Portella della Ginestra Primo maggio 1947, la prima strage di stato

I primi colpi erano stati scambiati per "botti della festa" ma le raffiche seguenti lasciano a terra morti e feriti

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PIANA DEGLI ALBANESI – Oggi è un dovere parlare di Portella. Perché la presa di posizione dei lavoratori di quel tempo è un esempio di come si possa lottare per i diritti in maniera legale. Questo lo diceva anche Mario Nicosia, uno dei sopravvissuti alla strage: “Noi eravamo a Portella per chiedere l’applicazione della legge” del Decreto Gullo dell’ottobre del 1944 secondo il quale i contadini che prendevano in affitto i terreni dai latifondisti, avessero diritto a metà del raccolto. Perché in passato succedeva che il mezzadro si dovesse accontentare di un misero 20% dal quale doveva sottrarre tutte le spese per la semina. Finiva così che per sfamare la famiglia il contadino era costretto a ricorrere all’indebitamento. Questo dopo aver lavorato per intere stagioni. Era assurdo.

Ovviamente i latifondisti e i mafiosi non potevano permettere che avvenisse un tale spostamento di reddito, poiché avrebbe insidiato la loro posizione e quindi cambiato gli equilibri socio economici dell’isola.

Infatti, nel 1944, anno in cui la Sicilia ritorna nelle logiche nazionali, cominciano ad apparire le prime sedi delle Camere del Lavoro, e di contro la mafia comincia ad uccidere decine di sindacalisti rei di aver aiutato i contadini a fondare le cooperative attraverso le quali applicare il Decreto Gullo ed occupare i terreni incolti.

I lavoratori che salivano a Portella non potevano mai pensare quello che li attendeva. Erano lì anche per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo, ovvero dei socialcomunisti, alle elezioni regionali del 20 aprile precedente. Infatti, i primi colpi sparati dai banditi vengono scambiati per “botti della festa”, mortaretti. Però i colpi successivi scateneranno il panico e lasceranno a terra 11 persone e numerosi feriti.

Subito dopo la strage alcuni famigliari delle vittime, col sangue negli occhi, imbracciarono i fucili con lo scopo di attaccare le case dei mafiosi, ritenuti i responsabili. Per fortuna vennero fermati in tempo, perché chi aveva architettato la strage cercava soprattuto la provocazione. Infatti, se quei poveri uomini avessero attaccato veramente le case dei mafiosi, l’indomani i giornali avrebbero parlato unicamente del loro atto, relegando la strage in secondo piano.

Quindi, la provocazione era uno degli effetti che si voleva creare assieme a quello della paura, del terrore che, secondo loro, avrebbe spinto i lavoratori ad abbandonare la strada di consapevolezza che li avrebbe portati all’emancipazione dal grande proprietario terriero. Però questo non avvenne e il primo giugno i lavoratori ritornano a Portella assieme a Girolamo Li Causi, segretario regionale del Partito Comunista, ribadendo che la lotta sarebbe continuata.

Se queste erano motivazioni di carattere prettamente locale, esistono anche altre di carattere generale che originano dai grandi meccanismi della politica internazionale.

Infatti il 1947 è un anno cruciale. L’Italia aderisce al Piano Marshall. A gennaio De Gasperi prende un aereo diretto a Cleveland, per prendere i soldi della ricostruzione del paese. Ma il piano stabiliva che il paese che riceveva gli aiuti avesse il dovere di escludere le forze di sinistra da ogni rango di governo. Però dopo tre mesi, in Sicilia, citando Karl Marx, lo spettro del comunismo era vivo e vegeto e bisognava far di tutto per stroncarlo, perché altrimenti gli accordi geopolitici rischiavano di frantumarsi.

Ma si può parlare di Portella anche privilegiando la dimensione del racconto figlio della presenza e dell’incontro. Per sottolineare come la memoria debba avere un compito importante per sensibilizzare, soprattutto le nuove leve. Affinché dal passato si possano attingere degli esempi, purtroppo oggi quasi inesistenti.

E la memoria è importante perché ha notevole valenza sociale e quando viene donata attraverso il racconto è un’occasione di incontro anche tra persone che condividono esistenze diverse. Per questo è ancora utile parlare coi testimoni della strage. Occorre farlo spesso, poiché l’epoca dei testimoni, purtroppo, è sul viale del tramonto.

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