Una storia della Sicilia nella Resistenza è ancora in buona parte da scrivere, andando oltre la sbrigativa constatazione che l’isola è occupata dagli alleati nell’estate del ’43 ed è quindi tagliata fuori dagli avvenimenti che interessano il resto d’Italia. C’è una Sicilia dimenticata, fatta da partigiani siciliani che sono morti per liberare l’Italia dai nazisti. A Monreale abbiamo l’esempio di Biagio Giordano, fucilato il 15 dicembre 1945 nei pressi di Imperia, dopo essere stato catturato dai tedeschi.
Nella nostra isola le rivolte popolari non furono molte, non ci fu nemmeno il tempo di organizzare una resistenza armata, ma il rifiuto verso i nazisti era molto diffuso. Sin dal 1940 i tedeschi erano calati in Sicilia quasi da invasori. A Catania si radunavano le truppe dell’Afrika Korps di Rommel prima di imbarcarsi per l’Africa settentrionale: la gente identificava i tedeschi con la guerra e voleva liberarsi di entrambi. Lo storico Rosario Mangiameli ha spesso ricordato i combattimenti nella piana di Catania, lungo il Simeto, e i sabotaggi contro i tedeschi. Fra i tanti c’era Giovanni Comis, isolato e senza organizzazioni alle spalle, che con una pinza da elettricista tagliava le linee telefoniche tedesche e, usando il loro stesso esplosivo, riusciva a far saltare una radio ricetrasmittente montata su un camion.
Quando i tedeschi si ritirano verso Messina infieriscono sui paesi che attraversano, e la guerra entra nelle case: il 2 agosto del ’43 il paese etneo di Mascalucia insorge, si combatte strada per strada. A Castiglione di Sicilia i tedeschi arrivano sparando raffiche di mitra e lanciando bombe a mano per le strade, davanti le porte, dentro le abitazioni.
Nell’estate del ’43 anche a Palermo si succedono azioni di sabotaggio. Il piano nazista era di far saltare in aria il porto con un contatto elettrico, da attivare dall’aeroporto di Boccadifalco. Evitato per un pelo. Ed è Franco Grasso, uno dei protagonisti dell’antifascismo siciliano, che in un articolo pubblicato su «L’Ora» nell’agosto del ’73 racconta quei momenti drammatici con grande semplicità: ad indicargli il percorso dei fili è l’avvocato antifascista Aurelio Attardi, che lavorava nell’esercito e aveva saputo come, nell’ultimo tratto, i fili elettrici passavano lungo la galleria che collega la stazione Lolli al porto. Così, scrive Grasso, “a notte alta con Ignazio Dell’Aria, evitando i passaggi a livello strettamente sorvegliati, ci calammo da uno dei passaggi scoperti da cui prende aria la galleria. Trovammo i fili e li tagliammo”.
Dopo l’8 settembre e l’annuncio dell’armistizio l’esercito tedesco diventa un esercito di occupazione che gli Angloamericani cacciano via dalla Sicilia, ma nel resto d’Italia la guerra continua. I soldati sono allo sbando, senza ordini di fronte alla scelta se arrendersi e cedere le armi, combattere a fianco dei tedeschi o combattere contro i tedeschi. Quello italiano è un esercito formato in buona parte da contadini meridionali, molti cercano di tornare a casa ma la linea del fronte rende impossibile il loro viaggio: finiscono nei campi di prigionia e in tanti vengono massacrati.
Dal settembre del ’43 all’aprile del ’45 l’Italia resta un Paese diviso, è difficile dire quanti furono i meridionali che scelsero di combattere contro i tedeschi per liberare il Nord: nel dopoguerra lo storico Augusto Monti arrivò a sostenere che le squadre partigiane erano formate da meridionali per almeno il 40 per cento. È una stima da ridimensionare, i dati ancora parziali indicano un più verosimile 20 per cento, ma si tratta comunque di percentuali molto alte. In Piemonte, l’unica regione per cui ci sono dati precisi, troviamo 2.190 siciliani su seimila meridionali: sono giovani cresciuti sotto il regime fascista, come Nunzio Di Francesco da Linguaglossa che avrebbe poi raccontato in un libro la sua esperienza di partigiano e deportato a Mauthausen. Nella ricostruzione di Nunzio Di Francesco i soldati abbandonano la caserma di Venaria Reale, a pochi chilometri da Torino, la sera del 10 settembre: sono in tanti perché dalla Francia meridionale stava rientrando in Italia la Quarta Armata di Occupazione dell’esercito italiano, formata soprattutto dai ragazzi del Sud che rischiano di finire deportati in Germania. E a quel punto, rifugiarsi in montagna e diventare partigiani significava salvarsi da morte certa.
Il 25 aprile, alle 17:30, presso i locali del Circolo di Cultura Italia, la Pro Loco ha organizzato un convegno sull’argomento. Se ne parlerà assieme a due storici dell’Università di Palermo, Nino Blando e Carlo Verri.