Giovanni Brusca, lo “Scannacristiani” o “u verru” (il porco), nella sua carriera criminale ha collezionato oltre 100 omicidi. Morti ammazzati, molti innocenti, anche bambini. Il piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso e sciolto nell’acido, è una delle vittime di questo carnefice. Ha chiesto allo Stato, e lo ha fatto più volte, di poter scontare gli ultimi giorni della sua vita agli arresti domiciliari. Lo Stato però gli ha negato quello che per molti sarebbe stato un privilegio non meritato.
La Cassazione ha deciso nell’ottobre scorso di non concedere alcuna grazia a Brusca, originario di San Giuseppe Jato. La «gravità dei reati commessi da Brusca e la caratura criminale che ha dimostrato nella sua vita di possedere» portano a considerare “non ancora acquisita la prova certa e definitiva del suo ravvedimento, ma solo di un ravvedimento non compiuto, anche considerata l’incertezza del completamento del suo percorso di pentimento”. Recita così la sentenza della Suprema Corte.
I giudici della prima sezione penale della Cassazione hanno confermato il proprio no alla “grazia”, nonostante fosse arrivato il parere positivo dalla Direzione nazionale antimafia e della Dda di Palermo. Ricorso rigettato. Brusca continuerà a scontare la propria condanna nel carcere romano di Rebibbia. L’istanza era stata già respinta dal tribunale di sorveglianza di Roma.
I giudici della Cassazione hanno rilevato “l’insussistenza della prova di un effettivo compiuto ravvedimento” e che “lo sforzo di Brusca nel manifestare il suo pentimento civile e il suo intento di riconciliazione nei confronti delle famiglie delle vittime e della società tutta vadano approfonditi e verificati nel corso del tempo”. Inoltre, si legge ancora nella sentenza, “a fronte delle indubbie manifestazioni di resipiscenza” di Giovanni Brusca, le “iniziative riparatorie” da lui intraprese non sono “ancora espressione di un suo compiuto ravvedimento”, ma che tale percorso “sia attualmente soltanto positivamente avviato”.
Non basta il dichiarato pentimento dello “scannacristiani” e la sua collaborazione con le forze dell’ordine. I suoi trascorsi sono ritenuti troppo gravi ed efferati infatti dai giudici romani: “più di cento omicidi commessi, con le modalità più cruente, in alcuni casi senza selezionare le vittime, ma colpendo indifferentemente bambini solo per realizzare vendette trasversali, capi mafia, servitori dello Stato, privati cittadini caduti nell’ambito dell’attività stragista” come, “tra tanti «uomini d’onore», nessuno avesse realizzato un pari percorso sanguinario, manifestando inusitata violenza e assoluto spregio per il valore della vita umana”.