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Dalla passione per Vasco Rossi all’attenzione ai giovani e ai poveri, ecco chi è l’Arcivescovo Gualtiero Isacchi

“Sono in una fase di ascolto. Prima devo conoscere, poi devo cambiare io, e poi vedere insieme cosa cambiare

MONREALE – Il 28 aprile 2022 Mons. Gualtiero Isacchi è stato nominato da Papa Francesco vescovo di Monreale. Per molti una volontà, quella del Pontefice, di avviare una stagione in forte discontinuità con il passato.

Quando Mons. Gualtiero Isacchi ne ricevette comunicazione dal Nunzio apostolico fu colto di sorpresa. “Ho fatto presente al Nunzio che io non conoscevo questa realtà, la sensibilità di questo popolo, di questo territorio. Mi è stato risposto che ero stato scelto proprio per questo. Lei non conosce nulla – mi è stato detto -, non conosce nessuno, e quindi è libero da pregiudizi e sicuramente potrà operare in discernimento e capace di accogliere e di leggere la volontà di Dio”.

Mons. Gualtiero Isacchi giunge a Monreale dopo avere ricoperto l’incarico di vicario e di economo della diocesi di Albano, la più grande del Lazio dopo quella di Roma.

Com’è cambiato negli anni e qual è oggi il ruolo di un vescovo? Il vescovo deve essere un uomo di preghiera, un capo, un testimone?

Un vescovo deve essere come una giuntura, capace di creare le condizioni di comunione tra i sacerdoti nella chiesa e con le istituzioni. 

Qual è il rapporto da tenere con le istituzioni? La Chiesa deve subentrare laddove le istituzioni sono carenti?

La Chiesa non deve sostituire le istituzioni. Deve continuare ad operare seguendo il mandato di Cristo. L’attenzione ai poveri, il servizio ai bisognosi ci appartengono costitutivamente. Credo sia importante la collaborazione con le istituzioni altrimenti questo servizio del bene comune rischia di essere sbilanciato.

Papa Francesco ha espresso esplicitamente il suo auspicio di una Chiesa povera e per i poveri. Come si concretizza questa sua volontà?

Nella condivisione, nello spezzare il pane, nel condividere quello che abbiamo. E mi pare che in questo la diocesi di Monreale abbia fatto tanto. È sempre stata molto presente e attenta ai bisogni dei poveri.

La società si va sempre più disgregando, è sempre più individualista. Di giovani nelle chiese se ne vedono sempre meno. Questa cosa la preoccupa, oppure la chiesa non è più il luogo adeguato per incontrare i giovani e fargli vivere la bellezza della fede? Come deve fare la Chiesa oggi a proporre un cammino di fede ai giovani?

La questione giovanile è una di quelle centrali. Già Mons. Pennisi aveva identificato nei giovani e nella famiglia i due punti principali su cui lavorare. Il cambiamento che oggi ci viene chiesto è quello di non pensare più a riempire le chiese ma di portare la luce di Cristo fuori dalla chiesa per riempiere di significati la vita quotidiana delle persone, anche dei giovani. 

Con quali forme di comunicazione?

La comunicazione è sempre legata all’annuncio del Vangelo. Oggi si parla di sinodo che indica un metodo, il modo nuovo di operare. Bisogna testimoniare il Vangelo con la comunione ecclesiale, con la condivisione che è proprio ciò che Gesù ha sperimentato con i suoi discepoli. Questo tipo di testimonianza può essere coinvolgente.

Lei ha dichiarato: “siamo chiamati a trasformare i fortini della mafia, in fortini di speranza!” Come pensa di combattere la mentalità mafiosa e strappare i giovani alla criminalità organizzata?

Credo che la Chiesa non debba fare la lotta alla criminalità organizzata ma annunciare il Vangelo. Da questo annuncio nasce il fortino della speranza. Il Vangelo offere un diverso modo di relazionarci, di rapportarsi con il potere e con l’esercizio del potere. Non è uno slogan ma una direzione  verso la quale camminare. Non vogliamo combattere la criminalità, non tocca a noi, quanto riportare uomini e donne di questo tempo a vivere di speranza. 

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