Laura era una bambina autistica, incompresa e disperata

L'importanza di una diagnosi precoce in soggetti con disturbo dello spettro autistico più sfumato come l'autismo ad alto funzionamento

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Oggi si rinnova l’impegno di ricordare al mondo la Giornata della Consapevolezza sull’Autismo. A poco più di un anno dall’esplosione della pandemia, malgrado in questa giornata, come avvenne 12 mesi fa, le manifestazioni si svolgeranno sotto tono e in modalità virtuale per l’impossibilità di poter riempire piazze e luoghi rappresentativi, il 2 Aprile c’è sempre e i dibattiti restano costantemente aperti a mille domande, dubbi, perplessità.

Dentro il calderone di tali innumerevoli domande, dubbi e perplessità non voglio aggiungere il solito panegirico di frasi scontate e di circostanza ma vorrei parlare dell’importanza di una diagnosi precoce in quei soggetti che presentano un disturbo dello spettro autistico più sfumato, con caratteristiche non immediatamente intercettabili e fuorvianti. Vorrei condurre l’attenzione su quella tipologia di autismo che nell’immaginario collettivo genera (erroneamente) meno preoccupazione: il cosiddetto autismo ad alto funzionamento.

Tempo fa ho avuto modo di leggere un articolo che narrava, in maniera circostanziata, la storia di una ragazza che ha scoperto di avere un disturbo dello spettro autistico dopo i trent’anni. Una storia drammatica sfociata più volte nell’ansia e nella depressione per il dirottamento verso approcci psichiatrici e trattamenti inappropriati e a tratti devastanti.

Laura (nome di fantasia) è affetta da un disturbo dello spettro autistico che non intacca la capacità di apprendere e di comunicare. Un disturbo invasivo ma socialmente poco pressante e non facilmente intellegibile.

Durante l’intera sua esistenza Laura si è sentita con un piede dentro e uno fuori dal cerchio compatto determinato dai diktat imposti dalla nostra società. Ha sofferto moltissimo, si è sentita costantemente strana e inadeguata, disadattata in un mondo troppo diverso da sé.

Il suo contesto familiare non si è dimostrato particolarmente negligente per la mancata diagnosi precoce, tale scelta non può considerarsi imputabile a disattenzione ma piuttosto a un fatto culturale e di ignoranza nei riguardi del disturbo stesso.

Un elemento fondamentale ha costituito la discriminante superficiale e fuorviante: Laura è sempre stata bravissima a scuola, una vera eccellenza.

Si sa: quando un bambino è molto bravo a scuola e non ha atteggiamenti particolarmente eclatanti, si tende a sminuire persino un contorno dai tratti piuttosto preoccupanti, fatto di comportamenti asociali e stereotipati e della difficoltà enorme di stabilire relazioni affettive significative e solide.

Nella nostra cultura, in cui l’efficienza prestazionale nella mentalità della maggioranza degli individui è uguale al successo nella vita, spesso non si bada molto, anche in contesti familiari e scolastici, alle sfumature comportamentali e relazionali che dovrebbero costituire un campanello d’allarme e ai carichi di sofferenza e frustrazione che esse determinano in un bambino.

Laura crescendo è entrata nel tunnel dell’approccio psichiatrico per le crisi di sovraccarico sensoriale che l’hanno condotta ad avere comportamenti auto-lesionistici anche drammatici. Per oltre dieci anni ha subito un trattamento psichiatrico e farmacologico completamente inadeguato in relazione alla sua diagnosi, che successivamente è riuscita per fortuna a ottenere.

Grazie ad essa ha avuto modo di spiegare a sé stessa tante situazioni che da bambina e da adolescente maceravano irrisolte dentro la sua testa: il motivo dei suoi interessi ristretti e inusuali per l’età, delle sue ansie, delle sue stereotipie, della sua enorme difficoltà a stabilire un contatto relazionale con gli altri.

Non era mai stata semplicemente “una bambina timida, riservata e un tantino strana” come solevano definirla gli insegnanti… era una bambina autistica, incompresa e disperata.

Una piccola creatura che faceva ricorso al gioco solitario come appagamento del suo mondo interiore fatto di rievocazioni, drammatizzazioni, numeri e parole ossessivamente reinterpretati.

La frustrazione continua nel dover aderire ai vissuti comportamentali tipici della condivisione scolastica, che inevitabilmente impone un contegno omologante e limitato da regole precise, la isolava ulteriormente e allargava la crepa della solitudine e dell’incomprensione.

Gli argomenti a lei graditi sono sempre stati lontanissimi da quelli tipici del mondo infantile e, diventando nel tempo sempre di più complessi e articolati, al netto di una mancata mediazione necessaria, hanno provocato il definitivo scollamento dal contesto dei pari.

La spiegazione scientifica rispetto all’analisi dei propri comportamenti alla luce della “diagnosi reale” ottenuta in età adulta è stata per Laura come una catarsi. Un elemento illuminante e fonte finalmente di una certa tranquillità e di una liberatoria sensazione di appagamento.

Ecco perché è necessario, soprattutto in ambito familiare e scolastico, stare attenti e cogliere ogni elemento predittivo che possa precocemente condurre un bimbo o una bimba con determinate caratteristiche e peculiarità a una diagnosi del disturbo dello spettro autistico corretta, anche e soprattutto quando esso si presenta sfumato e non immediatamente “etichettabile”.

Perché se è vero che l’autismo non è un deficit ma un modo di essere… pensate al dramma di una mancata diagnosi o peggio di una diagnosi non corretta che possa trattarlo esclusivamente come una malattia.

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