sentimento, con una voce monotona, senza tono e senza emozioni. Si rifiuta categoricamente di tradurre alcune frasi…forse quelle che la riguardano. La giovane donna si avvicina ancora di più, si sente impotente e col cuore stretto in una morsa, si rivolge alla ragazzina e le chiede: – Cosa posso fare per te, desideri qualcosa…un gelato?
La ragazzina triste risponde con l’indifferenza di chi sa di stare per proporre una richiesta impossibile, quasi indecente: – No….vorrei solo fare una doccia.
La donna in tuta e scarpe da ginnastica si avvicina ancora di più, la guarda, le sorride e risponde: – Se ti fidi di me ti porto a casa mia a fare la doccia.
La ragazzina triste sgrana gli occhi, con lo stupore e la paura di chi pensa di non aver capito bene per poi lasciarsi andare a un sorriso liberatorio, incredulo, grato. Nel frattempo un intero quartiere si mobilita, tanti arrivano al parco. La famiglia viene accolta da diverse persone, la mamma, la ragazzina triste e la sorellina più piccola vanno a casa della giovane donna del parco, il papà e gli altri due fratellini presso un’altra famiglia. Tutti fanno la propria parte: c’è chi porta abiti puliti, chi organizza una colletta, c’è la bimba che offre i suoi giocattoli, c’e la trattoria che cucina pasti caldi, in una condivisione di umanità che fa bene a grandi e piccini, agli aiutati e agli “aiutandi”…che appaga e conforta proprio tutti.
Qualcuno organizza minuziosamente il viaggio di ritorno della famiglia a Trieste…la mamma curda rimane senza parole, il papà piange e non la smette più di ringraziare, la ragazzina triste continua a sorridere, i bambini fanno i bambini…cioè giocano con i nuovi amici.
Il giorno dopo la famiglia si appresta a partire, accompagnata alla stazione da alcune persone fidate e sul gruppo fb del quartiere, un lungo post di ringraziamento si conclude così:
“Succede che in un momento in cui tutto sembra girare al contrario accada che una comunità si mobiliti per dare un segnale concreto di umanità.
Questo il nostro modo di fare le cose, il modo che stiamo costruendo e vorremmo diventasse normalità.
Non c’è alcun disegno oltre quello di voler essere parte attiva e FARE qualcosa di concreto.
Pensiamo di aver dato e invece è più quello che oggi abbiamo ricevuto”.
PS: il quartiere milanese che si è mobilitato in una incredibile gara di solidarietà si chiama “NoLo” (North of Loreto).
La giovane donna della corsa nel parco è mia cognata.
Cara Maria Rosa, grazie grazie grazie. Queste faville di grande umanità ci illuminano la mente e aprono i cuori alla Speranza. Francesco Noto