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Scomunica alle mafie e ai mafiosi, intervista all’Arcivescovo di Monreale Michele Pennisi

Pennisi: “Essere cristiani e fedeli al Vangelo è incompatibile con l’essere mafiosi"

Un gruppo di lavoro sulla scomunica alle mafie, nato proprio nel giorno della beatificazione di Rosario Levatino, primo magistrato beato nella storia della Chiesa che ha esercitato con grande coraggio la sua professione come missione laicale. Una coincidenza voluta perché il gruppo di lavoro nasce con l’obiettivo di dare un seguito concreto e fattivo alle parole pronunciate negli anni da Papa Giovanni Paolo II prima, da papa Benedetto XIV poi e infine da Papa Francesco che, nella prefazione di un libro pubblicato dal cardinale Semeraro, ha dichiarato che “nelle mafie di ogni forma si manifesta l’intrinseca negazione del Vangelo a dispetto della secolare ostentazione di santini, di statue sacre costrette a inchini riguardosi, di religiosità sbandierata quanto negata”. Una dichiarazione forte ripresa dal cardinale Semeraro proprio durante l’omelia della beatificazione del Livatino.

Abbiamo intervistato Monsignor Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale che, insieme al presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, Giuseppe Pignatone, al presidente dell’Associazione Libera don Luigi Ciotti, a Rosy Bindi, già presidentessa della Commissione parlamentare antimafia e ad altre personalità del mondo laico ed ecclesiastico, fa parte del Gruppo di lavoro.

Monsignore, come nasce il gruppo di lavoro e qual è il suo fine ultimo?

Questo gruppo di lavoro nasce per una decisione presa già il 15 giugno 2017 quando in Vaticano si è tenuto un dibattito internazionale sulla corruzione e sulle mafie. In quell’occasione si parlò di costituire una consulta che avrebbe approfondito una risposta globale sulla scomunica ai mafiosi e alle organizzazioni criminali. In realtà poi negli anni a seguire c’è stato un periodo di riorganizzazione tra gli organismi vaticani e il Dicastero dello Sviluppo Umano Integrale all’interno del quale, adesso, è stato costituito questo gruppo di lavoro. Lo scopo è quello di estendere alla Chiesa universale  la condanna della mafia e la scomunica ai mafiosi già presente in certe decisioni di alcune Conferenze Episcopali Regionali come quella siciliana, quella calabrese e quella campana. Questo perché le mafie non sono solo quelle presenti nelle nostre regioni del sud (mafia, camorra, ‘ndrangheta) ma esistono in tutta Italia e in tanti paesi del mondo, magari chiamate in altro modo ma simili nella sostanza: organizzazioni criminali organizzate. Pensiamo ai cartelli del narcotraffico dell’America Latina o alle mafie di altri paesi del mondo. Chiaramente però, bisogna puntualizzare che la scomunica, per ovvie ragioni, si applica a tutti coloro che si richiamano al cristianesimo anche se rimane un segnale forte persino per i criminali di altre confessioni come quelli appartenenti alla mafia cinese o a quella russa.

Questa condanna universale alla mafia, inoltre, vorremmo  inserirla in tutti i testi ufficiali quindi per esempio nella versione del Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, del Compendio per la Dottrina Sociale della Chiesa ma anche nel Codice del Diritto Canonico.

 

Lei ha parlato della chiesa universale e delle organizzazione di stampo mafioso di altri paesi, in che modo collaborerete con i Vescovi del mondo?

Certamente vogliamo offrire un supporto sostanziale ai Vescovi di tutto il mondo, soprattutto quelli di lingua spagnola o di lingua portoghese facenti parte soprattutto dell’America del Sud dove purtroppo sono fortemente presenti questi tipi di mafie. Vogliamo sottolineare e diffondere l’incompatibilità fra l’essere cristiani, l’essere fedeli al Vangelo e l’essere mafiosi. Perché i mafiosi spesso si dichiarano cristiani (famosa è l’immagine del mafioso con i santini) ma non basta essere credenti: bisogna essere credibili. Il credente è chi dice di credere in Dio ma poi nei fatti non ne tira le conseguenze pratiche; la persona credibile è invece quella in cui c’è una coerenza tra la fede professata e la fede testimoniata. Ecco, proprio ciò che non accade nei mafiosi che invece utilizzano e strumentalizzano la fede o alcune manifestazioni di religiosità per acquisire prestigio sociale. La mafia come struttura organizzativa è una anti chiesa e, come diceva il Cardinale Pappalardo, è l’anti-corpo di Cristo perché si basa su valori opposti rispetto a quelli professati dal Vangelo. Lo stesso Papa Francesco ha sottolineato che sono sempre scomunicati gli idolatri e i mafiosi, appunto, lo sono. Non sono, gli idoli dei mafiosi, il potere sfrenato e il denaro?

Se le parlo degli “inchini” delle processioni religiose davanti le abitazioni dei mafiosi in alcuni paesi del sud Italia cosa mi risponde?

Di sicuro ci sono stati dei casi in cui c’è stata la volontà di fermarsi davanti la casa di un mafioso per omaggiarlo e questo è da condannare nel modo più assoluto. Ci sono però anche dei casi sub iudice su cui non sappiamo ancora se c’è stata o meno la “fermata”. In ogni caso, per evitare qualsiasi problema e per eliminare anche l’occasione, per esempio a Corleone ho proibito che le processioni passassero dalla strada dove abitava Totò Riina.

Tornando al gruppo di lavoro, come pensate di organizzarvi e quali iniziative porterete avanti concretamente?  

Questo è un gruppo di lavoro che deve dare suggerimenti ai Vescovi e agli organismi della Santa Sede. Nostro compito è studiare il fenomeno mafioso e indicare i soggetti che cadono sotto la censura della scomunica. Qual è la pena? Deve essere a  livello universale o particolare? Tocca a noi stabilirlo. Teniamo però sempre presente che  la scomunica non è la condanna all’inferno ma è una pena medicinale, cioè una pena che serve per fare ravvedere la persona che ha commesso il peccato e il delitto invitandola a riparare il danno, è una giustizia ripartiva. Si chiede quindi per esempio di chiedere perdono alle vittime o incontrarne i familiari, cosa già successa con la figlia del Livatino che ha incontrato alcuni degli assassini del padre e ha parlato del loro dolore. Certamente non basta pentirsi a parole ma riparare al male causato inginocchiandosi davanti ai parenti delle vittime chiedendo perdono.

Poi forniremo un’analisi sia al Dicastero dello Sviluppo Umano Integrale in cui  è confluito il  Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (di cui anche io facevo parte), che alla Congregazione della Fede che deve alla fine prendere i provvedimenti necessari. Offriremo un supporto tecnico  di carattere sociologico oltre che giuridico, competenze offerte grazie alla eterogenea quanto valida composizione del Gruppo di Lavoro. Infine, nei prossimi mesi studieremo un documento da presentare al Papa e ai vari Organismi della Curia Romana oltre che ai Vescovi del mondo che ce lo chiederanno.

 

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