Tutti sanno che Monreale fu fondata nel XII secolo durante la dominazione normanna. In pochi, però, sanno che la cittadina fu rifondata nella seconda metà del XVIII secolo. In quegli anni le sue strade furono ampliate, la scuola riformata, il sistema idrico potenziato.
Questa enorme opera di urbanizzazione e decoro pubblico la si deve a Francesco Testa, Arcivescovo di Monreale tra il 1754 e il 1773. Le notizie più precise su Testa ci arrivano dall’abate Secondo Sinesio, suo segretario, che ne scrisse una biografia nel 1781, dopo la sua morte. Oltre a lui, solo Domenico Scinà si è occupato di tramandarne la memoria. Più recentemente Amelia Crisantino, storica monrealese, ha scavato negli anni dell’arcivescovado di Testa, in particolare concentrandosi sugli interventi architettonico-artistici che egli portò avanti a Monreale.
Francesco Testa è discendente di un’antica famiglia della nobiltà pisana arrivata in Sicilia nel Quattrocento. Come tante famiglie di mercanti “esteri”, i Testa si erano trasferiti a Nicosia perché compravano grano e vendevano tessuti. Francesco è il figlio maggiore, riceve la prima educazione in casa e poi viene mandato a Palermo per studiare legge presso una scuola privata.
Siamo agli inizi del Settecento e Palermo è una città cantiere, una capitale che sta rinnovando sé stessa. In quegli anni anche gli schemi dell’educazione si evolvono e il giovane Francesco Testa completa la sua educazione come i rampolli dell’aristocrazia europea, con alcuni viaggi nelle principali città italiane. Parte quindi insieme al fratello Alessandro per un viaggio culturale, un grand tour “alla rovescia” dove si risale la penisola da Sud verso Nord. Tornato in Sicilia sceglie di prendere gli ordini ecclesiastici al posto del fratello, rinunciando ai suoi privilegi di primogenito.
Diventa canonico e nel 1748 assume la prima carica importante con la nomina a Vescovo di Siracusa, incarico che ricoprirà fino al 1754. La cura che già allora pone alle sue prime committenze artistico-architettoniche e l’attenzione con cui rendiconta le spese dei cantieri è la stessa che ritroveremo, qualche anno più tardi, a Monreale.
Nel maggio 1754 Francesco Testa viene nominato Arcivescovo di Monreale e Supremo Inquisitore di Sicilia. A quei tempi Monreale era una città-convento
Nel maggio 1754 Francesco Testa viene nominato Arcivescovo di Monreale e Supremo Inquisitore di Sicilia. A quei tempi Monreale era una città-convento: vi erano ottomila abitanti, un ospedale, un monte di pietà, un seminario dei chierici, sei conventi religiosi, due ministeri di donne (uno dei quali di clausura) e due conservatori. L’arrivo dell’Arcivescovo Testa cambierà molte cose.
È interessante osservare non solo le opere che commissiona, ma anche il modo in cui amministra i cantieri: non era scontato, ai tempi, pagare le maestranze rispettando le loro qualifiche o riportare minuziosamente ogni passaggio dei cantieri – la paga, la qualifica, i nomi e finanche la durata dei lavori – all’interno di appositi registri. I suoi capimastri furono gli stessi per vent’anni, i fratelli monrealesi Innocenzo e Giuseppe Polizzi: i loro nomi ci sono pervenuti proprio grazie ai libri dei conti.
La prima iniziativa dell’Arcivescovo Testa è la riforma del seminario, di cui rinnova l’offerta formativa introducendo nuove materie e invitando importanti professori. Presto dovrà ristrutturare l’edificio; per ospitare il numero sempre crescente di allievi saranno costruiti nuovi dormitori. Oggi la memoria degli interventi realizzati dall’Arcivescovo appare smarrita. La sede originaria del seminario è in condizioni di abbandono e da tempo inaccessibile: si spera che possa essere restituito al suo originario decoro. Al momento, l’unico segno visibile del passaggio di Francesco Testa è lo stemma sul portone d’ingresso, probabilmente risalente a un’epoca a lui successiva perché, come scrive Sinesio, l’Arcivescovo non amava firmare le sue commissioni.

