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A chi importa degli insegnanti? Professionalità svilite e famiglie smembrate

Monreale, 11 agosto 2016 – E l’America è lontana.

Il dramma è reale ma nessuno sembra accorgersene se non, come sempre, chi lo vive sulla propria pelle.

È estate.

Un’estate strana, dopotutto.

In cui si alternano giornate di afa ad acquazzoni improvvisi. Ma non è solo il clima ad essere caratterizzato dalle incertezze, quest’anno.

È anche il destino di quella categoria sempre più bistrattata e mortificata a livello politico e sociale: gli insegnanti. Già. Proprio loro.

Quelli che “hanno tre mesi di ferie, che pretendono il posto sotto casa, che un giornalista arrogante (Fabrizio Rondolino, ndr) può apostrofare come “capre ignoranti” senza che nessuno batta ciglio o gridi allo scandalo.

Che importa degli insegnanti? A chi importa di loro? In fondo “chi sono” o “cosa sono” per la società … ?

Hanno solo il dovere di educare i nostri figli, di sostituire lo sfacelo e la pseudo-educazione dilagante. Devono “solamente” istruirli, educarli al rispetto e alla civiltà, catturare la loro attenzione e motivarli…

Tutte cose che noi genitori, purtroppo e sempre più spesso, non siamo più in grado di fare.

Deleghiamo ma non giustifichiamo. Anzi.

Sviliamo e, nonostante tutto, pretendiamo.

Che i professori siano capaci. Motivati. Attenti. Disponibili. Preparati. E magari che abbiano anche un bel sorriso. E, grazie alla famigerata 107, probabilmente anche uno sguardo accattivante e una buona dose di avvenenza non guasterebbe.

Il tutto nel sacrosanto interesse dei discenti, sia chiaro. Per favorire la loro concentrazione. Per mantenere desta l’attenzione. E per il buon funzionamento della “Buona Scuola”.

Il resto? Poco conta.

Che un docente debba di punto in bianco fare le valigie e andare via non ha importanza.

E non stiamo parlando di “giovanotti” di belle speranze, pronti a scommettere sul loro futuro e a darsi all’avventura.

Stiamo parlando di gente che ha radici nel proprio paese. Uomini -ma donne, soprattutto – a cui si dà semplicemente un out-out: o vai o resti con un pugno di mosche in mano.

Per essere più precisi sradichi la tua famiglia e la trascini via con te, con tutte le incognite del caso e uno stipendio che a stento ti consente di arrivare a fine mese (e la casa comprata nel paese d’origine? Il mutuo ancora da pagare? E il lavoro del marito? E i genitori che rimarranno soli?) oppure rinunci al tuo lavoro per sempre. Anni di sacrifici in fumo.

Una vita da reinventare, insomma. Solo o con il tuo ristretto nucleo familiare.

Agevolazioni? Nessuna! Nada! Rien de rien come direbbero a Paris.

Spese non previste, di certo: una casa nuova, la babysitter per i figli più piccoli, voli aerei…

Ma tu sei solo il docente precario da una vita…

Ti hanno dato il posto fisso! Cos’altro pretendi? Forse fra 9/10 anni potrai tornare a casa… Forse.

Famiglie smembrate. Incognite…

Che importa? Sei solo un insegnante …

Una volta si inseguiva il sogno americano. Muniti a stento di una valigia di cartone, su un grande piroscafo, che ti portava dall’altra parte del mondo.

Ma era una scelta. Era un sacrificio ponderato. Oggi è il gioco della cabala o un algoritmo a decidere il futuro dei docenti italiani …

… E l’America è, davvero, un miraggio ancora troppo lontano…

1 Commento
  1. Giovanni Schimmenti scrive

    Nella vita non si può avere sempre tutto. Se pensiamo a quei giovani che cercano un lavoro da anni , ai padri di famiglia che continuano a essere disoccupati , però in cambio ricevono offerte di lavoro da 600 € al mese con orario spezzato. Hanno fatto bene le cosigliere elette alle quali spetta per diritto di essere vicino casa.
    Cosa vogliamo di più . Cu è fissa si sta asocasa

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