PALERMO – A più di 5 anni dal suo fallimento l’ATO Alto Belice Ambiente PA2 continua a fare parlare.
All’udienza di questa mattina, presso il Tribunale di Palermo – Sezione specializzata Imprese, sono stati citati tutti gli amministratori e i liquidatori che si sono succeduti negli anni alla sua guida, ma anche i vari sindaci del collegio sindacale.
Dovranno rispondere di eventuali responsabilità per un danno arrecato alla società stimato in quasi 28 milioni di euro.
L’Ambito Territoriale Ottimale era nato nel 2005 per gestire il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti in 17 comuni del palermitano. Serviva un’utenza di oltre 117.000 abitanti, e copriva una superficie di circa 1.577 km. Ad ottobre 2014 venne dichiarato il suo fallimento.
Nell’ottobre 2019 il Curatore fallimentare del Tribunale di Palermo, l’avv. Cristina Bonomonte, ha incaricato un perito per valutare la sussistenza dei presupposti necessari per esperire un’azione di responsabilità contro chi ha portato la società al fallimento. Dall’analisi è emerso come vi sarebbero 17 responsabili. Si tratterebbe di tutti gli amministratori e i liquidatori che hanno guidato la società in questi 15 anni, ma anche i sindaci del collegio sindacale.
Nell’analisi viene sottolineata l’incapacità della governance societaria di realizzare un assetto imprenditoriale che potesse garantire l’equilibrio economico-finanziario della gestione, inabile anche a rispondere adeguatamente e tempestivamente ai primi segnali di allarme.
Già nell’esercizio 2006 la società aveva maturato una perdita superiore ai 2 milioni di €, mentre l’esercizio 2007 si chiudeva con una perdita quasi raddoppiata, superiore ai 3.8 milioni di €.
Le passività sarebbero state ben note ed occultate dagli amministratori prima e dai liquidatori dopo, anche tramite il concorso colposo dell’organo di controllo.
È lungo l’elenco dei responsabili chiamati a rispondere di danni di centinaia di migliaia di euro e in alcuni casi di diverse decine di milioni, attribuiti in solido per i periodi in cui coincidevano le cariche.
Sono 11 gli ex amministratori:
A Giuseppe Nicolosi viene imputato un danno complessivamente pari ad almeno € 658.360,00, in relazione all’esercizio 2007.
Più di 10 milioni di euro a Francesco Di Giorgio, per il deficit degli esercizi 2007-2008-2009.
2 milioni 650 mila € a Vincenzo Di Girolamo, (esercizi 2007 e 2010).
Luigi Vallone, Giuseppe Alessi e Vincenzo Mustacchia dovranno rispondere di un danno di € 658.360,00 (esercizio 2007).
Lea Giangrande e Saverio Barrale sono chiamati a rispondere di un danno di almeno € 10.411.914,00 (esercizi 2007-2008-2009).
Per Salvatore Caputo e Giuseppe Sagona la cifra è di € 1.736.028,00 (esercizi 2010-2011).
Per il deficit dell’esercizio 2007 e degli esercizi 2011-2012 viene chiamato in causa Gioacchino Castronovo, per almeno € 8.090.049,00;
Negli ultimi anni la società venne retta dai liquidatori.
Dal 7.02.2011 al 28.12.2012 venne nominato Francesco Vetrano. Viene ritenuto responsabile per un danno pari ad almeno € 4.498.897,00;
L’ultimo liquidatore, Roberto Terzo, in carica sino alla cessazione dell’attività, avvenuta in data 24.10.2014, dovrà rispondere del danno di € 10.456.453,00.
