PIANA DEGLI ALBANESI – Sembrano ormai lontani i tempi in cui, precipitanti nel vortice della fretta spasmodica della nostra società, ci accalcavamo davanti ai banconi dei bar alzando la mano e urlando “un caffè!” con la speranza che il banconista tra un ordine e l’altro non dimenticasse la nostra richiesta e la esaudisse al più presto. Se questo accadeva, giornalmente, nelle grandi città dove il ritmo della vita è molto elevato, invece, nei piccoli centri il rito del caffè rappresentava, fino alle restrizioni, ancora un momento in cui era lecito fermarsi e godere della lentezza del tempo sul bordo amico e sicuro del bancone.
Ma i bar non sono solo caffè, ma anche tanti altri prodotti come rosticceria, pasticceria, per non parlare degli aperitivi consumati con gli amici dopo una giornata di lavoro; purtroppo il settore dei bar è stato uno dei più colpiti dalla pandemia. Le perdite, in un anno di covid, si aggirano a decine di miliardi di euro. Praticamente una buona fetta del PIL italiano.
Ma il tracollo è stato anche di tipo sociale perché, a causa delle opportune norme igienico sanitarie, è venuta a mancare la celebrazione di un rito svolto in un luogo simbolo, in seno al quale gli italiani dilatavano il tempo e si fermavano a chiacchierare un minuto in più con l’amico di turno davanti a un bicchiere di birra, un’arancina, un cannolo o gustando un gelato fatto come si deve. Quindi, se la pandemia fosse successa trent’anni fa, probabilmente Gino Paoli avrebbe avuto un po’ di difficoltà per trovare l’ispirazione necessaria a scrivere la canzone “Quattro amici” (al bar).
Abbiamo incontrato quattro baristi di Piana degli Albanesi per chiedere loro di descriverci la loro esperienza lavorativa relativa ai dodici mesi appena trascorsi. Le difficoltà sono legate anche allo stop del flusso turistico che ogni settimana assicurava delle entrate scaturite dalla vendita del celebre e rinomato cannolo di Piana.
Secondo Serafina Cuccia, titolare dell’Antico Bar Sport “La pandemia per un’attività come la nostra ha significato e significa ancora incertezza e persecuzione”.
In che senso incertezza?
Nel più ampio senso della parola. Considera che dal 4 maggio del 2020 queste riaperture a singhiozzo, limitate esclusivamente all’asporto, continuano in realtà a rappresentare per noi una sorta di “non apertura” perché il bar da sempre è un luogo di ritrovo per tutti, dagli incontri tra amici, agli incontri di lavoro. È un posto di socialità. Quindi, la colazione e l’aperitivo d’asporto possono perdere il loro valore.
E in che senso persecuzione?
Lasciamelo dire: ad oggi sembra che gli unici luoghi in cui ci si può infettare siano i ristoranti, le palestre, i pub e i teatri. Insomma quelle attività che sono state messe nel mirino senza invece preoccuparsi degli assembramenti all’entrata delle banche e degli uffici postali. Per non parlare dei mezzi pubblici. Ecco perché poi perdono di credibilità certi provvedimenti perché se devi contenere gli assembramenti devi farlo ovunque e a discapito di tutto/i. In aereo è impossibile viaggiare senza distanziamento e allo stesso tempo vietano, in un locale come il nostro dove è facile gestire il distanziamento di un metro anche nel bancone, la possibilità di consumare all’interno. Questo è quello che non accettiamo!
Vi siete sentiti protetti dallo stato?
Secondo te quale protezione potevamo aspettarci da un governo che ha definito le nostre attività come “non essenziali”. I rappresentanti di categoria di fronte ad una simile esternazione dovevano intervenire seriamente a difesa di queste partite iva che sorreggono il tessuto economico del Paese.
E i ristori?
La nostra attività ne ha beneficiato solo in una occasione. Dalle altre è stata esclusa per cavilli burocratici, per la grande farsa dei codici ateco.
I dispositivi di protezione sono stati efficaci?
Noi non abbiamo mai sottovalutato la pandemia, per questo fin dal primo giorno della riapertura dopo il lockdown ci siamo occupati e preoccupati di ripartire in sicurezza.
Continuiamo a impiegare tempo ed energie e risorse per tutelare la salute dei nostri ragazzi e della nostra clientela per garantire un luogo sicuro.
Il vaccino può essere una soluzione?
Occorre accelerare con le vaccinazioni per tutti coloro che si occupano delle attività chiuse o comunque aperte a metà, così da poter riaprire subito.
Noi ci crediamo. Siamo una delle attività storiche di Piana e a gestione familiare. I nostri dipendenti sono parte della nostra famiglia per il rispetto e l’affetto che ci legano e non smetteremo mai di ringraziarli per il sostegno e il coraggio che in questi lunghi 14 mesi ci hanno dato. Ed è per loro e per la nostra affezionata clientela che abbiamo l’obbligo di crederci per ripartire più forti di prima!
Secondo Enza Candela, titolare del Bar Elena, “La pandemia rappresenta la distruzione perché da un anno lavoriamo a stento. Lo stato non ci ha aiutati, anche se versiamo un casino di tasse.
Per l’estate sperate in un cambiamento?
Sì, ma con questi orari mi sa che sarà peggio dell’inverno. Mi auguro di no, ma non la vedo rose e fiori.
Pippo Schirò, del Bar La Rotonda, vede la pandemia come “Una batosta che nessun ammortizzatore messo in atto dallo stato potrà mai risanare. Nel particolare l’assenza dei flussi turistici domenicali e festivi hanno contribuito in maniera significativa alla crisi del nostro settore a Piana che comunque era già colpita dall’emigrazione giovanile che rappresentava buona parte del bacino d’utenza del nostro settore. Mario, come tutti sappiamo i dispositivi di protezione, comunque sempre disponibili nei nostri locali, non sono sufficienti e lo si è visto nella curva dei contagi che in Italia rimane sempre e comunque molto alta.
Cosa vi aspettate nel futuro prossimo?
Non ci aspettiamo che cambi molto rispetto alla scorsa estate. Ma confidiamo nel vaccino e nel senso di responsabilità del governo che si dovrebbe impegnare in maniera più concreta per aiutare tutte le categorie maggiormente colpite da questa crisi sanitaria e di conseguenza economica.
Giorgio Clesceri della Pasticceria Clesceri, all’inizio pensava che la situazione fosse relativa a “un periodo passeggero; poi, con il passare del tempo, abbiamo cominciato a risentire delle attività chiuse. Adesso credo che sia un accanimento verso le nostre categorie.
A marzo-aprile, con il governo precedente, abbiamo ricevuto dei “diciamo” sussidi; con la riapertura ci siamo attrezzati con dispositivi che potessero, e possono ancora oggi, dare sicurezza a noi e alla nostra clientela.
Sono bastati i dispositivi di protezione?
Credo siano bastati e continueremo a rispettare le regole come abbiamo sempre fatto.
Cosa spera per il futuro?
Credo, e spero, che il futuro possa essere un ritorno al benessere e alla normalità. Anche se in questo momento la priorità rimane la salute di ogni singolo cittadino.