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Superato il milione di firme per l’eutanasia legale. Due opinioni diametralmente opposte sul delicato argomento

Referendum sull'eutanasia legale, pro e contro: l’intervista a Don Gioacchino Capizzi e ad Aurora Ferreri

Il 30 settembre è terminato il periodo utile per la raccolta delle firme necessarie per il Referendum sull’eutanasia legale. Ebbene, l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto, anzi addirittura raddoppiato: è stato superato il milione di sottoscrizioni, tra la raccolta fisica nei tavoli in tutta Italia e la raccolta online tramite firma digitale. Il prossimo 8 ottobre le firme, già corredate di certificato di iscrizione nelle liste elettorali, verranno depositate alla Corte di Cassazione per poter indire il Referendum. Su questo argomento così controverso e delicato che tanto divide le coscienze, abbiamo ascoltato due personaggi chiave rappresentanti l’una e l’altra posizione, don Gioacchino Capizzi, dottorando in teologia morale e bioetica e cappellano dell’ospedale Ingrassia, e Aurora Ferreri, Responsabile Diritti e Politiche di genere Pd Palermo.

 

  • Dopo il rinvio del voto sulla legge Zan a causa del controverso concetto di identità di genere, un nuovo, delicatissimo argomento con implicazioni etiche se possibile ancora maggiori, viene discusso in questo periodo in Italia. Anche il Comune di Monreale ha aderito alla raccolta di firme per il referendum, qual è la sua posizione in merito e cosa si aspetta dai cittadini monrealesi e siciliani in genere?

Aurora Ferreri: A Monreale abbiamo registrato un’ottima risposta da parte dei cittadini, che hanno mostrato interesse e, cosa più importante, voglia di confrontarsi sull’argomento. Dai cittadini mi aspetto che ci si continui a battere affinché sui diritti fondamentali di ognuno di noi, tra cui quello alla vita, venga data la possibilità di decidere attraverso il voto. Ricordo che le firme servono a indire il referendum, il cui esito dipenderà dalla scelta dei cittadini alle urne.

Don Gioacchino Capizzi: Mi auguro che ogni cittadino monrealese e non, qualora dovesse apporre la propria firma a sostegno del referendum, possa averne piena consapevolezza. Un facile consenso basato sul principio emotivo di autodeterminazione favorito da un esito ottenuto per via populista rischierebbe di darci una legge incoerente, finendo per minacciare il diritto alla vita dei più fragili. “Per impedire che siano altri a decidere per noi. Per essere liberi, fino alla fine», così leggiamo sul sito del comitato promotore del referendum per l’eutanasia legale. In questo richiamo a una libertà individuale c’è molta ambiguità che arriva fino al punto di decidere della propria morte, seppure in condizioni particolari. La morte è un atto della vita. Non esiste vita senza morte. Il processo del morire inizia, pertanto, con l’inizio della vita. La morte non può essere allora rimossa rispetto a qualsivoglia futuro dell’umanità. Scegliere la morte è la sconfitta dell’umano, la vittoria di una concezione antropologica individualistica e nichilista in cui non trovano più spazio né le relazioni interpersonali né la speranza. Non c’è espressione di compassione nell’aiutare a morire.

 

  • Sono state già raggiunte e abbondantemente superate con largo anticipo rispetto alla scadenza di settembre, le 500 mila firme. I cittadini italiani pare si siano schierati, soprattutto i giovani attraverso i social. È un vero segnale di cambiamento in un paese dove la Santa Sede ha (e ha sempre avuto) un peso rilevante?

Aurora Ferreri: Siamo sicuri che si tratti di un vero cambiamento? Sbagliamo nel considerare certe battaglie come appartenenti ai soli giovani o come scontro tra Stato e confessioni religiose. Prenda me, cattolica praticante, che ha un ruolo per il quale si è impegnata a far sì che i diritti dei cittadini e delle cittadine vengano rispettati. Potrei anche non ricorrere mai all’eutanasia legale ma mi batto affinché tutti possano esercitare liberamente il proprio diritto di scelta. La libertà non mi sembra un concetto tale da avere colore politico o religioso.

Don Gioacchino Capizzi: Credo che non sia necessaria nella nostra riflessione la chiamata in causa della Santa Sede, questa non è una “battaglia ideologica” tra chi crede e chi non crede, la vita e la dignità della stessa ha un valore in sé, che prescinde dalla propria fede. Piuttosto, mi chiedo, se la scelta di essere pro eutanasia o pro legalizzazione della cannabis da parte dei giovani, sia frutto di un approfondimento della questione oppure un voto di pancia. Indubbiamente, il desiderio di una vita senza sofferenze appartiene all’anelito umano aperto ad una vita buona e felice. In pieno contrasto con lo slogan popolarissimo trai giovani: #maiunagioia. Eppure, assistiamo a tante forme di autolesionismo o altro, votate ad allontanare dalla propria esistenza la felicità a vantaggio della sofferenza.

