Palermo, 21 Novembre 2017 – “Nonostante il momento storico abbia dimostrato segnali di cambiamento di direzione della Sicilia, questa volta non si è registrata la stessa collaborazione dei commercianti che hanno denunciato i loro estortori”. E’ amaro il commento del Colonnello dei Carabinieri Di Stasio, al termine dell’operazione “Falco” che ha decimato la cupola di Santa Maria di Gesù a Palermo.
Nessuna delle vittime della pratica estorsiva ha mai denunciato le imposizioni subite
Nessuna delle vittime della pratica estorsiva perpetrata dalla famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù ha mai denunciato le imposizioni subite.
Invece gli imprenditori hanno spesso fatto ricorso agli indagati al fine di ottenere la commissione di lavori presso terzi. Quella dell’“imprenditore colluso”con la mafia è una figura ampiamente presente nel territorio.
“La famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù – ha spiegato il Colonnello Di Stasio – è storicamente tra le più antiche e influenti di cosa nostra. E’ stata capace di riorganizzarsi internamente dopo ogni operazione delle Forze dell’Ordine e della Magistratura, tramandando regole e tradizioni ferree ai nuovi affiliati, ricostruendo di volta in volta la sua gerarchia con elezioni dei rappresentanti ai vari livelli, controllando il territorio, ricorrendo all’uso della violenza nella pratica estorsiva e sostenendo gli affiliati detenuti e le rispettive famiglie”.
I minori livelli della famiglia erano delegati anche all’esercizio della violenza necessaria per esercitare il controllo sul territorio. E’ stato documentato un pestaggio ai danni di un soggetto non identificato a cui partecipavano TINNIRELLO Giuseppe, SCARANTINO Lorenzo e PROFETA Antonino, raggiunti poi da PEDALINO Francesco.
Le intercettazioni, eseguite in luoghi considerati assolutamente sicuri dagli indagati, hanno consentito di avere cognizione del ferreo ed ortodosso rispetto delle regole di cosa nostra.
Vere e proprie lezioni di mafia per i giovani affiliati
PROFETA Salvatore e GAMBINO Giuseppe Natale si sono profusi in vere e proprie lezioni di mafia da impartire ai più giovani affiliati, con riferimento a regole di comportamento e di interrelazione gerarchica.
Proprio in occasione di un rimprovero mosso da GRECO Giuseppe a GAMBINO, relativamente ad una estorsione affidatagli, le propalazioni utilizzate dal rimproverato per discolparsi hanno rappresentato il primo caso in cui indagati intercettati hanno esplicitato l’esistenza in termini di cosa nostra, peraltro invocandola come entità d’appartenenza di supremo e incondizionato rispetto e in ossequio alla quale l’affiliato mai avrebbe disatteso gli ordini ricevuti (“Quando parliamo di cosa nostra… parliamo di cosa nostra! Quando dobbiamo babbiare …babbiamo!”).
Il sostentamento dei detenuti e dei familiari è per gli affiliati un dovere, al quale assolvere attraverso gli introiti provenienti dalle estorsioni.
Sono state in tal senso puntualmente documentate dagli investigatori le elargizioni di denaro in favore della coniuge di GRECO Carlo, fratello di Giuseppe, storico capo mandamento attualmente detenuto all’ergastolo.
Le intercettazioni, infine, rivelavano l’esistenza di una cassa comune gestita per conto dell’intera famiglia; in merito è stato possibile documentarne il passaggio da GAMBINO Giuseppe Natale a PEDALINO Francesco in seguito alla determinazione delle cariche e dei ruoli e, dopo l’arresto di PEDALINO, a COCCO Pietro il quale provvedeva a registrare entrate e uscite e a custodire il denaro occultandolo.
“Invito nuovamente a non cedere alla paura – dichiara il Colonnello Di Stasio -ad abbattere il muro di omertà e ad affidarsi allo Stato: questo è l’unico modo per liberarsi dal giogo del pizzo e questa è l’unica strada percorribile, così come ci è stata indicata da memorabili magistrati quali Falcone e Borsellino e da eroici imprenditori quali Libero Grassi”.