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Siamo la società del dire, più che del fare, la società dell’apparenza, del pietismo stucchevole e dell’indifferenza

Ci sono giornate, come il 31 Dicembre di ogni anno, straripanti di buoni auspici e auguri per un futuro migliore: amore, pace, fratellanza.

Cartoline più o meno attraenti e coreografiche scorrono veloci sul web e ci offrono, anche solo per un attimo, l’illusione di sentirci tutti più uniti da una sorta di avvolgente abbraccio corale, preludio della grande festa di Capodanno.

Ma è proprio sicuro che tale abbraccio sia davvero così avvolgente e democratico? È proprio sicuro che non escluda nessuno?

Perché, ad occhio e croce, c’è sempre qualcosa di diverso che stride con la nostra idea di spazio, di tempo, di amore, di condivisione, di “normalità”.

C’è sempre qualcosa di diverso che percepiamo come distante da noi.

Ma se la diversità, qualunque essa sia, infastidisce, imbarazza o fa paura, tra i molteplici aspetti che essa assume, la disabilità è quello che terrorizza più di tutti, e non c’è nulla da fare. La disabilità, piuttosto frequentemente, viene considerata come un segmento di umanità a parte, come una sorta di “monade” che molti scrutano, rigorosamente da lontano. Un capitolo “che non ci riguarda”, perché ogni status riconducibile ad essa reca in sé comportamenti, situazioni e preoccupazioni che, nell’immaginario collettivo, vengono pensati come esclusivamente “a carico” delle famiglie coinvolte e degli addetti ai lavori.

Siamo la società del dire, più che del fare. La società dell’apparenza, del pietismo stucchevole (poverino!!! Poveri genitori!!! ) e dell’indifferenza.

E in questa distaccata indifferenza di Capodanno, tra l’ideazione di brindisi e trenini, si consuma l’ennesima esclusione. La disabilità che diventa un fardello imbarazzante: – “con tale gente strana (per non dire malata) meglio non averci a che fare. Come si può coinvolgere un soggetto con AUTISMO? Di cosa si può parlare, cosa si riesce a festeggiare con una persona che sembra non capire, che parla male, che si agita, che magari fa cose bizzarre tra i lustrini, i tacchi a spillo e le chiome tirate a lucido di donne e uomini che si vogliono divertire?

La gente è stressata e si vuole rilassare e lo vuole fare circondandosi di cose divertenti, di botti e danze scatenate, non di gente particolare, di autistici addirittura!!! Che vadano in un luogo, più riservato, più adatto a loro!!!”

Saranno stati questi i pensieri che hanno animato, per una lunga frazione temporale, le paure  dell’albergatore del frosinate che ha negato, per la festa più calorosa dell’anno, ospitalità a una decina di ragazzi autistici e alle loro famiglie, nella sua struttura?

Non lo sapremo mai.

Sono questi i pregiudizi che attanagliano le riflessioni più recondite della maggior parte della gente comune?

Non sapremo mai neppure questo (anche se qualcosa riusciamo a intuire).

Una cosa è certa, la disabilità è uno status che ci riguarda tutti, non solo da vicino, ma anche da lontano, sempre. Possiamo scegliere di metterci in gioco e confrontarci con ogni sfaccettatura che connota l’umanità in generale. Oppure possiamo decidere di circondarci solamente di una ristretta e rassicurante cerchia di persone “a nostra immagine e somiglianza”.

In ogni caso la disabilità ci riguarda e ci riguarda più di quanto non immaginiamo, poiché essa, soprattutto quando presenta connotati di gravità, è, per lo più, uno stato irreversibile. 

Il nostro “essere normali” rimane, al contrario, una condizione reversibilissima, alquanto precaria, a pensarci bene…e di questa ipotesi dovremmo fare spazio nelle nostre congetture di vita. L’esistenza stessa di ciascuno di noi accede costantemente a un bivio. Un bivio tra due vie opposte. Quella meno sicura e ovvia è quella che conduce a vite, per così dire differenti, a situazioni più complesse, a esperienze più forti, senza preclusioni ed esclusioni alcune. Essa può rivelarsi, però, il percorso vincente. Perché quando si compie la scelta meno comoda e scontata, il mondo che ci circonda cambia i suoi connotati, ci appare diverso, più profondo e interessante. Un mondo capace di offrirci spunti enormi di arricchimento. Spunti di riflessione e di introspezione che ci permettono di cogliere la bellezza anche nelle situazioni più sofferte. Bellezza e sofferenza, le facce opposte di una stessa medaglia, quella più preziosa…quella più vera. Vale la pena conoscerle a fondo queste due facce, comprenderle e amarle entrambe. Solo così un futuro migliore sarà sempre meno una chimera, una “lontana favola” da raccontarci in prossimità di ogni passaggio d’anno. Una favola effimera e spenta, capace di colorare solamente una dozzinale cartolina augurale.

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