MONREALE – Possibile che la vedova di un uomo morto colpito da un fulmine mentre era in servizio, con due figli e con dei problemi a carico, resti senza lavoro, senza una casa, senza nessuna forma di sostentamento, risarcimento o pensione, in condizione di indigenza? Sembra assurdo, magari un’ottima trama per un film, eppure è l’incredibile realtà che dal 2019 si trova a vivere quotidianamente Valentina Campione, giovane donna monrealese che ci ha raccontato la sua storia.
“Era il 10 settembre del 2019, mio marito iniziava a lavorare alle 5.30 del mattino e avrebbe finito il suo turno alle 14.30, ma quel giorno, per puro caso, un suo collega gli chiese di coprire anche il suo turno perché la moglie, incinta, stava per partorire. E questa coincidenza fortuita è stata l’inizio di tutto. Mi chiamò per avvertirmi che avrebbe lavorato anche nel pomeriggio e così io andai a prendere i bambini a scuola e mi occupai di loro. Quel giorno pioveva a dirotto, venne giù nel pomeriggio una bomba d’acqua, ma la giornata trascorse normalmente fino alle 19.30 quando arrivò quella chiamata che mi cambiò la vita. Era mia cognata, la sorella di mio marito, che mi comunicò che qualcosa di grave era accaduto. Non mi preoccupai subito, pensai che magari era un allarme ingiustificato e così provai a chiamare e richiamare mio marito. Ma il telefono squillava e squillava a lungo, una, due, tre, cinque volte, ma a vuoto. Subito dopo qualcuno mi mandò un articolo di un quotidiano locale cefaludese che dava la notizia di un uomo morto colpito da un fulmine, Francesco Battaglia. Non ho avuto più dubbi. Era mio marito. Ma possibile che una donna debba venire a sapere della morte del marito da un articolo di un giornale online? Possibile che neanche i carabinieri abbiano avuto l’idea o il coraggio di avvisarmi, come mi hanno confidato l’indomani? Non è poi il loro lavoro? Possibile che non sia stata meritevole di questa delicatezza? Insomma, sconvolta, volevo subito andare a constatare con i miei occhi quanto era accaduto ma mi è stato riferito che il corpo era già all’obitorio e non era possibile andare. Ma l’indomani mattina alle 7.00 ero già lì a riconoscere il corpo di mio marito, un corpo bruciato, martoriato e nudo. Ho quindi richiesto almeno i suoi effetti personali ma lì è arrivata un’altra sorpresa: erano stati già consegnati a mia cognata che aveva dichiarato che io non ero più la moglie.
Francesco Battaglia morto colpito da un fulmine, era il genero del monrealese Ugo Campione
È vero che Francesco era fuori casa da 9 mesi, ma è vero anche che era ancora legalmente mio marito, non avevamo neanche avviato le pratiche di separazione. E la stessa cosa è successa, oltre che per il portafoglio e il telefono, anche per la macchina, trattenuta allo stesso modo dalla sua famiglia. Avrei potuto venderla e ricavarci qualcosa, data la mia condizione di cui adesso vi parlerò, ma non mi è stato permesso. Neanche sapendo che sono senza lavoro, senza una casa, vivo con il reddito di cittadinanza e ho due figli con dei problemi. Eh sì, perché non solo i miei figli hanno entrambi delle difficoltà cognitive e comportamentali, ma mi hanno anche tolto la casa pochi mesi dopo la morte di mio marito. Il tribunale di Termini Imerese mi ha infatti dato pochissimi giorni per prendere le mie cose e liberare la casa che andrà all’asta per dei debiti pendenti che aveva Francesco”.
Così inizia la via crucis di Valentina. “Prima sono stata ospite dei miei genitori, poi sono andata in un appartamento in affitto pagando la mensilità con il reddito di cittadinanza e adesso sono ospite in una casa dove non pago l’affitto ma sono a mio carico le utenze. E come fareste voi ad andare avanti e a garantire il necessario ai vostri figli senza un lavoro? Ho mandato curricula, provato concorsi, sostenuto colloqui, ma non ne ho cavato un ragno dal buco, soprattutto adesso che a causa del Covid molte aziende sono in difficoltà e il mercato del lavoro è fermo. Ho chiesto anche di poter vendere, per ricavarci dei soldi per vivere qualche tempo, delle macchine agricole di mia proprietà di cui la famiglia di mio marito si è appropriata quest’ultima, anche questa volta, me l’ha impedito. Ma c’è di più: non mi spetta neanche la pensione di reversibilità perché lui aveva appena 13 anni di contributi e il minimo per averla, come sapete, sono 15 anni. …E dovrei pagare i restanti due anni per raggiungerla, ma con quali soldi? E poi sapete per avere quanto? 190 euro al mese! Assurdo, veramente assurdo”.
“Ma ancora peggiore è un altro fatto: all’inizio di questo incubo il direttore dell’Inail di allora mi aveva chiamato di persona per sapere dove accreditarmi quanto mi spettava per la morte di mio marito durante il servizio. Ma successivamente ho avuto un’ennesima, amarissima sorpresa: non mi avrebbero liquidato un bel niente per un errore, pare, del medico legale che constatò la sua morte. Pensate che non fecero neanche l’autopsia subito dopo il decesso! E non mi spetterebbe nulla, secondo l’Inail perché, dicono, la causa della morte non è imputabile al servizio. E sapete esattamente com’è morto? Mentre sistemava il rimorchio del camion che stava guidando per lavoro, colpito da un fulmine! Non è forse questa una causa imputabile al suo lavoro? Lui era lì, in quel maledetto posto, in quell’istante non certo per farsi i fatti suoi ma per servizio. E dunque perché mai non mi si viene riconosciuta la liquidazione del danno? Certo nessuno potrà ridare il papà ai miei figli che, lo ricordo, hanno delle difficoltà, ma almeno avrebbero di che vivere. Mi trovo quindi senza lavoro, senza pensione, senza aiuti, con uno Stato che mi ha abbandonato, con delle persone che hanno fatto di tutto per danneggiarmi. Cosa dovrei fare? Ma io lotto, lotto e lotto ancora insieme al mio avvocato per l’avvenire dei miei figli perché loro si meritano il futuro che avevano finché il loro papà era in vita”.