Monreale, 25 febbraio 2018 –
“Io, se fossi Dio,
non avrei fatto gli errori di mio figlio,
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale
che un comune mortale
per le cazzate tipo “compassione” e “fame in India”,
c’ha tanto amore di riserva
che neanche se lo sogna,
che viene da dire:
ma dopo come fa a essere così carogna?”
“Io se fossi Dio” è un bellissimo brano di Giorgio Gaber del 1980. Il pezzo è uno di quelli particolarmente sofferti, un lungo e amaro atto di accusa alla società e alla politica italiana di quegli anni. Una poetica fatta di parole dure e affilate come lame, con le quali Gaber si rivolge ai politici, ai giornalisti e a tutti quelli che andavano (e vanno tuttora) avanti tra ipocrisia e disonestà intellettuale. Alla rabbia segue poi uno struggente senso di scoramento unito ad un’apparente rassegnazione e distacco.
Mi è sempre piaciuta questa canzone, come d’altronde tutta la produzione di Giorgio Gaber, poiché risulta essere tristemente attuale a distanza di quasi quarant’anni.
Credo che Gaber stesso, quando scrisse questo testo, come tanti altri testi, non immaginasse (o forse sì) quanto esso potesse risultare reale e adattabile a possibili e ben più complessi scenari futuri.
In questo preciso momento della storia contemporanea si assiste forse al declino più evidente di quella politica finalizzata, almeno ideologicamente, al bene comune, alla tutela di ogni prerogativa sociale, la cosiddetta politica con la P maiuscola. A ciò corrisponde un’inesorabile, preoccupante e in parte giustificata sfiducia nelle istituzioni, sempre più generalizzata.
Ciò che rappresenta ormai il dato più allarmante, di fatto, nasce dalla constatazione di come una buona parte della società attuale abbia perso la speranza e di conseguenza una vitale prospettiva futura, incarnata nella voglia costante di impegnarsi per un mondo migliore.
La gente sembra sempre più rassegnata al declino e, di conseguenza, a un individualismo senza precedenti. Persino una cospicua porzione di quelli che hanno sempre creduto ai più radicati ed elevati valori legati a un impegno politico intellettualmente onesto ed efficace, mostra di essersi ormai arresa dinnanzi ai reiterati e macroscopici fallimenti.
L’individualismo fomentato dalla sfiducia nella politica e nelle istituzioni che della politica sono l’espressione, fa rima con populismo, l’autentico “termine-emblema” dei nostri tempi.
Consultando i significati che il dizionario Treccani attribuisce alla definizione di populismo leggiamo: “atteggiamento ideologico che, sulla base di princìpi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi”.
Nel suo significato più esaustivo e non banalizzato dall’uso demagogico che si fa del termine stesso, esso, in buona sostanza, rappresenta l’idea che “il popolo” sia sempre dalla parte della ragione, e che affidarsi al popolo sia l’approccio migliore per affermare la “verità” rispetto alle proposte e alle decisioni, considerate non del tutto aderenti alle istanze popolari, proprie della politica “elitaria”.
Nella realtà attuale il termine “populismo” ha assunto un significato molto più ambiguo e sfaccettato, una sorta di marchio ambivalente per delineare l’ascesa politica, figlia dell’insoddisfazione e della sfiducia generalizzate, di gruppi e movimenti diversi tra loro, alcuni dei quali ispirati da posizioni palesemente nazionaliste, conservatrici e di destra. Gruppi politici che fondano il loro “esistere” sulla contestazione, a volte un po’ pretestuosa e non del tutto sincera e autentica, delle classi dirigenti attuali. Una contestazione che, però, pare non voglia contrapporre alla politica tradizionalmente intesa l’idea originaria che ha plasmato la definizione autentica di populismo.
I messaggi cosiddetti populisti, che circolano e si intrecciano come corollario di questo traballante e incerto quadro politico italiano, non supportano, infatti, il dato comune secondo cui il popolo nel suo insieme unitario rappresenti la verità, anzi ritengono spesso che la ragione stia nelle fazioni più o meno estese a cui appartengono, in totale opposizione ad altre diverse fazioni populiste.
Tra le pieghe di tali messaggi troviamo tutto ciò che solletica, più o meno esplicitamente, la rabbia sofferente di molti italiani, quella rabbia di “pancia”, quella più immediata e tangibile.
Se é vero, però, che la “pancia” per certi versi può essere intesa come il nostro “secondo cervello”, è altrettanto vero che essa non ha memoria: la pancia soffre, ma non riflette, urla ma non comunica, rigurgita ma non si ferma a pensare.
La “pancia”, inoltre, non segue traiettorie riflessive, reali e di buon senso per cercare di stabilire una diagnosi certa ai sintomi delle gravi iniquità sociali, la “pancia” segue percorsi accidentati e vicoli ciechi che attribuiscono la responsabilità di ogni anomalia solo ad un versante, ovvero a determinate “categorie” di individui o a specifiche situazioni in maniera non di rado pretestuosa.
Tali pretesti sono convenienti e si prestano come oggetto prioritario per tessere la trama di supposizioni politiche spesso frutto di “visioni d’insieme” troppo soggettive e superficialmente interpretate.
La “pancia” non si pone molti perché, la “pancia” sente come elementi propri solo i rigurgiti rabbiosi, che siano xenofobi, razzisti o fascisti poco importa, la “pancia” vomita bile … quello sa fare.
Su questa modalità si sta avviando uno stile piuttosto omologato e omologante di ipotizzare l’impegno politico, si nota, infatti, una sorta di “populizzazione” in chiave aggressiva di ogni ideale propositivo.
Si assiste alla manifestazione di ogni principio e del suo contrario, alla strumentalizzazione di qualsiasi pretesto, valore o fatto di cronaca, alla riesumazione di un passato storico che può definirsi universalmente tragico, per addobbarlo di valenze tanto inesistenti quanto pericolose.
La speranza, l’umanità, la condivisione (sempre che siano mai autenticamente esistite come valore intrinseco e imprescindibile) sembrano frantumarsi contro il muro dell’indifferenza e della rabbia, come se l’esistenza di alcuni esseri umani rappresentasse un grave danno per l’esistenza di altri esseri umani e che la rimozione della possibilità di una comune convivenza costituisse la panacea di tutti i problemi sociali ed economici.
La speranza basata esclusivamente su soluzioni sociali che sottendono l’esclusione, spacciate come percorsi equi e pseudo-solidali, sui quali, però, incombe, più o meno esplicitamente, l’ombra cupa del razzismo e della xenofobia, non è da ritenersi tale.
La speranza per un mondo più giusto ed equo deve avere radici che affondano nel terreno fertile della moralità e dell’etica, perché, come dice Gaber: “se io fossi Dio non avrei proprio più pazienza inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale”
Cara prof. Maria Rosa, ancora una volta ci regali un’analisi socio-politica lucida, ineccepibile e del tutto condivisibile. Grazie. Francesco Noto