Con l’inizio del mese di maggio sono entrate in vigore le nuove regole per il contenimento dall’infezione da covid: l’obbligo delle mascherine, tranne che in alcuni luoghi, decadrà, il green pass non verrà più richiesto tranne che nelle strutture sanitarie e cambiano le norme anche negli ambiti lavorativi, dei trasporti, di tempo libero e viaggi. Ma come stanno davvero le cose? L’emergenza è davvero cessata? Che ruolo hanno giocato i vaccini? E soprattutto, dobbiamo ancora avere paura del Covid? Per rispondere a questi e altri dubbi, abbiamo intervistato il dottor Pietro Bruno, medico di medicina generale a Monreale che, come tutti i medici di base, ha vissuto sul campo e direttamente l’emergenza scontrandosi ogni giorno con una realtà difficile da gestire e impensabile fino ad allora.
D: Dottore, qual è stato l’andamento della pandemia a Monreale negli ultimi mesi e come l’avete affrontata e gestita?
R: La pandemia da Sars-Cov 2 è stata e continua ad essere certamente una condizione che nessuno di noi si sarebbe mai aspettato. E noi medici di medicina generale siamo riusciti ad avere un polso diretto della situazione perché l’abbiamo vissuta in senso intenso e travolgente anche nel senso negativo e devastante del termine. Soprattutto il periodo a ridosso delle ultime festività natalizie e i primi mesi del 2022 sono stati estremamente pesanti, complicati e difficili da gestire sia sul piano professionale che personale: molti di noi hanno passato anche intere notti davanti al computer per assolvere agli obblighi che non potevano essere rimandati in quanto il giorno successivo se ne sarebbero sommati altrettanti e le già fortemente penalizzate attività di ambulatorio e di ascolto, visita del paziente, colloquio, in quel momento, se possibile, sono state ulteriormente e nostro malgrado compromesse. La situazione è stata altrettanto complicata da gestire sul piano individuale e personale e vi parlo di noi come esseri umani, uomini e donne.
Sa, a volte la gente ha difficoltà a comprendere e a realizzare la mole di lavoro e la pressione che ci siamo portati addosso in questo periodo, pagando anche di persona. Per fare solo qualche esempio, alcuni colleghi hanno avuto dei malori dovuti al carico eccessivo, altri hanno intrapreso o aumentato terapie antidepressive: c’è stato insomma un sacrificio umano ancora prima che professionale non indifferente. Io stesso ho a volte pensato di non farcela e molti di noi hanno addirittura presentato le dimissioni lasciando la medicina generale. E poi tutto si ripercuote in ambito familiare, il Covid ha comportato un azzeramento della nostra vita. La maggior parte di noi, oltre ai giorni canonici, è stata costantemente raggiunta via mail, per telefono, il sabato, la domenica e abbiamo continuato sacrificando anche la vita personale. Pensate che personalmente superavo le 12 ore giornaliere, come so anche tanti colleghi, a volte lavoravo anche di notte perché, a differenza di quanto si potrebbe pensare, la nostra giornata non si limita solo alle ore di ambulatorio ma continua con le visite domiciliari, le attività programmate, le segnalazioni, l’ascolto dei pazienti positivi, l’indicazione delle terapie, tutte cose che si facevano al di fuori dell’orario di studio.
D: Da quando è iniziata la pandemia, sono state forse un po’ perse di vista le altre patologie e i problemi dei pazienti?