Dopo aver riformato il seminario, Testa si dedica a disciplinare le anime, le strade e le acque
Dopo aver riformato il seminario, Testa si dedica a disciplinare le anime, le strade e le acque. L’Arcivescovo era un rigorista. Aveva scelto uno stile di vita molto morigerato – a detta di Secondo Sinesio si nutriva di frutta e poco altro – ed è deciso a riportare la diocesi a una fede più rigorosa. In quanto Arcivescovo e Inquisitore Supremo ha nelle sue mani i due principali strumenti di intervento sulle coscienze: la confessione e l’Inquisizione, che non incuteva la stessa paura dei secoli passati ma era ancora forte e temibile. L’Arcivescovo è molto attivo. Attraverso la promulgazione di editti e regolamenti disciplina il comportamento del clero e del popolo, dando indicazioni precise sui comportamenti da adottare.
Meno problematica rispetto al disciplinamento delle coscienze e di più facile attuazione è la disciplina del territorio. Nel suo programma di opere pubbliche Testa unisce decoro e pubblica utilità. Diverso è il discorso riguardo alle opere commissionate per la Chiesa, che devono essere non solo utili ma anche magnifiche per suscitare una devota ammirazione.
Le opere commissionate per la Chiesa devono essere utili ma anche magnifiche per suscitare una devota ammirazione
Il suo programma è incentrato sulla viabilità e sull’idraulica. Nel 1757 demolisce le porte Seicentesche Verghe e Venero per spostare i confini della città di poche centinaia di metri verso la campagna. Ancora oggi, prima di arrivare a Porta Verghe, possiamo notare una lapide che ricorda la ricostruzione della porta e sottolinea il suo essere “constructis elegantibus“.

Nel 1958 iniziarono invece i lavori alla rete idrica. Viene deviato il corso d’acqua di Santa Rosalia
Nel 1958 iniziarono invece i lavori alla rete idrica. Viene deviato il corso d’acqua di Santa Rosalia, che scorreva fuori paese ma era il più vicino all’abitato. Grazie a un sistema idraulico che ancora oggi suscita ammirazione, l’acqua arrivava fino alla Via Grande – l’attuale via Pietro Novelli. Da lì, i “catusi” – tubature legate e incollate – la portavano verso le fontane pubbliche a monte del paese (la più importante era quella delle “acque nuove”, comunemente intesa “dei cannoli”), il Collegio di Maria e varie case private a ridosso del Collegio.

Per ottenere che l’acqua arrivasse dalla zona in basso sino alla parte alta dell’abitato la pressione necessaria venne garantita da un sistema di “giarre” che, una volta piene, permettevano al liquido di defluire. Ancora oggi, la zona a monte del paese presenta una migliore organizzazione della rete idrica. Negli stessi mesi vengono spianate, rettificate e allargate l’attuale via Miceli e la salita delle Croci – la strada sacra attraversata dalle processioni della Via Crucis. Nel dicembre del 1760 veniva lastricata con balate la Via Grande, anticipando un più impegnativo intervento che sarebbe stato realizzato a distanza di pochi anni.
In città l’Arcivescovo avvia anche altri cantieri per opere meno impegnative, come il restauro del monastero di S. Castrense e la riedificazione del Collegio di Maria. I lavori su via Venero avvengono in coincidenza con quelli della nuova strada Rocca-Monreale, in sua ideale prosecuzione: le due vie sono quasi un’unica strada proveniente da Palermo che, dopo avere attraversato il paese, va verso le campagne. Il grande lavoro di riedificazione e decoro della strada che collega Palermo a Monreale merita un racconto a parte.
Per approfondire l’argomento:
*Crisantino A., Magnificenza e decoro: L’arcivescovo di Monreale Francesco Testa, l’architettura e le arti (1754-1773), «Mediterranea ricerche storiche», collana Studi e ricerche, 2012;
* Crisantino A., Nello Stato del Grande Inquisitore. Francesco Testa Arcivescovo a Monreale (1754-1773): una prima ricognizione, «Mediterranea ricerche storiche», XIX (anno 2010), pp. 317-348.