11 anni a Francesco Pampa, 4 a Massimiliano Vicari e 2 anni e 8 mesi a Filippo Giardi.
Queste le condanne inflitte dal GUP Rosario Di Gioia al titolare dell’agenzia di moda “Vanity Models Management”, al suo collaboratore Vicari, e ad presunto cliente, nell’ambito dell’inchiesta scoppiata a gennaio su un giro di prostituzione minorile.
L’inchiesta era scattata a gennaio, quando i tre soggetti erano stati tratti agli arresti. Successivamente Giardi era stato messo in libertà. Le operazioni sono state coordinate dal procuratore aggiunto Annamaria Picozzi, in seguito alla denuncia presentata dalla madre di una delle ragazze.
La figlia, già all’età di 15 anni, aveva ammesso di essere stata costretta a prostituirsi dietro somme di denaro. Ogni prestazione sarebbe stata pagata tra i 50 e i 150 euro.
L’inchiesta si era poi allargata, coinvolgendo altre ragazze. Il giro di prostituzione si sarebbe allargato tra clienti di Milano, della Campania.
Secondo l’accusa, che aveva chiesto condanne ancora più severe, Pampa avrebbe gestito gli incontri e vi avrebbe lucrato sopra.
La difesa di Pampa, rappresentata dall’avvocato Sanseverino, non aveva contestato i fatti ma le modalità con cui sarebbero avvenuti. “Le ragazze erano assolutamente consenzienti”, spiegavano i legali degli imputati che avevano chiesto di procedere secondo il rito abbreviato.
Pampa, dinanzi al GUP, aveva sostenuto fermamente la tesi secondo la quale le ragazze sarebbero state felicissime di avere rapporti sessuali con loro e con i clienti, in cambio di regali, quali viaggi o soldi, o per vedersi spianato il percorso verso il successo nel mondo della moda. Non ci sarebbe stata alcuna forma di sfruttamento della prostituzione, ha quindi dichiarato Pampa, che si è mostrato molto arrabbiato per come le ragazze lo avessero tradito, avanzando queste accuse e ribaltando la reale situazione, forse per paura di essere scoperte.
Per Giardi invece non ci sarebbe stato sesso in cambio di denaro. Non negando di aver avuto rapporti con una delle minorenni, aveva dichiarato al giudice che si sarebbe innamorato della ragazza e che le avrebbe dunque fatto dei regali, ma non per pagare gli incontri sessuali.