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Un concorso a tinte “grigie”. Lettera di una professoressa e dei suoi alunni

Monreale, 14 agosto 2016 – Un concorso dalle modalità piuttosto ambigue sta letteralmente mettendo in crisi un buon numero di docenti abilitati, cioè già dichiarati abili dalla più Alta Autorità Culturale Italiana, l’Università, a cui è stato affidato il compito di abilitare i docenti, muniti di precisi requisiti culturali, precedentemente accertati, tramite un corso universitario di tipo abilitante, al termine del quale sono stati dichiarati dall’Università, quindi dallo Stato Italiano, “abili” all’insegnamento. Succede, però, che molti docenti non superino purtroppo la prova scritta  di tale concorso a cattedra. Lo Stato, che prima li ha abilitati, dopo un lungo percorso di studi della durata di un anno, stabilendo, in tal modo, il loro “essere degni” di accedere, a pieno titolo, nel mondo della scuola, avendone accertato inconfutabilmente i requisiti più adeguati, adesso che fa?  Li disabilita.

Ma bocciare un docente con esperienza ma soprattutto  abilitato dallo Stato, non è un po’ come bocciare se stessi? In pratica il processo valutativo esercitato  dall’Università che li ha abilitati viene ribaltato da un concorso a tinte decisamente grigie: lo Stato, quindi, non boccia solo il prof, ma l’Università che ha decretato la sua idoneità, cioè se stesso.

Vi invito a leggere due lettere molto significative una della prof.ssa Elisabetta Fiore, docente a Milano, e una seconda elaborata dal più autorevole “ENTE” per l’accertamento dei requisiti di un bravo prof, costituito dai valutatori più attenti “i suoi alunni”.

Ai miei studenti e alle loro famiglie
Ai colleghi e ai dirigenti con cui ho lavorato
Ai docenti universitari che hanno certificato la mia preparazione
Carissimi, non ho superato la prova scritta del concorso.
A nulla sono valsi i miei titoli, la mia preparazione, la mia professionalità, i miei sacrifici, la mia smisurata passione per questo lavoro. Tutto ciò che voi in tanti anni mi avete tributato, dai voti alti alle congratulazioni per il mio operato, dalla stima ai complimenti, dai sorrisi agli abbracci, è stato infangato da un giudizio che mi ha affossata come docente.
Un concorso definito da tutti truffa per l’assenza di regole, ma pur sempre legge dello Stato, ha decretato la fine di questo mio percorso nella Scuola Pubblica. Mi arrendo all’evidenza: non sono degna di entrare a pieno diritto nella Scuola Italiana, sebbene con certezza sarò chiamata anche quest’anno a fare supplenze, perché il precariato non è stato eliminato, sono stati eliminati i precari, precarizzati e umiliati ancora di più.
Sono giorni che tutti mi ripetete quanto valgo, quanto bene ho fatto, quanto sono brava e preparata, quanto mi stimate come insegnante, collega, studentessa, ma per il mio datore di lavoro, lo Stato Italiano, sono l’ultima. Il mio datore di lavoro di tutti questi nove anni mi ha scartata ora, per poi riprendermi a settembre quando sarà in affanno.  È come se un’azienda continuasse ad assumere a tempo determinato un impiegato per oltre tre anni, dopodiché lo costringesse ad aggiornarsi a proprie spese e, non pago, lo sottoponesse ad un concorso da cui dipende la sua stabilizzazione e, con criteri improvvisati, non lo assumesse ma, per continuare a sfruttarlo, lo richiamasse con contratti a termine.
Nel privato, quest’azienda sarebbe già subissata di multe, penali, controlli.  Nel pubblico no. Lo Stato può procedere indisturbato nella sua opera di distruzione dei lavoratori.
In Lombardia hanno superato la prova scritta del concorso 572 professori di Lettere su 1868 candidati, per 1268 cattedre messe a bando.  1296 professionisti non sono stati ritenuti in grado di essere stabilizzati e io rientro fra quelli.
Richiederò di visionare il mio compito, che reputavo eccellente, ma anche se constaterò che c’è stato uno scambio di file, errore possibile data la prova computer-based, non potrà ovviamente esserci una perizia calligrafica per dimostrarlo. Il delitto perfetto.
Dunque, mi arrendo. Non sono all’altezza d’insegnare in una Scuola Pubblica, sebbene tutti voi studenti, genitori, colleghi, dirigenti, professori affermiate l’esatto contrario.
Non credo, in coscienza, di poter più valutare nessuno, dato che io sono stata valutata come inadatta per questo lavoro.
È stato bello, bellissimo, indimenticabile, ma preferisco lasciarvi in mani sicuramente migliori delle mie.
Elisabetta Fiore

Ma poi oggi pomeriggio è accaduto qualcosa. Mi è arrivata un’altra lettera, meravigliosa, inenarrabile, scritta dai miei ex alunni dell’anno scorso, i miei adorati studenti della IIC. Una lettera che mi invita a non mollare per non vanificare quello che è stato proprio il mio insegnamento, vogliono che formi altri giovani, vogliono che continui a far amare queste materie. Sono loro il mio concorso, la mia dimostrazione di eccellenza. Il resto non conta più, la salita ripida ha un panorama fantastico, adesso.
Sto volando. Grazie, ragazzi.

Gentile Prof Fiore,

È la sua 2a C che le scrive, siamo tutti seduti intorno ad un tavolo per discutere della situazione delicata in cui ci troviamo: siamo stati molto indecisi se scrivere o no questa lettera che riceverà virtualmente.

È la prof migliore che noi abbiamo mai conosciuto, e altri DEVONO avere la fortuna di conoscerla.

Lei per prima ci ha insegnato a non mollare, anche se riscontriamo degli ostacoli, di conseguenza non lo deve fare nemmeno lei.
E che cada il mondo, deve trovarsi dietro ad una cattedra, con il sorriso stampato sulle labbra e la voglia irrefrenabile di insegnare a vivere, per il futuro, per i giovani.

Questo è il nostro pensiero, il pensiero di 25 ragazzi ancora ignari di ciò che è il mondo, ma pur sempre il pensiero di 25 ragazzi che la vogliono davanti ad una lavagna.

“One child, →one teacher←, one pen and one book can change the world”.

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