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Biagio Cigno: “Quando scrissi a Falcone la mia disponibilità a diventare giudice popolare”

Il timore, l'isolamento sociale di chi decideva di esporsi al maxiprocesso contro la mafia: “In sincerità debbo dire che ho avuto paura"

La recente fiction trasmessa ieri sera su RAI 1 “Io, una giudice popolare al maxiprocesso” dedicata al ruolo dei giudici popolari al maxiprocesso alla mafia, iniziato il 10 febbraio 1986 e conclusosi nel dicembre 1987, ed interpretata dalla bravissima attrice siciliana Donatella Finocchiaro che interpreta il ruolo di Francesca Parisi, una dei giudici, ci porta alla memoria una vicenda conosciuta da pochi ma che ebbe ampio risalto sulla stampa dell’epoca. Riguarda un nostro concittadino, anche se di adozione ma residente nella nostra cittadina da 45 anni, Biagio Cigno. Ed è con lui che ripercorriamo brevemente quella storia.

“All’inizio del maxiprocesso il giudice Giovanni Falcone aveva esternato sulla stampa la difficoltà nel componimento della giuria dei giudici popolari”. Da qui comincia il ricordo di Biagio Cigno, che decise di rispondere a quell’appello. 

“Mi decisi di scrivere una lettera ai primi del mese di novembre a Falcone, candidandomi come giudice popolare”. Ma qui, come spesso accade, la nostra burocrazia ci mise lo zampino. “Per essere scelto come giudice popolare bisognava iscriversi in un elenco apposito, cosa che feci repentinamente recandomi agli uffici di Palermo. Da questi uffici fui reindirizzato a Monreale, dov’ero residente”.

Cigno ricorda con quale pazienza si recò a parlare con il sindaco del tempo, Enzo Giangreco, offrendo la sua disponibilità. “Ma il sindaco mi fece osservare che per iscrivermi nell’apposito elenco avrei dovuto fare pervenire la domanda entro il mese di marzo precedente”.

Cigno allora riscrive al giudice Falcone evidenziando le difficoltà frapposte e chiedendo se era possibile con un provvedimento legislativo risolvere la questione a fronte di una carenza di candidati ed a fronte della volontà di partecipare. Non se ne fece nulla. 

“Poi la giuria, pur tra tante rinunce, si compose, ed il processo ebbe inizio con il risultato che dopo circa due anni, 475 imputati e 349 udienze, si ebbero 346 condanne, di cui 19 ergastoli, e furono inflitti 2665 anni di reclusione. Questo esito decretò la prima grande vittoria dello Stato sulla mafia”.

Cosa la spinse a fare quel gesto? 

“A quel tempo ero impegnato nel sindacato degli edili, essendone il Segretario Regionale della Sicilia. I fatti di mafia che sconvolsero Palermo in quegli anni mi facevano riflettere, specialmente l’uccisione di tanti uomini della polizia, dei carabinieri, giornalisti ed esponenti politici, senza che si trovassero né i mandanti né tantomeno gli esecutori. Fu un gesto d’impulso, forse dettato dall’incoscienza giovanile”.

Lo considera un atto di grande coraggio? 

“In sincerità debbo dire che ho avuto paura. Paura per le eventuali conseguenze che potevano coinvolgere i miei familiari, ma sentivo di farlo. Era mio dovere di cittadino onesto e rispettoso delle leggi e dello Stato”. 

La fiction ha fatto emergere uno spaccato forse inedito, quello del timore di ritorsioni da parte della mafia, ma anche dell’isolamento vissuto dai giudici popolari, l’avversione nei loro confronti di buona parte della società.

“Di questa mia decisione non ne avevo parlato con nessuno. Quando poi la notizia divenne pubblica, tutti a dirmi: ma chi te lo fa fare, lascia perdere, non pensi ai tuoi cari, tanto non cambia niente. Queste sono le frasi che mi hanno più amareggiato, per fortuna compensate da decine di attestati di stima e di incoraggiamento pervenutemi da tutt’Italia”.

DOMENICA DEL CORRIERE DEL 16 NOVEMBRE 1985 PAG. 2

Biagio Cigno da qualche anno è in pensione ma i valori in cui ha creduto non si sono spenti, e li porta avanti quotidianamente con le Associazioni di cui fa parte: la presentazione di libri sul fenomeno mafioso, la partecipazione agli eventi della società civile per il rispetto dei diritti, le lotte a fianco dei disabili, la presenza puntuale a tutte le ricorrenze degli uccisi per mafia.

Alla fine degli anni ’90 a Biagio Cigno venne bruciata l’automobile, ma quella è un’altra storia che racconteremo.

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