 

  • Ci spiega nei dettagli cosa cambierà se l’eutanasia diventerà legale e che implicazioni etiche ci saranno?

Aurora Ferreri: L’eutanasia cosiddetta passiva, ovvero quella che prevede di astenersi dall’intervenire per tenere in vita il paziente sofferente, soprattutto per evitare l’accanimento terapeutico, è già permessa in Italia. Quello che si chiede è un referendum parzialmente abrogativo dell’art. 579 del Codice penale sull’omicidio del consenziente, che, se dovesse dare risultato positivo, permetterebbe anche l’eutanasia attiva, nelle forme previste dalla legge sul consenso informato ed il testamento biologico, ma rimarrà punita se il fatto è commesso contro un incapace, un minore o contro una persona il cui consenso è stato estorto con violenza o minacce.

Don Gioacchino Capizzi: Occorre una chiarificazione terminologica. Viene denominato “referendum per l’eutanasia legale”, in realtà il quesito se approvato, renderebbe non punibile l’omicidio del consenziente, ad oggi sanzionato dall’art. 579 del codice penale. L’approvazione del referendum abrogativo sull’omicidio del consenziente introdurrebbe nel nostro ordinamento una disparità di trattamento palesemente irragionevole rispetto all’aiuto al suicidio. «Esemplificando: se porgessi una pistola a chi, in buona salute, vuole morire, sarei punito; se gli sparassi io, no» così scrive Curreri, docente di diritto costituzionale. In altri termini, in caso di approvazione del referendum e di vittoria delle urne chi chiederà l’aiuto attivo del sistema sanitario per porre fine alla sua vita potrà ottenerlo e il personale medico e infermieristico impegnato per far morire il paziente non sarà perseguibile penalmente. Nessuna obiezione di coscienza, niente limiti di condizioni fisiche: il solo intervento abrogativo consentirebbe di ottenere la morte anche a una persona che ne fa richiesta. Non sarebbe più reato uccidere una persona col suo accordo, a meno che non ci siano motivi per sospettare che la sua volontà sia viziata da infermità mentale, droghe, violenze o minore età.

 

  • L’iniziativa referendaria sull’eutanasia legale sorpassa il Parlamento, fermo da anni su questo tema. La prima proposta di legge è stata fatta ben 37 anni fa. Sarà questa la volta buona per mettere fine all’eutanasia clandestina e regolarizzare il processo? Mons. Vincenzo Paglia la definisce una nuova forma di eugenetica mentre Cappato un diritto sacrosanto alla libertà individuale.. come commenta l’una e l’altra dichiarazione? Il tema, delicatissimo, che divide le coscienze e va oltre le fazioni politiche, riguarda la vita e la libertà di poter decidere…

 Aurora Ferreri: Sulle grandi questioni relative ai diritti della persona è sempre stato il popolo, com’è giusto che sia, ad esprimersi laddove la politica e le sue logiche non sono mai riuscite ad operare. Rispetto alla regolarizzazione vale lo stesso ragionamento che facciamo per l’aborto: moltissime donne in Sicilia non possono abortire dato, tra le altre cose, l’elevatissimo numero di medici obiettori di coscienza. Questo le obbliga spesso a recarsi in un’altra regione. Allo stesso modo, per l’eutanasia, si è costretti a recarsi all’estero dal momento che non viene riconosciuto ai cittadini il sacrosanto diritto all’autodeterminazione. Legalizzare l’eutanasia con regole chiare costituisce una maggiore garanzia per tantissimi malati e le loro famiglie. Circa il parallelismo con l’eugenetica mi limito a dire che è un po’ forzato accostare un metodo di selezione a priori, e indipendente dalla volontà dei singoli, con una libera scelta che ciascuno opera. La libertà all’autodeterminazione è uno dei concetti chiave della nostra democrazia. Non esiste colore politico, o almeno non dovrebbe esistere, non esistono fazioni, esiste la volontà di battersi affinché quel diritto venga garantito sempre, fino alla fine. Ricordiamoci, poi, che nessuno ha obbligato un milione di persone a firmare per il referendum. Nel nostro paese “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” ed è esattamente quello che è successo. I cittadini chiedono da anni un maggiore coinvolgimento e compito della politica è quello di ascoltarli.