Citati infine i sindaci del collegio sindacale:
Marcello Barbaro e Giuseppe Califano, in rapporto al deficit degli esercizi 2007-2008-2009-2010- 2011-2012-2013-2014, responsabili per un danno complessivamente pari ad almeno € 27.552.510,00;
Pietro Trapani, responsabile per un danno complessivamente pari, in rapporto al deficit degli esercizi 2007-2008-2009, ad almeno € 10.411.914,00;
Ferdinando Scalia, in carica dal 16.12.2009 sino alla cessazione dell’attività, avvenuta in data 24.10.2014, è ritenuto responsabile di un danno complessivamente pari, in rapporto al deficit degli esercizi 2007-2008-2009-2010- 2011-2012-2013-2014, ad almeno € 14.825.178,00.
Secondo l’accusa, l’organo amministrativo, quello liquidatorio e quello di controllo avrebbero commesso delle irregolarità sulla stesura dei bilanci della società già a partire dal 2006. Allora l’ATO, ad appena un anno dalla sua costituzione, versava in condizioni tali per cui i suoi vertici avrebbero dovuto procedere alla dichiarazione di insolvenza, una scelta che però non venne adottata, né allora, né negli anni successivi, quando la situazione non fece che peggiorare.
Ma c’è di più. Sarebbero emerse perdite di gestione via via più elevate nel corso dei successivi esercizi, “artificiosamente occultate dagli organi sociali tramite l’illegittima ed indebita imputazione dei contributi in conto esercizio”.
In pratica le perdite di esercizio venivano camuffate come credito nei confronti dei comuni soci ricorrendo all’art. 7 dello statuto dell’ATO attraverso il quale in maniera artefatta veniva occultato il vero bilancio.
Nonostante le perdite crescenti, solo nel 2011 si giunse alla liquidazione della Società, ma solo perché era subentrata la legge di riforma del settore (la n.9/2010) che liquidava gli ATO in funzione della nascita delle SRR (Società per la Regolamentazione del servizio di gestione Rifiuti).
Ma anche da allora, secondo l’accusa, i liquidatori succedutisi alla guida della società avrebbero continuato ad adottare gli stessi illegittimi criteri di redazione del bilancio. Invece di compiere operazioni finalizzate alla sola liquidazione della società a partire dal 30 settembre 2012, i liquidatori ne avrebbero proseguito l’attività caratteristica sino al 2014, accumulando ulteriori perdite gestionali per decine di milioni di euro.
Nell’ottobre del 2014, il Tribunale di Palermo dichiarò lo stato di insolvenza della Alto Belice S.p.A., designando quale Commissario Giudiziale l’Avv. G. Liguori.
A fare aumentare le perdite, si legge nella relazione, anche la decisione di continuare a fornire i servizi anche ai comuni morosi. Per più di un anno alcuni comuni-soci non avevano pagato quanto dovuto all’ATO. Nonostante si fossero creati i presupposti per giungere alla risoluzione del contratto di servizio con questi comuni, l’organo amministrativo prima e quello liquidatorio poi avevano perseverato nell’espletamento dei servizi, svolti in evidente regime di anti-economicità, limitandosi a minacciare ripetutamente l’avvio di azioni giudiziali per il recupero dei crediti maturati.
Già dalla fine del 2007, alcuni dei Comuni Soci avevano rappresentato a più riprese la necessità di opportuni interventi. I sindaci, o i loro rappresentanti, avevano più volte contestato l’illegittima iscrizione dei crediti.
L’organo di controllo, nonostante desse atto nelle proprie relazioni della precarietà della situazione finanziaria della società, rilasciava il proprio parere favorevole in ordine a tutti bilanci, senza obiettare nulla in merito all’avvenuta iscrizione dei contributi in conto esercizio ex art. 7 dello Statuto.
Infine, una delle cause delle perdite della società fu la continua assunzione di nuovo personale.
L’organico della società, composto nel 2005 da 120 unità, passò a 244 nel 2006, fino ad arrivare, nel 2008, ad un picco di 297 dipendenti. Di conseguenza il solo costo del lavoro lievitò da 1.386.000 € del 2005 a 10.021.000 € nel 2008, fino a più di 11 milioni di euro nel 2010 (quando i dipendenti erano scesi a 288).