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Manuel Croce: ecco perchè ancora si aggredisce una coppia gay

"Non tutti hanno la forza di chiedere aiuto, bussare alle porte di un centro di accoglienza perché sei omosessuale e hai perso tutto"

Tanto si è parlato dei diritti della comunità LGBT in occasione della discussione sul DDL Zan, che ancora aspetta di essere approvato, e del discorso di Fedez sul palco del 1 maggio. Ne abbiamo parlato anche durante FDTalk con esponenti della comunità LBGT e con Don Giuseppe Ruggirello. Ma, ancora, l’argomento torna prepotentemente alla ribalta questa volta in occasione dell’aggressione ai danni della coppia di turisti omosessuali nel pieno centro di Palermo. Ne abbiamo parlato con Manuel Croce, divenuto famoso per la sua toccante storia riguardante la difficile relazione con la sua famiglia a causa della sua omosessualità.

Manuel, abbiamo tutti appreso con grande sconcerto quanto è accaduto qualche giorno fa in pieno centro a Palermo ai danni di una coppia di turisti omosessuali, come commenti l’accaduto?

 Sono indignato. Tutto è accaduto nel cuore della città, davanti a tanta gente che passeggiava. Nessuno si è fermato, nessuno ha mosso un dito per chiamare le forze dell’ordine tempestivamente. Il quadro è molto chiaro: in Sicilia le discriminazioni contro i gay sono in continuo aumento e trovano radice in quella sub-cultura maschilista, machista, e patriarcale di cui è intrisa per tradizione. Il fatto che non ci sia stato io al posto di quella coppia di Torino, non vuol dire che un giorno non toccherà a me. Il ddl Zan, come si può notare, è urgentissimo. Chi nega tale esigenza è complice di un silenzio che colpisce, ferisce, e qualche volta uccide. Sabato prossimo 5 giugno alle 17,00 ci riuniremo in piazza Verdi, di fronte al teatro Massimo. Chi tocca uno di loro, tocca anche me.

Stiamo dando un’immagine della nostra città forse distorta al di fuori dei confini regionali e nazionali rispetto a come stanno veramente le cose? O davvero si respira un’aria pesante tra la comunità LGBT? Cosa vuol dire essere gay, appartenere alla comunità LGBTQ+?

Significa essere liberi di camminare per strada mano nella mano, senza che nessuno ti tiri bottiglie addosso, che ti fischi, che ti insulti, che ti fermi per portarti in un angolo buio della strada e rapinarti solo per il fatto di essere diverso. Significa entrare in banca e trovare una trans come bancario allo sportello, vedere una panchina arcobaleno nel giardino pubblico della città in memoria di chi è morto e ha combattuto per le lotte degli omosessuali, oppure non deriso ed escluso semplicemente perché effeminato. Tutto questo qui non accade. Abbiamo il mare bello, le chiese barocche, i templi, la letteratura e il cibo. Ma il resto dove sta? Tutti i siciliani sono così? No. Però tacere macchia, dirama le colpe di alcuni sulle spalle di tutti. Cosa si potrebbe e dovrebbe fare affinché tutto ciò non accada più? Spronare i cuori dei senatori, chiedere loro di approvare il disegno di legge immediatamente così come è scritto, senza se e senza ma, questo si dovrebbe fare. Il Ddl Zan non toglie diritti, ne aggiunge. Ce lo chiede l’Europa, se l’aspettano le altre nazioni che ci osservano con attenzione sull’evoluzione dei diritti civili. L’aggressione avvenuta a Palermo ai danni della coppia omosessuale di Torino ha danneggiato l’immagine della città e di tutta la Sicilia. Questo crimine ha fatto il giro del mondo, chi è omosessuale e vuole venire qui in vacanza non si sente al sicuro. Quasi tutti i paesi occidentali hanno delle norme che tutelano chi viene aggredito per il proprio orientamento di genere. Non dobbiamo avere paura di chi vuole metterci paura. Questo è il momento, e l’Italia è pronta coi tempi per avere una legge che la metta al pari degli altri paesi europei.

Cosa ne pensi della posizione della Chiesa in merito? Potrebbe forse mandare dei segnali di più forte condanna?

