Monreale, 22 febbraio 2019 – Avevano intentato causa contro il Ministero della difesa. Il giudice monocratico della III sezione civile del Tribunale, Giuseppe Rini, ha dato ragione alla famiglia di Domenico Intravaia, il Vicebrigadiere dei Carabinieri ucciso il 12 novembre 2003, durante la strage di Nassiriya, in Iraq, nella quale persero la vita in tutto 19 italiani, di cui 12 militari e 7 civili.
A Giuseppa Pumo, madre di Domenico, e ai fratelli Marco, Vincenza e Provvidenza Intravaia, potrebbe andare un risarcimento di circa 700 mila euro, per il dolore patito per la perdita in età prematura (46 anni) del congiunto.
Il giudice ha accettato la richiesta dei familiari delle vittime sul piano civile, riconoscendo la colpa di alcuni dirigenti militari. Il tribunale ha ritenuto un generale dell’esercito e un colonnello dei carabinieri responsabili della prevedibilità dell’evento che poi si verificò. In base alle informazioni a disposizione del comandante della missione, infatti, avrebbero sottovalutato i rischi che incombevano sulla Base Maestrale, poi colpita dal camion bomba, senza prendere i dovuti provvedimenti.
Nella sentenza emessa dal Tribunale si parla infatti di «insufficienza delle difese passive presenti presso la base», di «mancanza di un’area di rispetto, inesistenza di una serpentina, presenza di hesco bastion (le barriere fisiche, ndr) troppo bassi e riempiti di ghiaia anziché di sabbia, così essendo chiaramente insufficienti e passibili di trasformarsi in proiettili anziché avere effetto protettivo». Ed ancora di alcune negligenze, tra cui «la collocazione troppo esposta del deposito di munizioni, dal quale sarebbero poi esplosi proiettili che avrebbero attinto i corpi di diversi militari».
Secondo il giudice vi furono «precisi e crescenti segnali di allarme circa il rischio per il contingente italiano» prima dell’attentato. Ma vi fu una sottovalutazione del rischio, se non addirittura negligenza, tanto che non vennero allestiti «mezzi più efficaci di protezione passiva, posti di blocco in posizione avanzata rispetto all’ingresso della base italiana». Una condizione che permise al camion bomba di entrare nel campo difeso dai militari italiani con a bordo due soli uomini, senza trovarsi a dovere superare grossi ostacoli o barriere.
La famiglia del vicebrigadiere è stata difesa dagli avvocati Michele D’Anca e Marianna Zarbo.
Alla madre, Giuseppa Pumo, riconosciuto un risarcimento di 250 mila euro, attualizzato in 307 mila. Ai fratelli riconosciuti 100 mila euro ciascuno, adeguati a 124 mila.