Don Gioacchino Capizzi: La più problematica tra le risposte etiche relative alla morte riguarda l’eutanasia, termine ambiguo in quanto sovrappone il piano descrittivo (cioè, dalla radice greca, il concetto di buona morte) con quello valutativo (cioè la soppressione del malato). Per eutanasia possiamo intendere ogni azione o omissione compiuta per sopprimere la vita di un malato al fine di evitargli sofferenze fisiche o psichiche. L’eutanasia non consiste solo nel compiere un’azione direttamente finalizzata a sopprimere un individuo (eutanasia diretta), ma anche nell’ometterne una che possa salvarlo (eutanasia indiretta).   Il divieto di uccidere appartiene alle regole fondamentali di una comunità di diritto. Il diritto alla vita è un diritto fondamentale ma non assoluto. Dire che la vita (e quindi il diritto ad essa) non è un valore assoluto significa che possono esservi altri beni superiori ad essa. Ad esempio il bene della vita altrui che rende lecito il rischio della propria o i beni spirituali che rendono lecito e meritorio il sacrificio della vita. Dire che il valore vita non è assoluto non significa che sia un valore secondario o relativo, ma che possono esservi valori superiori e la vita si trova in posizione di subordinazione. Ciò non toglie né scalfisce che la vita sia “il” valore fondamentale, cioè quello posto a fondamento di tutti gli altri. Un’argomentazione spesso proposta per legittimare l’eutanasia è quella di ritenere prioritario non tanto il diritto alla vita, quanto il diritto a una vita qualitativamente buona, degna di essere vissuta. Che ognuno abbia il diritto e il dovere di tendere a una vita che sia qualitativamente accettabile e anche di poterla migliorare è indubbio. Il problema nasce quando questa vita, in rapporto ad alcuni standard (vedi la “selezione” eugenetica), viene ritenuta qualitativamente inaccettabile. Se si accetta tale criterio qualitativo come criterio discriminante per mantenere in vita l’uomo dovremmo con logica coerenza sopprimere tutte le vite che si trovano in una condizione di precarietà esistenziale, cioè tutte quelle vite “qualitativamente inaccettabili”, da quella del portatore di handicap al barbone. Nel dibattito odierno, più volte si è posto l’accento sul giusto principio di autonomia che caratterizza l’odierno approccio alla malattia. C’è la tendenza, a ritenere legittimo qualsiasi intervento consentito al paziente. La sua volontà diventa la legge suprema e l’unico criterio di bontà etica: ognuno può fare della sua vita quello che vuole (cf. Marco Cappato, libertà individuale). Il problema si sposta su un’altra domanda: a chi appartiene la vita del paziente? In una visione laica dell’esistenza è chiaro che il primo titolare della vita – vista l’assenza di ogni riferimento trascendente – non può che essere l’uomo. Questo non significa automaticamente che egli abbia sulla vita un potere di disposizione assoluto. La sua vita non appartiene a lui, ma anche ai familiari o ad altri che in vario modo entrano in relazione con lui. E in un’ottica che guarda al mondo intero come propria famiglia, ogni vita umana appartiene all’intera umanità. Ogni vita che nasce è una ricchezza per il mondo, così ogni vita che muore è una perdita per l’intera collettività. Quindi decidersi di togliersi la vita o chiedere al medico di farlo, se da un lato è esercizio della propria libertà, dall’altro è implicito impoverimento dell’intera umanità. Chi chiede di aver tolta la vita, anche in un’ottica laica, non la toglie solo a sé stesso ma al mondo intero. Una cultura riconosce, nella prossimità responsabile e nella relazione di cura, l’orizzonte di senso che coniuga diritti della persona e doveri della comunità e che non tronca l’incontro con l’altro. Per dirla con Gabriel Marciel, “non comunico effettivamente con me stesso se non nella misura in cui comunico con l’altro”.

 

  •  Fino ad oggi vige una legge in Italia che risale al 1930 e che può condannare fino a 30 anni di carcere chi aiuta un’altra persona a morire. Che messaggio vuole mandare a tutti coloro che si trovano in condizioni di salute estreme e non possono disporre della propria vita?