La Chiesa Cattolica condanna le discriminazioni e gli attacchi contro gli omosessuali. Ufficialmente lo fa, un po’ meno nelle omelie della domenica. Io stesso ho trovato conforto dinanzi a due preti cattolici, e hanno dato delle spiegazioni su quanto mi è accaduto. Chi attacca, discrimina, offende e si ritiene cattolico, quello non è cristiano, perché utilizza la Croce come scudo per pararsi dalla propria colpa di omofobo. Eppure ci sono dei distinguo. Abbiamo notato tutti come la Congregazione per la dottrina della fede e la CEI abbiano reagito alla richiesta di benedizione da parte dei preti cattolici tedeschi per le coppie omosessuali. Questo perché è avvenuto? La Germania è avanti coi diritti per la comunità LGBTQ+, sposarsi ed essere genitori non è solo normale, ormai è una prassi che non scandalizza nessuno. Dinanzi a tanti fedeli omosessuali, che si sentono di appartenere alla propria comunità religiosa, è naturale che venga questa richiesta dalla base, ovvero dai preti, quelli che ogni giorno hanno a che fare coi problemi quotidiani dei fedeli. Come non poteva nascere spontanea la richiesta? Hanno disobbedito. Hanno benedetto le coppie omosessuali in chiesa. Non sono stati scomunicati. La mia personale percezione su quanto accaduto fra Chiesa di Roma e Chiesa di Germania è che si è sull’orlo del Nuovo Scisma. L’unico segnale sulla tematica che il Vaticano può dare è seguire l’esempio di due papi, che a loro volta sono dei santi: Giovanni XXIII, il papa buono, e Giovanni Paolo II. Non serve un Sinodo, bisognerebbe aprire un Concilio Vaticano III e chiedere scusa per aver mandato al rogo e perseguitato nel passato tanti uomini solo per il fatto di essere omosessuali. I due papi ci hanno mostrato come la sensibilità della Chiesa Cattolica, nel tempo, possa adeguarsi all’interpretazione dei tempi moderni del Vangelo senza intaccare fede e morale. D’altronde, quando Karol Wojtyla chiese scusa per le persecuzioni della Santa Inquisizione, nessuno obiettò dinanzi alla figura leggendaria di Giovanna d’Arco, quella “Pulzella d’Orléans” anticipatrice già allora della questione sull’identità di genere, il sesso cui ci sentiamo di appartenere. La fecero pure Santa, se non sbaglio nel 1920.

Ti stai impegnando per muovere le cose e arrivare al cuore soprattutto di tutte le mamme di figli omosessuali. Cosa porti avanti nello specifico?

Mi hanno scritto tantissimi ragazze e ragazzi, chiedendomi di portare avanti la battaglia per i diritti civili della comunità LGBTQ+ perché non trovano il mio stesso coraggio. La legge del silenzio è forte, e quando la scardini crei lo scandalo. Non tutti hanno la forza di chiedere aiuto, bussare alle porte di un centro di accoglienza perché sei omosessuale e hai perso tutto. Mi hanno scritto mamme che non riescono a superare il dissidio familiare in cui il marito non accetta l’omosessualità del figlio, o altri figli che non accettano il fratello o la sorella e vengono messi alla porta. Ecco, a loro chiedo più coraggio, di respirare con la stessa forza con cui ci hanno messo al mondo. Saltare la fossa del pregiudizio, non avere paura, questo chiedo alle mamme d’Italia, di tendere le braccia, di scendere in piazza con noi per i diritti. Siamo i vostri figli, ci avete partorito. Una legge può tutelarci, difenderci, cambiare il percorso educativo alla diversità, ma non esiste alcuna norma per l’accettazione. Solo l’amore incondizionato riesce a lenire la discriminazione che quotidianamente subiamo dagli omofobi. Se taci, oppure acconsenti, stai dalla loro parte. Per questo esistono su tutto il territorio nazionale associazioni come Agedo, l’associazione dei genitori di figli omosessuali, che mettono in campo la propria esperienza e supporti psicologici per l’accettazione e il superamento dell’omofobia in famiglia. Fanno un gran lavoro a titolo gratuito.

Quanto è importante il sostegno della famiglia e degli amici per un ragazzo gay?

Credo sia il cento per cento. La famiglia è rifugio, consiglio, protezione. Sin da bambino cerchi la mamma e il papà, piangi sulle loro spalle, ti curano il ginocchio sbucciato quando sei caduto per terra. Immaginare dei genitori che alla piaga aggiungono altro dolore, mi sconfigge prima di tutto come uomo, poi come gay. Quando percepisci che la famiglia non accetterebbe la tua omosessualità, allora sono i tuoi amici a sostenerti, i primi cui ti rivolgi per un supporto. Nel periodo più difficile mi sono stati vicinissimi. Allora ho scoperto cosa voglia dire essere amati: non giudicare per l’orientamento sessuale ma per la persona che sei. Certo, famiglia e amici possono esserti di sostegno, ma serve lo Stato, lo Stato di diritto che tuteli contro l’omolesbobitransfobia, che riconosca nei codici civili e penali l’omosessuale in quanto tale. Lo ripeto: il Ddl Zan è un punto di partenza, necessario e urgente.