R: Avendo dovuto dedicare gran parte del tempo all’emergenza Covid, è stato certamente messo da parte l’ascolto del resto, di tutte le altre patologie che fino ad allora erano state attenzionate. È notizia riportata anche dai mezzi di informazione non specialistici per esempio, che è stato rilevato, in questi due anni di covid, un incremento delle morti per malattie cardiovascolari, e questo è un dato ufficiale. Le cause vanno cercate nel problema di polarizzazione delle attività non solo sanitarie quali le nostre ma anche ospedaliere e il dato porta molto a riflettere. La condizione pandemica ha inoltre posto molte persone a sottovalutare o a non approfondire sintomatologie che in un momento differente avrebbero portato ad eseguire accertamenti e arrivare quindi alle diagnosi. Questo è un aspetto esemplificativo non solo per le malattie cardiovascolari ma anche per altre patologie per le quali, se analizzati i dati, emergerebbe lo stesso scenario. Anche riguardo la sfera oncologica valgono più o meno le stesse indicazioni con l’aggiunta, per esempio, che prima ancora del trattamento e della terapia di pazienti già malati, sono saltati gli screening, la prevenzione, cosa di estrema e fondamentale importanza. Di recente, per esempio, ho visto una signora per un problema di tipo senologico che aveva fatto l’ultima mammografia in epoca pre-covid. E questo vale per tutte le attività di screening. Sicuramente dunque ci abbiamo rimesso in termini di prevenzione e strategie sanitarie e poi è certo che le varie branche e specialità hanno ricevuto una ridotta attenzione non certo voluta e determinata. Nessuno difatti può essere colpevolizzato nell’ambito di una situazione emergenziale come quella che abbiamo vissuto che ha travolto e devastato la nostra società.
D. È vero che adesso i contagi stanno diminuendo e il covid viene trattato più come un’influenza, forse anche grazie ai vaccini?
R. Si, sono vere tutte e due le cose. I numeri hanno raggiunto delle vette inimmaginabili a ridosso delle festività natalizie. Ciascuno di noi nell’ambito della sanità territoriale, è arrivato a segnalare 15/20 casi al giorno e quella fase, con quella numerosità di casi, sembra essere passata. Ma nel frattempo il virus è anche mutato, continuano a presentarsi le varianti e le sotto-varianti la cui comparsa è direttamente proporzionale alla capacità di replicazione del virus, cioè più il virus si contagia da persona a persona, più si replica, maggiori sono le probabilità della comparsa di varianti. Su questo versante ci è andata bene nella misura in cui i numeri non sono paragonabili con il periodo “clou” che è durato più o meno fino a metà febbraio 2022 ma il virus non è scomparso e continua a trasmettersi con estrema facilità proprio perché, dalle osservazioni fatte dai nostri virologi, si è visto che le varianti hanno acquisito nei vari passaggi un potere infettante sempre più alto ma una virulenza nella capacità di determinare una malattia grave significativamente più bassa. Le ospedalizzazioni che abbiamo allo stato attuale di pazienti covid, solo in una piccolissima percentuale dei casi avvengono per quadri clinici da infezione del virus Sars-Cov 2 complicate, cioè per interessamento delle piccole vie aeree. Nella stragrande maggioranza dei casi l’infezione si ferma alle alte vie respiratorie e provoca un corteo di sintomi a volte anche meno intenso dell’influenza stagionale. A Monreale, come altrove, lo status è questo e devo dire che io stesso dall’inizio di questa ultima ondata pandemica (perché le altre precedenti ormai sono storia), pur avendo segnalato centinaia di casi, non ho avuto casi complicati che hanno richiesto l’ospedalizzazione per covid. Ho registrato inoltre un solo decesso di una persona anziana ultraottantenne con varie patologie pregresse e che comunque non era vaccinata.
Il messaggio finale che deve passare forte e chiaro, è che il vaccino ha fatto la differenza e ne siamo convinti e certi. Continuiamo a ribadire l’importanza della vaccinazione anche oggi che nel percepito comune comincia a strisciare la convinzione che la pandemia sia passata. In realtà non è assolutamente così.
D. Cosa mi dice riguardo l’ipotesi di una quarta dose di vaccino?
R. L’ipotesi è in corso di valutazione, al momento le indicazioni prevedono un’attuazione della vaccinazione ai soggetti con maggiore fragilità e fra questi vi sono gli ultraottantenni e i soggetti con altre patologie. L’ipotesi di una quarta dose inizieremo a considerarla concreta per una vasta fetta della popolazione certamente più avanti e questa non è una condizione che riguarda solo il covid ma la reiterazione delle dosi di vaccino è una cosa che facciamo tutti gli anni con il virus dell’influenza. Verosimilmente, le ultime indicazioni provenienti da ambienti ministeriali lasciano intendere il periodo di settembre come fase di avvio della campagna estesa a fette di popolazione più ampia in previsione di una possibile recrudescenza dei contagi a ridosso della stagione autunnale, come è sempre atteso.