Aurora Ferreri: Solo chi ha percorso quella strada, solo chi ha indossato quel paio di scarpe può capire. A chi soffre ed alle loro famiglie dico, con umiltà, di non perdere la fiducia nel proprio paese e nella strada per l’affermazione dei diritti. Grazie ad un confronto sano e costruttivo, raggiugeremo l’obiettivo anche in Italia

Don Gioacchino Capizzi: Nella prospettiva dell’accompagnamento, la prospettiva cioè di valorizzare il tempo del morire per aiutare a vivere fino alla fine, la terapia del dolore assume una grande rilevanza etica. L’attacco più distruttivo che il dolore cronico in fase terminale comporta è l’attacco alla possibilità di vivere come persona e cioè di relazione. Il dolore inchioda l’uomo nell’isolamento. L’etica dell’accompagnamento esprime un concetto delle cure dove chi assiste impara a camminare accanto al malato terminale, senza la pretesa di imporgli la direzione, ma lasciandolo libero di indicare lui la via, con l’attenzione prioritaria a far sì che questo processo avvenga in un clima di tenerezza e di accoglienza. Di fronte alla richiesta di essere aiutati a morire, l’approccio che ispira l’etica dell’accompagnamento è quello dell’ascolto. Ogni malato che nella fase terminale arriva a manifestare il desiderio di morire dovrebbe essere oggetto di ascolto attento. L’accompagnamento del morente, probabilmente, è il vero problema etico della malattia terminale. Certo non è facile accompagnare alla morte, sostenere il morente nelle sue paure, nel suo scoraggiamento, nella sua tristezza. Anche perché tutte le volte che ci confrontiamo con la morte degli altri censuriamo l’idea e il confronto con la nostra stessa morte. Il malato va accompagnato nell’itinerario che lo conduce dal rifiuto all’accettazione della morte e deve essere aiutato a riappropriarsi del suo destino, accogliendo con maturità la drammatica esperienza del limite e dello scacco, soprattutto quando è credente può aprirsi a percepire la morte come ultima chiamata del Signore. L’uso delle cure palliative è un valido aiuto nell’accompagnamento del morente nella sua totalità. Inoltre, la debolezza chiede l’urgenza della fraternità perché è nella fraternità che ci si prende cura gli uni degli altri. È nella fraternità che ci si sorregge.

 

  • Se verrà approvata, l’eutanasia legale rappresenterà una libertà laica che spinge l’individuo ad interrogarsi sul fine vita. Sarà un’occasione per nuove forme di consapevolezza?

Aurora Ferreri: Sinceramente sono del parere che una certa presa di consapevolezza sia già in corso. Durante la raccolta firme, una ragazza mi ha detto che era assurdo, per lei, dover firmare per qualcosa che dovrebbe essere già un dato di fatto. Le risposi che aveva ragione ma che niente è mai stato conquistato senza lottare. Anche a leggi come quella sul divorzio e sull’aborto si è arrivati dopo anni di lotta e confronto.

Don Gioacchino Capizzi: Ritengo che la prima grande consapevolezza, aldilà dell’approvazione o meno, frutto della riflessione maturata attorno al referendum, sia il riconoscimento del valore della vita. La vita è il bene fondamentale dell’esistenza umana, perché è il presupposto di tutti gli altri beni. Ogni essere umano ha diritto alla vita e nessuno può privare un’innocente della sua vita. Che cosa deve valere se l’eliminazione della sofferenza può essere perseguita soltanto sopprimendo il sofferente stesso? Oppure se la sofferenza propria a causa di un altro porta a sopprimere quest’ultimo? È concesso uccidere per eliminare il dolore? Si può formulare questa domanda in base al soggetto della sofferenza. È permesso il suicidio per eliminare la propria sofferenza? È permessa l’uccisione di un altro per contrastare la possibilità di una propria sofferenza? Inoltre, è permessa l’uccisione per compassione verso la sofferenza dell’altro? Possiamo iniziare rivolgendo queste domande a noi stessi. Ci si ucciderebbe, se la sofferenza rendesse insopportabile la propria esistenza?

  • Pare che i media tradizionali non stiano dando grande risalto all’iniziativa, secondo lei perché?

Aurora Ferreri: Sicuramente abbiamo notato un maggiore interessamento da parte dei cittadini, più che dei media, forse perché viene percepito come un tema divisivo e si fatica a prendere una posizione. Un maggiore risalto mediatico avrebbe forse accelerato ulteriormente il processo.

Don Gioacchino Capizzi: Confrontarsi su questi temi richiede una certa serenità nel dialogo non facendo prevaricare il proprio pensiero sugli altri. Noto una certa difficoltà nell’affrontare questi temi. Le leggi sono espressione di una società e del suo modo di vedere le persone e la vita. Forse la nostra società, che in questo tempo di pandemia ha lottato contro la morte dove il problema fondamentale era quello di restare in vita, oggi invoca l’eutanasia per garantire il diritto di morire.

 

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