La tua è una storia molto toccante, divenuta ormai famosa per la diffusione attraverso i media. Sappiamo che da molto tempo non hai contatti con la tua famiglia, c’è un messaggio che vorresti mandare alla tua mamma?

Si, e voglio parlarle direttamente: Mamma, non smetterò mai di cercare l’amore incondizionato che mi hai dato mettendomi alla luce. So che è dentro di te, nascosto in quel luogo viscerale che è il tuo cuore di mamma. Ho perso il mio papà senza mai più rivederlo. Me l’hanno detto freddamente, senza informarmi sul giorno dei funerali. Ma non eri tu dall’altra parte del telefono, e forse hai delegato un’estranea temendo che potessi avere una brutta reazione. Invece, avrei pianto con te perché hai perso il compagno di vita a causa del Covid, perché il tuo dolore è il mio dolore. Mio padre resterà per sempre mio padre. Attraverso un messaggio che mi hai fatto recapitare a Italia Sì, su Rai 1, hai chiesto perché mai dovrei scegliere fra il tuo amore e la mia sessualità. Ci ho pensato molto, perché mi ha spiazzato. Ho trovato la risposta che proviene proprio dal bene che ti voglio: perché mai tu dovresti scegliere fra la tua religione e l’amore incondizionato per il figlio che hai partorito dal tuo ventre? Credo che le due cose possano convivere. È passato quasi un anno dall’ultima volta. Piangevi, sapevi che non ci saremmo più rivisti. Entrambi versavamo lacrime, capivamo quanto amore c’è stato e cosa lo stesse distruggendo. Ti ho sognata, tu, la mia mamma. Eri a Palermo, in piazza Verdi. C’era tanta, tantissima gente, tante donne come te a fianco dei propri figli gay. Ti ho riconosciuta subito, da lontano. Eri sola e avevi gli occhi ancora umidi. Sono corso verso di te senza esitare. Ti ho stretta forte e ho sfiorato le tue labbra come facevo da piccino. Avevi il profumo di sempre, quello dei biscotti appena fatti. Non dicevamo nulla, proprio niente. Bastava solo quell’amore. Ti ho sognata così, al mio fianco. So che non si realizzerà mai, eppure il sogno è l’unica cosa che mi resta innanzi a questo lutto.

Cosa consiglieresti invece a chi ha paura di fare coming out?

Il mio cuore è una spina. Ogni volta che tento di raccontare il passato per eliminarlo dalle bruttezze vissute, mi pungo. Mi faccio male. Eppure so che alla cima dello stelo i petali di questo fiore stanno per sbocciare. Non sarò io a raccogliere questa rosa, ma la prossima generazione. Che tutti i ragazzi e le ragazze trovino la forza che a me è mancata per tanti anni. Per paura delle conseguenze, per timore di essere escluso. Non c’è mai un tempo per dire di essere voi stessi, di dichiarare la vostra omosessualità ai genitori. Osate. Disubbidite civilmente. C’è un leone che ruggisce dentro di voi, attende solo l’eco del coraggio.

So che vuoi mandare un messaggio al sindaco e alle istituzioni…

Mi rivolgo al Sindaco Arcidiacono e al Presidente del Consiglio Intravaia, alla loro sensibilità. Monreale ha una folta comunità Lgbtq+ ed episodi di omofobia avvengono senza essere denunciati. Queste sorelle e questi fratelli sono cittadini come gli altri, la vicinanza delle istituzioni non si manifesta solo con una chiamata, ma con segni tangibili della loro presenza. Molti monrealesi mi hanno scritto mostrandomi la loro solidarietà, mettendo a disposizione un luogo dove poter dormire. Questo mi ha commosso, perché sono convinto che la città sia compatta nel superamento dell’omofobia. Eppure esistono ancora degli zoccoli duri, quei luoghi dove aleggia un’ombra che si chiama indifferenza. Lì nasce questo tumore, e se non si interviene si riproduce e crea metastasi, contagia il resto. Non lasciate soli questi uomini e donne, dimostrate loro che Monreale c’è sempre stata. Ve lo chiedo in ginocchio, a nome dei miei fratelli e sorelle: abbiate il coraggio di dipingere una panchina di piazza Vittorio Emanuele II con i colori dell’arcobaleno. Questo rappresenta la comunità gay, è simbolo di forza e memoria. Memoria per chi è stato ucciso soccombendo all’odio omofobo, la cui unica colpa era di sapere amare. Sono gli stessi colori della bandiera che i monrealesi hanno appeso ai balconi durante la prima ondata di pandemia cantando Azzurro. “Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. E qualsiasi altro comandamento si riassume in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge”. Sì, andrà tutto bene.

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